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Castiglioncello ieri
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1938/1966 - Foto 1 - Villa Celestina,
Attilio Teruzzi e l'arch. Cafiero |
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Breve sintesi dai volumi "Quaderni di storia" di Celati - Gattini. Il volumi sono acquistabili direttamente online dall'editore IEPI I coniugi Marcello Bartoletti e Matilde Volterrani gestiscono Villa Celestina fino al 1955. Nei primi anni 50 villa Celestina (demaniale, ma affidata in comodato al Comune) ospita il Circolo Forestieri e l'AAST (Az. Aut. Sogg. e Turismo) che vi crea una sala da gioco. Al suo interno nascono locali famosi come: La Riviera degli Etruschi negli anni '60, Intra's Club nel parco di Villa Celestina, Il Cardellino sulla terrazza adiacente al cinema e al tiro a volo, La Lucciola, La Biscondola che poi diventerà Ciucheba. Tutto finisce agli inizi anni '80 per ragioni di sicurezza. |
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La lunga storia di Villa
Celestina |
| Ma veniamo alla storia più recente. Il Comune con un contratto del 1998 diventa locatario per 19 anni e finalmente dal 2003 ne ottiene la cessione per uso pubblico ed il restauro come sede distaccata della Facoltà di Biologia Marina dell'Università di Pisa e parzialmente per uso locale. Il Ministero contribuisce al finanziamento con un milione di euro, per il laboratorio di ricerca. Il Comune invece si attiva per un centro di educazione ambientale, con finanziamenti comunitari. Nel 2007 il lavoro è terminato e sono in corso lavori sul viale di accesso e arredo. L’immobile quindi sarà utilizzato come laboratorio di ricerca dell’università per studi di ecologia marina, biologia degli organismi marini e di ecologia dei vegetali della fascia costiera (sede distaccata del dipartimento di Biologia) e come centro di educazione ambientale. Ospiterà corsi di formazione, seminari e convegni. L’università svolgerà attività didattica e di ricerca con proprio personale e proprie attrezzature nei locali del seminterrato, primo piano e secondo piano per un totale di 660 mq. I locali al piano rialzato, con 270 mq., ospiteranno il centro di educazione ambientale, gestito dal Comune con proprio personale e proprie attrezzature. I costi di gestione annui a carico del Comune come locatario, sono stimati in 54.000 euro, rimborsati dall’università per il 55%. Il Comune si accolla la manutenzione straordinaria, l’università quella degli impianti e si impegna ad istituire un punto di accoglienza e informazione per studenti nel Comune di Rosignano Marittimo. La convenzione ha validità di 5 anni, rinnovabile. Finalmente inaugurazione il 17 maggio 2008 dopo 27 anni di abbandono, con taglio del nastro da parte del sindaco A. Nenci, affiancato dal ministro Altero Matteoli e dall'ex sindaco Simoncini, che nel 2001, firmarono il protocollo d’intesa tra l’Università di Pisa ed il Comune, ed dal rettore Marco Pasquali. Costo 2.800.000 euro. (1.000.000 dal Ministero dell’Ambiente, 1.300.000 dell’Amministrazione comunale, 300.000 dall’Università e 200.000 dalla Regione Toscana). |
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Nei primi anni del dopoguerra, villa Celestina ed il
bagno sottostante erano il regno di Vinicio Prunetti,
classe 1927, sovrano indiscusso dell'ambiente. Aveva
cominciato come bagnino, all'Ausonia, nel 1944 quando il
fronte era passato da poco. Nel 1950 l'Azienda Autonoma
di Turismo volle creare uno stabilimento balneare
appartato e tranquillo dove far confluire tutte quelle
personalità del mondo politico, del Vaticano o di un
certo mondo sociale normalmente ospite delle grandi
ville e del castello Pasquini. Vinicio fu chiamato a
gestire questo angolo di Castiglioncello: la famiglia
dei conti Pasquini che arrivava con Cadillac nera armata di
bandierine azzurre sul parafango anteriore sinistro e
autista in divisa, Arduino, sempre impettito e
impassibile (l'auto un bel giorno prese fuoco e bruciò
totalmente, nonostante l'intervento dei pompieri di
Livorno). Poi c'erano le cugine del re coi capelli
riuniti a crocchia, Adelaide Massimo di Savoia, i
