Rosignano ha sempre avuto la
sua pietra, il «Calcare di Rosignano», formatosi nel Terziario
(Miocene superiore) quando in corrispondenza del sito in cui fu
costruito il paese si era impostata una scogliera corallina, una
specie di atollo circondato dal mare. Questa pietra resistente,
non troppo pesante, di un gradevole colore bianco-opaco e, al
tempo stesso, vivace per i disegni dei fossili che contiene, si
trova in opera in genere nelle strutture inferiori del borgo
antico che doveva esserne completamente costruito. Oggi non è più
usata, malgrado vi siano grandi cave completamente abbandonate e
di facile accesso, residuo dello sfruttamento che ne fece la
Società Solvay all’inizio della sua attività a Rosignano. In
passato questa pietra fu usata anche a Castelnuovo e a Colognole
che ne avevano delle cave vicine. A Livorno trovò una larga
applicazione nelle opere della prima metà del XIX secolo.
(Da: "Il Capitanato Nuovo di Livorno" di Renzo
Mazzanti) |
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La Società Solvay, protesa
alla ricerca della pietra calcarea, operò accurati sondaggi nella
località già nel maggio del 1912, con risultati molto
soddisfacenti. Pertanto il 27 aprile 1913 acquistò da Emilio
Monti, per la somma di 45.000 lire, la prima area utile per gli
scavi. Vennero alcuni operai a spianare il terreno e frequentarono
l'osteria, che tornò gradatamente ad animarsi. Alla ditta
Rotigliano furono affidati i lavori per la costruzione delle prime
due case, commissionate dall'Azienda belga mentre già era allo
studio il progetto della teleferica, per portare la pietra al
nuovo stabilimento. Più tardi dopo la guerra, iniziò la
costruzione della casa del capo-cava, signor Mannocci. Quando
la fabbrica
iniziò la produzione si lavorava all'Acquabona dieci ore nei
giorni feriali, sei ore la domenica, a forza di piccone e pala.
Nel 1917 la forza-lavoro era di circa cinquanta persone, fra
minatori, caricatori, addetti alla torre, addetti alla tramoggia,
manovali, apprendisti e donne. La paga media era di 35 centesimi
l'ora più 75 centesimi di carovita al giorno, con eccezione per
gli apprendisti e soprattutto per le donne, la cui paga oraria era
di soli 17 centesimi. Gli operai mangiavano pane e
cipolla sul posto di lavoro. Solo di primo mattino, qualche volta,
e soprattutto al tramonto, andavano a bere un bicchiere di vino
per colmare l'arsura. Quando la guerra finì e la
produzione dello Stabilimento si fece più massiccia, cominciarono
a scatenarsi le prime battaglie sociali. La scintilla della più
grave e più lunga agitazione operaia nella storia della Solvay, si
accese appunto all'Acquabona. Avvenne il 17 dicembre 1919. Quel
giorno ebbe avvio lo sciopero dei 62 addetti alle cave, che
trascinò, poi, gli altri dipendenti della Società e provocò la
serrata della fabbrica e mesi di miseria. La vertenza trovò
finalmente il suo blocco solo nell'aprile del 1920, dopo quasi
cinque mesi. Le cave dell'Acquabona ebbero il loro periodo di
maggior sfruttamento negli anni dal 1924 al 1928. Impiegarono fino
a 500 operai, poi la cava perse di importanza, mentre veniva
avviato lo sfruttamento delle assai più ricche cave di San Carlo.
Nel 1930 rimanevano solo 66 persone e l'anno seguente era
praticamente chiusa.
(Sintesi da "Sale e Pietra" di
Celati-Gattini) (Vedi
anche Rosignano Solvay/La fabbrica) |