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Rosignano
Marittimo
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L'antica trattoria dell'Acquabona sulla SS 206 Emilia |
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Prima delle Ferrovie i
viaggi si effettuavano con le diligenze, le quali recavano da un
paese all'altro anche la posta. Così in un certo tempo la posta di Pisa, per Rosignano, faceva capo all'Acquabona, all' Osteria di Giuseppe Zanobini detto Geppe Santo (l'altra si trovava a Caletta), rimasto celebre per le sue eccentricità, non sempre di buona lega come narrato più avanti. Durante il periodo dello sfruttamento della cava da parte della Solvay (1914-1928), l'osteria era tornata agli antichi splendori, rinnovata e piena di animazione. Tavoli moltiplicati e ressa giorno e sera. Porzioni saporite ad abbondanti. Oggi l'Acquabona è un tranquillo agglomerato di case in fondo alla salita che lo collega al paese di Rosignano M.mo, poste lungo la strada a monte del piazzale lungo la Via Emilia. Si riconosce lo stile dei palazzoni Solvay. Non molto è rimasto visibile della frenetica attività della cava di inizio '900, ma nel vasto e ben tenuto parco che si estende alle spalle delle abitazioni è possibile ritrovare gli aspetti tipici della cava, con ampie caverne abitate dagli sfollati in tempo di guerra. Oggi è anche la sede attrezzata dell'Associazione Arcieri Sei Rose di Rosignano. È rimasta l'Osteria, frequentatissima. Le diligenze dell'Ottocento e i barrocci dei primi decenni del nostro secolo hanno lasciato posto agli autocarri. I «Tir», a pranzo e cena, riempiono il vasto piazzale. Si sa che dove si fermano i camionisti si mangia bene. Qui sotto la storia... |
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Acquabona, la nascita della trattoria nell'800 «Geppe Santo» portava gli orecchini, due cerchi d'oro. Gli pendevano ai lati del gran viso barbuto. Aveva le mani piene di anelli, tutti di pregio, frutto delle sue imprese di brigante. Eppure questo omaccione che incuteva paura soltanto a guardarlo, lasciò a tempo opportuno la strada e le ruberie. Lasciò tabarro e cappellaccio nel capanno della macchia del «Malandrone», ma conservò gelosamente il fido schioppo «a tromba». Lo tenne, a ricordo e monito, nella casa colonica che acquistò all'Acquabona e che ripulì, abbellì, ampliò, costruendovi anche una stalla capace di ospitare cavalli e diligenze. Vi fece pitturare un'insegna: «Trattoria e Locanda». Pose una frasca, bella larga, tra la sommità della porta e la dicitura, e applicò all'architrave un lumino rosso, segnale di fermata. Così «Geppe Santo», vestito di velluto nero, con una grossa catena d'oro ad attraversargli il panciotto e un ghigno soddisfatto a far capolino tra la barba, iniziò la nuova attività. Riprendiamo da «Cronache Maremmane» le tante notizie riguardanti la ristrutturazione dell'edificio, portata a compimento con cura estrema ai particolari. Sirio Saggini la descrisse in tal modo: «Di due stanze al piano terreno ricavò uno stanzone, perché buttò giù la parete divisoria; lì, mise un banco di mescita, sette od otto tavolini e una ventina di sedie e vi adattò, bene esposti, fiaschi e bottiglie. Usò per illuminazione lumi ad olio, fatti come quelli dei barrocciai. «Nell'angolo dello stanzone ricavò una botte con la cannella pronta per spillare il vino. Pose sui tavolini i bicchieri, di quelli grandi, che si chiamavano conche, erano l'invito a bere. Lasciò com'era la scala per andare di sopra, ma abbellì anche quella con un passamano e con una ringhierina di legno. «Anche di sopra, di due stanze, ne fece una grande e lì ricavò la sala da pranzo. Ci mise un grande tavolo lungo, rettangolare, per dieci persone. In un canto, ma ben visibile, appoggiò il vecchio trombone. Approntò una decina di lucerne da tavola, quelle ad olio a quattro fiaccole, di ottone lucido, artistiche, col manico e la maniglia in alto, per meglio trasportarle. La luce si irradiava nella stanza e dava riflessi quando più intensi quando meno intensi, in un gioco d'ombre e di luci che era una cosa viva, bella a vedere. Quel furbone di «Geppe» mandava su i viaggiatori di riguardo con le borse più gonfie; giù, invece, faceva fermare la gente che male accozzava il desinare con la cena...». «Trattoria-locanda», dotata anche di quattro belle camere, all'Acquabona. Qui si mangiava benissimo, come ricordano le antiche storie, ed era quasi tutto gratis. Gratis le pappardelle, i tordi allo spiedo, la lepre in salmi, il vino delle colline di Castellina, ed anche il formaggio pecorino fatto con il latte delle pecore di «Pettinagrilli», pastore di Valdiperga. «Geppe Santo» faceva pagare soltanto la salvia, usata per far rosolare i tordi. Quella salvia, però costava carissima. Di qui le rimostranze che spesso erano foriere di ritorsioni che il viandante subiva specialmente se portava con sé una borsa ben fornita. Non si sa cosa capitasse, ma nel 1901-1902, quando la vicina fattoria "Il Poggetto" per ripiantare i vigneti fece fare i nuovi “scassi” del terreno ovviamente a vanga e piccone, trovò molte ossa umane nella zona a destra della strada che porta alla casa. Solo coincidenza? Anche nei primi anni del XX secolo l'Acquabona mantenne la sua osteria, ma le caratteristiche ed il pregevole addobbo se n'erano andate insieme al suo celebre gestore. Il locale era diventato disadorno, senza più la sala da pranzo al primo piano, senza più camere. Nello stanzone a terreno erano rimasti pochi tavolini screpolati, seggiole malferme, il bancone scheggiato, e nero. Soltanto la botte, incastrata nell'angolo, si era conservata abbastanza bene. Gli avventori erano piuttosto scarsi: vi facevano tappa, come una volta, alcuni carrettieri e barrocciai e, nei giorni di festa, i pochi contadini dei dintorni. (Sintesi da "Sale e Pietra" di Celati-Gattini) (Scaricabile dal sito: "Geppe Santo dell'Acquabona malandrino e locandiere") |
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Fra storia e leggenda all'Acquabona: GEPPE SANTO
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GEPPE SANTO DELL’ ACQUABONA |
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