principi Massimo di Savoia con i ragazzini, Julie Adams
affermata attrice americana moglie di un principe
Massimo di Savoia, Linda Christian, moglie di Tyrone
Power, ma forse diventata più famosa come suocera di...Al
Bano, la moglie di Gassman e ogni tanto lo stesso
Vittorio. Poi Massimo Serato e Giretti, nonché per due
anni il presidente della repubblica Gronchi e il
presidente del consiglio Pella che, con la figlia Wanda,
soggiornava a villa Celestina, allora albergo. Giulietta
Masina e molti personaggi del mondo della finanza che
non amavano troppo mettersi in mostra. La guerra era
finita da poco con i suoi dolori e le sue miserie e si
cominciava a vivere senza pensieri con i primi soldi in
tasca e con l'ottimismo nel cuore. Si ricominciavano a
vedere le bellezze della vita e le bellezze sulla
spiaggia, erano i tempi delle avventure spensierate e
delle macchine scoperte... |
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Biografia di Attilio Teruzzi nella sezione PERSONE |
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La forte perdita al gioco di mio padre avvenne durante una delle tante feste date da Attilio Teruzzi nella sua villa di Castiglioncello, una grande casa bianca e azzurra stile “900”. Il gerarca aveva la nomea di essere un gaudente, un avventuroso che spendeva più di quanto guadagnava. Teruzzi cercava non tanto le affermazioni personali quanto i mezzi, la posizione sociale che gli consentisse di vivere come piaceva a lui, lussuosamente. Quella sera la mamma ed io stavamo uscendo dal cinema, eravamo andate a vedere un cartoon all'”Arena Littorio”,(oggi caserma Carabinieri ndr) e a mia madre venne in mente di passare a prendere papà da Teruzzi...Due ascari, in divisa kaki e fez in testa, aprono i cancelli ad una limousine blu scuro. Ne scende una bellissima donna in abito da sera, alta, snella, un disegno ad inchiostro di china. E’ Hertha von Foemina, così si faceva chiamare, una mantenuta del Reich in odor di spionaggio. Era bella anche per quello, una creatura fredda, attenta a tutto, mente e corpo, dotata di un’inquietante alterezza. Una scia di profumo!...Teruzzi, salutata brevemente la mamma, va incontro alla bella tedesca. Attilio aveva l’occhio lucido per qualche libagione in più; un uomo sicuro di sé, eretto sulla schiena, col torace bene in fuori - secondo la cultura fascista - senz’altro attraente. «Grafin von Foemina!» Si baciano. Lei bacia l’aria con disinvoltura, il gerarca la guancia di lei, con un sonoro schiocco. Un comportamento un po’ volgare, ma che viene tollerato come omaggio al sesso femminile, allora molto quotato. Un gruppo di dame in agguato alza il capo dal tavolino da gioco: «Ma che contessa! quella è una tale...» esclama viperina la Memmy Strozzi, una brachicefala di lusso alla Pitigrilli, che è marchesa per davvero. La Memmy era figlia di Vittorio Corcos, quel famoso pittore alla moda che doveva farmi il ritratto. Giovanissima era andata sposa ad un rampollo degli Strozzi, che - si diceva - non aveva tutte le rotelle a posto, dal quale aveva ereditato nobiltà, ricchezza ed un esaurimento nervoso. Spesso, la mattina, usciva dalla sua villa (poi villa Sordi ndr) in vestaglia, un voile lilla, che ancora ricordo, per in trattenersi per la strada con chiunque volesse ascoltarla...Sui pranzi che dava Teruzzi non c’era niente da ridire. I cibi erano preparati da abili maestri cucinieri. Un’esperta governante svizzera, con un’inventiva tutta sua personale, progettava dinners bleu per i poeti, verts per i pittori, mauves per i letterati; ma Teruzzi, si stufò presto di tutte quelle cretinerie - così le chiamava lui - e la licenziò, tornando alle sane spaghettate ed ai tortellini in brodo. La governante, però, prima di andar via, aveva lasciato tracce tangibili della sua bravura: un personale di servizio scelto, di una razza ormai estintasi per sempre, eccessivo per una persona come il Teruzzi...Ad un certo punto della serata io, come fanno spesso i bambini, chiesi di andare a fare la pipì. Non di dimenticherò mai gli splendori di quella toilette, pari, forse, a quella della residenza romana di Roland