Rosignano Marittimo ieri

Acquabona 1915, cave Solvay di calcare in pieno sfruttamento. Il calcare frantumato raggiungeva lo stabilimento con una teleferica appositamente costruita, un pilone è visibile in primo piano con i carrelli sospesi sulla sinistra. Sullo sfondo ed in basso binari a scartamento ridotto con carrelli per la movimentazione del calcare verso il punto di raccolta e frantumazione.

   Rosignano ha sempre avuto la sua pietra, il «Calcare di Rosignano», formatosi nel Terziario (Miocene superiore) quando in corrispondenza del sito in cui fu costruito il paese si era impostata una scogliera corallina, una specie di atollo circondato dal mare. Questa pietra resistente, non troppo pesante, di un gradevole colore bianco-opaco e, al tempo stesso, vivace per i disegni dei fossili che contiene, si trova in opera in genere nelle strutture inferiori del borgo antico che doveva esserne completamente costruito. Oggi non è più usata, malgrado vi siano grandi cave completamente abbandonate e di facile accesso, residuo dello sfruttamento che ne fece la Società Solvay all’inizio della sua attività a Rosignano. In passato questa pietra fu usata anche a Castelnuovo e a Colognole che ne avevano delle cave vicine. A Livorno trovò una larga applicazione nelle opere della prima metà del XIX secolo. (Da: "Il Capitanato Nuovo di Livorno" di Renzo Mazzanti)

  La Società Solvay, protesa alla ricerca della pietra calcarea, operò accurati sondaggi nella località già nel maggio del 1912, con risultati molto soddisfacenti. Pertanto il 27 aprile 1913 acquistò da Emilio Monti, per la somma di 45.000 lire, la prima area utile per gli scavi. Vennero alcuni operai a spianare il terreno e frequentarono l'osteria, che tornò gradatamente ad animarsi. Alla ditta Rotigliano furono affidati i lavori per la costruzione delle prime due case, commissionate dall'Azienda belga mentre già era allo studio il progetto della teleferica, per portare la pietra al nuovo stabilimento. Più tardi dopo la guerra, iniziò la costruzione della casa del capo-cava, signor Mannocci. Quando la fabbrica iniziò la produzione si lavorava all'Acquabona dieci ore nei giorni feriali, sei ore la domenica, a forza di piccone e pala. Nel 1917 la forza-lavoro era di circa cinquanta persone, fra minatori, caricatori, addetti alla torre, addetti alla tramoggia, manovali, apprendisti e donne. La paga media era di 35 centesimi l'ora più 75 centesimi di carovita al giorno, con eccezione per gli apprendisti e soprattutto per le donne, la cui paga oraria era di soli 17 centesimi. Gli operai mangiavano pane e cipolla sul posto di lavoro. Solo di primo mattino, qualche volta, e soprattutto al tramonto, andavano a bere un bicchiere di vino per colmare l'arsura. Quando la guerra finì e la produzione dello Stabilimento si fece più massiccia, cominciarono a scatenarsi le prime battaglie sociali. La scintilla della più grave e più lunga agitazione operaia nella storia della Solvay, si accese appunto all'Acquabona. Avvenne il 17 dicembre 1919. Quel giorno ebbe avvio lo sciopero dei 62 addetti alle cave, che trascinò, poi, gli altri dipendenti della Società e provocò la serrata della fabbrica e mesi di miseria. La vertenza trovò finalmente il suo blocco solo nell'aprile del 1920, dopo quasi cinque mesi. Le cave dell'Acquabona ebbero il loro periodo di maggior sfruttamento negli anni dal 1924 al 1928. Impiegarono fino a 500 operai, poi la cava perse di importanza, mentre veniva avviato lo sfruttamento delle assai più ricche cave di San Carlo. Nel 1930 rimanevano solo 66 persone e l'anno seguente era praticamente chiusa. (Sintesi da "Sale e Pietra" di Celati-Gattini) (Vedi anche Rosignano Solvay/La fabbrica)

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