E' un fatto curioso e singolare come la zona conosciuta con il nome
"Spiagge Bianche", colore dovuto agli scarichi a mare di carbonato di
sodio della Sodiera Solvay, portasse questo nome anche in passato. Infatti nell'alto Medioevo,
in epoca longobarda, in questi ambienti venne edificata una struttura
cilindrica che poteva essere una cisterna, tuttora visibile a S. Gaetano.
Col passare dei secoli questa costruzione fu utilizzata come calcara, cioè
forno per la produzione della calce ricavata dai materiali marmorei di
parti delle strutture degli edifici termali. Questo materiale di colore
bianco fu la "pietra bianca" che dette il nome ad un botrello che nel
tempo passato scorreva nella zona. Questo nome si estese a tutta la
località e alla spiaggia antistante. Ieri come oggi quindi a determinare
l'aspetto della zona sarebbero stati gli inerti di carbonato di calcio.
(Arch. Milanesi e R. Branchetti) |
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Ecco invece la versione del dott. Giuliano
Bramanti
Questa pineta, che con la spiaggia bianca non ha niente a che vedere,
prende il nome da un immenso lastrone di pietra bianchissima che si trova
nel podere di San Gaetano, a ridosso della pineta stessa. Questa pietra,
messa lì chissà quando e da chi, e che ho visto da ragazzino quando con
la mia biciclettina accompagnavo il babbo nel suo giro di visite, ora non
è più visibile e quasi nessuno ne conosce l’esistenza.
Turismo pionieristico. Eravamo a cavallo degli anni Quaranta-Cinquanta e
all’inizio della ripresa economica italiana. Erano anche gli anni
dell’inizio “pionieristico” del turismo. Si cominciavano a vedere
piccole tende di stranieri, spartanamente organizzate, sparse qua e là
nella zona più bella e boscosa del nostro comune: la “pineta della
pietra bianca”. La spiaggia bianca. Quel tratto di arenile invece,
conosciuto curiosamente come “spiaggia bianca” per la bianchezza della
sabbia e il verdastro del mare, si è formato in questi anni per
l’accumulo dei residui della polvere di carbonati di calcio emessi da un
fosso di spurgo che, come borotalco in sospensione, si disperde in mare e
si spinge verso la riva per le correnti di maestrale.
I camping. La fine degli anni Cinquanta e
l’inizio dei Sessanta segnarono poi l’incremento del turismo con la
nascita a Vada dei primi impianti ricettivi: i famosi, “campinge”,
cosi chiamati dalla popolazione locale che fortunatamente ancora ignorava
l’inglese. I primi due camping nacquero proprio nella bellissima pineta
della Pietra Bianca: “I due Giolli” nel 1960 e “Il Tirreno” nel
1964. Il primo fondato dai soci Perini ed Elmi, il secondo da Nello
Francalacci, tutti e tre amici miei che mi fecero l’onore di eleggermi a
medico curante delle due strutture dopo che avevo terminato il mio primo
incarico di medico nel penitenziario di Pianosa con lo stratosferico
stipendio di 30mila lire mensili ed ero rientrato a Vada nel mio studio
privato di medico generico e pediatra.
La pineta era ancora la stessa della mia infanzia, ricca del fitto
sottobosco di ginepri e conifere cipressine di legno rossiccio con foglie
cupe sempreverdi, minute e fitte sui sottili ramoscelli, ricche di bacche
nero-azzurrognole e coccole verdi dall’odore e profumo fortemente
resinoso e così fitte da impedirne il passaggio, giace ormai nella
memoria delle persone della mia età.
Addio sottobosco. Gli alti pini dai
grandi ombrelli ci sono sempre. Magari mezzi sbertucciati e spelacchiati,
ma ci sono sempre. Però il meraviglioso e profumato sottobosco non esiste
più. Al suo posto larghi spiazzi desertici, e non di gente perché di
quella ce n’è anche troppa, ma desertici di cespugli, viluppi e
pianticelle. Ora i due
campeggi non ci sono più. Sono stati chiusi negli anni Novanta per la
presenza del bombolone, come è chiamato onomatopeicamente dalla gente, il
quale era considerato pericoloso per queste due strutture. da "Il
Tirreno" del 5-5-2006 |