Brancaccio. Quel budoir con scaffali a parete intera su specchi illuminatissimi pieni di profumi: Penhaligon, Fioris, Guérlain, con le sue ampolle di Baccarat, Yardley, Piver, ecc.ecc... Il servizio al bagno era poi degno dei più raffinati bordelli di Parigi. La cameriera addetta al lavabo era stata, anche lei, scelta con gusto parigino...Un omaccione romano, che faceva l’autista da Teruzzi, diceva di averla vista, da giovane, in una maison close di Matilde Ceroni, nota proprietaria di molti postriboli della capitale. Al buffet, sistemato sulla terrazza, sapienti camerieri in giacca bianca creavano silenziosamente favolosi cocktails per far delirare. «Un Senatore!» e il barman versava in una mezza coppa di champagne piccole dosi di cointreau, di curacau e di apricot brandy. Nella grande pineta del giardino di Teruzzi, fuori quadro, fanno la guardia gli ascari, altissimi, capeggiati dal fedele Alì. Una coreografia, forse un’abitudine militare del gerarca perché, allora, nessuno aveva bisogno delle guardie del corpo, anche se sotto le parole “scorta d’onore”, c’era sempre lo zampino della polizia di stato. Grafin von Foemina, beve champagne a piccoli sorsi, come una vera signora. La Memmy Strozzi, la osserva da lontano, non benevolmente, con i suoi occhi dilestrini, leggermente strabici. La differenza tra le due donne era notevole: la tedesca, malgrado ce la mettesse tutta e fosse anche brava, non riusciva a convincere. La marchesa Strozzi, invece, era proprio come si pensava dovesse essere una vera aristocratica: alta, slanciata, con capelli biondi a cespuglio, tagliati con la sagoma trapezoidale di un copricapo faraonico; una donna à la page. Aveva atteggiamenti di sufficienza, di alterigia, con improvvisi tratti di inaspettata confidenza. Un’agrafe di diamanti, appuntata su una sciarpa grigia, di satin, per coprire le pieghe del collo un po’ sciupato, brillava di regalità, di potere. Un uomo dai capelli brizzolati, distinto, ben vestito, un classico e patetico escort, che giocava al tavolo con la Memmy, per compiacerla le sussurra: «Quella è una cocotte! L’ho vista a Parigi esibirsi alla “Coupole”!» «Da Attilio si può incontrare di tutto...» ribatte, freddissima, la Memmy. «Non è vero! E, comunque, lui non può essere responsabile della moralità delle persone che invita. Ci sono troppe false dicerie sul suo conto! Attilio, da quando ha avuto la bambina, che adora, ha messo la testa a posto», replica la signora Monti, proprietaria dell’Hotel Miramare, il più elegante di Castiglioncello, situato vicino la villa di Teruzzi. «Ha uno stomaco!» seguita la Memmy, ignorando completamente la Monti, «uno stomaco che può digerire roba in continuazione; che volgarità! Ha fatto bene Corè a non venire. Sapete? Corè è da me. E’ arrivata ieri con quella sua grande scimmia». Poi, contrariata, soggiunge: «Però, che idea portarmi quella bestiaccia in casa! ma dice che non se ne può separare, che la scimmia è tanto buona, che è innamorata di lei». Corè era la marchesa Casati Stampa di Soncino, quell’intelligente, stravagante signora che Gabriele d’Annunzio, ispirandosi alla leggenda di Persefone, aveva soprannominato Corè, da Kòre, il nome greco della dèa. Nella mia mente c’è un ricordo fotografico di tutte queste persone. Teruzzi in bianco, di non distinta presenza, un po’ tracotante, uomini in dinner jacket, in smoking blu notte, o solo vestiti di blu, di lino, di shantung; i camerieri con giacche dagli alamari dorati e guanti di filo bianco, gli ascari in divisa kaki e fez rosso, completavano il quadro maschile. Le donne erano tutte soignées. Con soignées si intendeva dire che le toilettes ed i gioielli erano costati ai propri amanti o mariti delle vere fortune. Erano dette soignées anche le settantenni, se portavano grossi brillanti sulle dita nodose, tanto splendidi da far dimenticare gli orrori della loro decomposizione fisica, vanamente ricomposta da un abile trucco parigino...Come leggere folate d’aria, arrivano i commenti nervosi di qualche giocatore che perde. Gli uomini sanno di tabacco inglese, di colonie di lusso. La pelle accaldata ormai ha preso l’odore della seta, l’odore fruttato del tussor, l’odore dell’oro! Cesare Zanotti, un ragazzo troppo voyant, con un vestito di shantung azzurro cina e cravatta di seta rossa, accende una sigaretta a Baby Ragghianti, una giovane molto carina, già divorziata da un comandante di marina. E’ elegantissima, vestita con un imprimé di seta molto colorato, corto, con al collo una collana di zaffiri. Cesare le parla sottovoce contro la bocca, mentre un giovanotto biondo, che porta negligentemente un abito di lino tutto spiegazzato, li guarda come per caso, fingendo un disinteresse che assolutamente non prova. E’ Duilio Coletti, figlio di una ricca americana, proprietaria di una villa con un vastissimo parco, situata sulla punta del promontorio castiglioncellese (Villa Godilonda ndr). Una costruzione dalle linee essenziali, che nulla concede all’estetica architettonica convenzionale. Un casermone, dicono i paesani, invece l’ha progettata un celebre architetto; per questo sarà venduta ad un prezzo altissimo ad una famiglia di gioiellieri arricchita da poco: i Bulgari. Duilio sfoga la sua gelosia fumando. Riuscirà a realizzare i suoi sogni, far sua Baby, vivere insieme a lei a Roma, e fare il regista cinematografico. Qualche volta capita anche di ottenere quello che si vuole. Le cameriere vengono a cambiare i posacenere ai tavoli da gioco, con un rituale che sembra un segnale per tutta la servitù. Mia madre, esaurita la conversazione con Luigi Cimara, un noto attore di teatro, ora si annoia, ed è seccata perché papà non accenna a smettere di giocare...Un giovane conte è uscito dalla piscina di acqua di mare, il primo impianto ad idrovore in Italia, grazie al quale si può godere delle proprietà dell’acqua salata stando comodamente a casa propria. Oscar Pasquini ha fatto un bagno per noia, noia notturna, la peggiore. Avvolto in un grande accappatoio nero, sta seduto davanti al bar in attesa che gli accada qualcosa, anche un accidente. Rivela quella cattiva intenzione lo sguardo fisso, attraverso la sua eterna “caramella”, il monocolo che porta anche quando nuota. Beve cognac e fuma molte sigarette. «Perdinci! così si prenderà un raffreddore!» smania la contessa madre, mentre il marito, il conte Pasquini - una contea recente, un favore di Vittorio Emanuele III - precisano i bene informati, guarda pigramente, ma con una certa apprensione, la moglie del figlio, che flirta spudoratamente con Johnny Salghetti, un bellimbusto dall’occhio cinerino e imbambolato. I Pasquini aspettano l’erede che non viene e non vorrebbero che provenisse da estranei; un legittimo desiderio. “Che abbiamo comprato a fare il castello?” pensano i genitori, scontenti di come vanno le cose. Da poco tempo i Pasquini avevano acquistato un grande maniero ottocentesco troneggiante su Castiglioncello, con un vastissimo parco al di là della strada ferrata. Il castello era appartenuto alla famiglia Birindelli, persone amabilissime. Mi dispiacque moltissimo quando seppi che il loro ultimo rampollo - gli altri erano tutti morti tubercolosi - l’aveva dovuto vendere. Incontravo spesso l’ultimo dei Birindelli, Aldo, un giovanotto un po’ obeso per le cure che facevano a quei tempi per prevenire la tubercolosi, cure basate soprattutto sulla nutrizione abbondante. Lo incontravo al mare, al “Quercetano”, in compagnia di Franca Cangini, una bravissima nuotatrice. Franca era una copia fedele di Brigitte Helm, l’attrice di “Metropolis” e di “Atlantide”, una bellissima ragazza che aveva anche il dono di sapersi vestire con estrema eleganza. Ammiravo enormemente le sue toilettes e, quando c’erano le feste da ballo, pregavo i miei di accompagnarmi a vedere il suo ingresso. Naturalmente loro non si muovevano, ma concedevano che qualche donna di servizio mi seguisse. Alle feste di Teruzzi non si parlava certo di cose arcane, ma non mancavano gli intellettuali, di cui Castiglioncello era diventato un luogo di convegno. Venivano artisti di ogni genere, pittori, letterati, musicisti. Tra il gruppo dei letterati, capeggiati da Luigi Pirandello, Massimo Bontempelli e Silvio d’Amico, anche un francese il cui nom de plume non era ancora Guy La Rochelle, un giovane filosofo visibilmente ammalato d’orgoglio, un tipo alla Celine che parlava poco per mantenere le distanze, per non rivelarsi, con una voce che sembrava doppiata da lui stesso. Un esagerato! Pirandello faceva vita appartata, non andava ai ricevimenti, tantomeno da Teruzzi, un fascista, visto che ostentava un antifascismo da intellettuale. Allora c’erano tre modi di vivere la propria anarchia, per intelligenza, per aristocratico dandismo, e per i sensi di giustizia popolare da parte di coloro che intendevano aiutare a risolvere i problemi della povera gente cambiando regime. Il popolo, come sempre, assisteva e subiva, in attesa di venire inquadrato dai più forti. Quella di Pirandello, come di tanti altri intellettuali, era un’opposizione snobistica, di maniera. L’artista era stato innalzato dai fascisti per il suo valore e non se la sentiva di reclamare, ma voleva che la sua disapprovazione al regime fosse di dominio pubblico. Più di scuotere la testa e di parlar male del fascismo in privato, tra gente sicura, quasi sempre per beghe di teatro, l’accademico, però, non faceva. L’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascista) riferiva le sue impertinenze ed il regime perdonava, così come si perdonano le stramberie alle grandi dive. Solo i politici facevano sul serio; quegli uomini che, con l’avvento del fascismo, avevano perso la loro scranna a Montecitorio. Quelli sì che erano pericolosi! Ma Mussolini, che era un uomo di seconda categoria, di terza, rispetto ai veri condottieri, tempista solo per fato, a cavallo di un destino più forte di lui, accecato dalla presunzione e dalla facilità con la quale la nazione lo aveva portato al potere, trattò i suoi nemici con inspiegabile generosità - un gentleman’s agreement, come si conviene tra galantuomini - dimenticando di essere lui stesso un picaro tra picari. Quella sera da Teruzzi era presente anche il commediografo Sem Benelli, in compagnia di Memo Benassi, imprevedibilmente giovane. Chi può mai immaginare l’attore giovane, aveva sempre l’aria di un vecchio! Benelli, distaccato, con la mente alla sua ultima commedia, parlava con Massimo Bontempelli di un articolo smaccatamente antifascista, apparso su “Paris soire”. Come Pirandello, in fondo, tutti gli intellettuali italiani, quelli già arrivati alla notorietà, partecipavano con riluttanza alle feste fasciste; ognuno di loro voleva diversificarsi dalla numerosa schiera degli artisti che seguivano ufficialmente il regime, per lo più solo degli arrivisti, personalità mediocri e poco lungimiranti. Achille Campanile definiva i ricevimenti fascisti delle volgari buffonate e quando incontrava a queste feste altri artisti, ci teneva a sottolineare: - Mia moglie è voluta venire per forza; sai come sono le donne!- Ma va’! che sei venuto da Teruzzi perché credevi di incontrarci Vittorio Mussolini, per quella tua famosa idea cinematografica! Insomma, tutti erano antifascisti, ma tutti accettavano i riconoscimenti che il fascio sapeva dare a chi li meritava. Solo l’attore Sergio Tofano era un’antifascista che si faceva i fatti suoi; non si dava arie a vanvera; non faceva conoscere il suo pensiero, e questo non per vigliaccheria, ma per un’intelligente disamina della situazione politica, che non prevedeva rapide conclusioni. Era uno di quegli uomini che, finita la lotta giornaliera per la sopravvivenza materiale e intellettuale, amava rifugiarsi in famiglia. Un uomo stoico, ironico, triste. I cancelli si aprono per un ultimo arrivo. I paesani curiosi sono ancora in sosta a guardare la festa, appesi alle inferiate dei recinti come prigionieri. Le luci di difesa, proiettate in fuori, colgono nei loro volti, spettralmente illuminati, febbrili espressioni di stupore. Molti sono i morti da spettacolo gratuito! Quanti salgono lesti come scimmie sui muriccioli, sugli alberi, sui tetti, per guardare gratuitamente uno spettacolo o l’arrivo di qualche diva del cinema. Oliva, la moglie di un nostro giardiniere, cadde dal muretto della “Arena Littorio” per vedere gratuitamente i burattini! «Una donna di quell’età arrampicarsi lassù come una ragazzina!» commentava la gente che non era morta mai di spettacolo gratuito. Mariuccia Dominiani, una bionda in viola, una soubrette che furoreggiava a Roma al “Teatro Valle”, con grandi labbra molli dipinte, va incontro a due nuovi arrivati, Pierfrancesco Nistri e Luchino Visconti; due “belli d’epoca” venuti dal Forte dei Marmi, una spiaggia in voga, ma meno selezionata di Castiglioncello. «Alt! Alt! Indietro!» Ordina l’ascaro Alì alla folla di curiosi che, vista la bellissima Bugatti bianca di Luchino, si era fatta ardita a penetrava all’interno, per ammirare la macchina. Un gioiello di meccanica e di linea di cui Bugatti ne costruirà solo 7000 esemplari in tutto il mondo. Teruzzi accorre al trotto, la visita lo onora. La nobiltà era quasi tutta restia al fascismo - non per convinzione politica, per superiorità, per intelligenza - si trattava semplicemente di una questione di gusto. L’italietta di Mussolini, malgrado io le abbia voluto molto bene, bisogna riconoscerlo, era davvero poco chic! «Un branco di cafoni con quelle orrende divise!» dicevano. Più che ad altri, Mussolini, fisicamente solido, aitante, rude, piaceva al popolo, quello che l’avrebbe poi ucciso e ne avrebbe profanato il cadavere! Mio padre, per niente mondano, solo giocatore, non degna nemmeno di uno sguardo tutto quell’andirivieni di gente, e seguita a perdere con monotonia. La serata sta per finire, si è fatto molto tardi. La servitù sbadiglia negli angoli, non più tanto discretamente, perché sa di doversi preparare ad un’ultima fatica: assistere ai preparativi per il riposo dei signori, seguirli fin nella loro camera da letto, aiutarli a spogliarsi e prendere ordini fino all’ultimo momento. Le solite cameriere, puntuali come gli uccellini degli orologi a cucù, tornano a sostituire i posacenere ai tavoli da gioco, questa volta però con un occhio rivolto alla porta di casa. Intanto, papà aveva cominciato a perdere a rotta di collo. Un pericolosissimo poker in quattro. Una pingue signora del varesotto, con il sudore sopra il labbro superiore ed il senso del denaro negli occhi freddi, orlati di rimmel, Max, un avventuriero, il generale Ulisse Jori, un uomo ricchissimo ed abile che, per un incidente alla mano, si era fatto costruire, nientemeno che da un maestro liutaio, un apparecchio in legno per reggere le carte, e mio padre, un giovane leggermente psicopatico, con carenze affettive, ovvero la vittima designata. La pista da ballo, discretamente illuminata da luci schermate con palloncini cinesi di tutti i colori, ora è deserta, e gli orchestrali stanno lentamente riponendo i loro strumenti. «Al tavolo da gioco qualcuno è cotto! » commenta un cameriere che conosce mio padre per averci giocato a “scopetta” dal Deri, il bar della piazza. La partita a poker è finita; si fanno i conti. Grandi biglietti da mille sfarfallano, odorosi di cassaforte. Papà consegna un “pagherò”, veramente si tratta di un “pagherà mia madre”, ma è accettato. (Sintesi da "Bella marea" di Viviana Molinari-Serarcangeli Editore) |
| Foto 13-14 L’intuizione e l’idea di uno spettacolo per bambini che promuovesse musica a loro dedicata, fu di Gino Tortorella nel 1959. Il progetto fu sviluppato in occasione del “Salone del Bambino”, in quell’anno tenutosi a Milano. La canzone “Lettera a Pinocchio”, ha conosciuto una straordinaria fortuna ed è memorabilmente interpretata da Johnny Dorelli. Tortorella, che già interpretava il ruolo del Mago Zurlì nel programma “Zurlì, il mago del giovedì”, strutturò la prima edizione come successione di momenti rievocativi (cori qualche libera interpretazione) della favola di Pinocchio, sino al momento in cui in scena si faceva rivivere la nascita dell’albero degli zecchini d’oro, da cui il nome. La rassegna doveva favorire la creazione di canzoni per bambini, cioè stimolare l’impegno dei compositori a realizzare opere destinate al mondo dell’infanzia. I ben notevoli risvolti economici della manifestazione sono ovviamente stornati verso finalità di solidarietà. (Da "Alando" n°1 giugno 2008 - Per gentile concessione di Giacomo Cantini Ediz.. Comiedit scaricabile dal sito) |
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