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Una figura mitica per Caletta, il "Pipi", Ivano figlio di Ernesto, razza Simoncini. |
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Con tanta nostalgia lo ricordiamo passare nelle giornate di bonaccia con due barche stracolme di muggini (al limite dell’affondamento), una al traino dell’altra, con il fido cagnolino, di vedetta a prua della prima imbarcazione. Erano altri tempi (anni ‘60-’70) e certe “pescate” oggi sono solo un ricordo. Purtroppo, la rarefazione e il depauperamento delle risorse ittiche locali in questi ultimi anni ha ridotto notevolmente il numero dei pescatori professionisti che, con piccole imbarcazioni, operavano in questo tratto di costa. Fatti e poche parole, il carattere di famiglia, come fa capire R.Fucini nel racconto qui sotto dove il "Pipi" in questione è probabilmente il padre. In alto con il cane ed in basso mentre cala le reti nel 1980 sempre con il cane a bordo. |
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10 maggio 1955 - Ausonio Donati
pescatore di Castiglioncello, scrive a La Nazione. |
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I DENTICI DEL PIPI di Renato Fucini L'estate del 1870 (fai fai, mi ricordo d'una data) la passai sul mare a Castiglioncello, in compagnia d'una allegra brigata di amici. Castiglioncello a quel tempo era un soggiorno di paradiso, un vero deserto, dove, per pochi soldi, trovammo un assai comodo alloggio nella vecchia fattoria di Diego Martelli, poi sostituita da quel borioso castello del barone Fausto Patrone il quale, incoscientemente (diamogli questa attenuante), incominciò con la costruzione di quel tamburlano, a dare il cattivo esempio ai vandali che in pochi anni deturparono irrimediabilmente quel soggiorno incantevole, a forza, secondo loro, di abbellimenti. Si passava tutto il nostro tempo in barca o a veleggiare o a pescare. Più che altro a pescare, prendendo tanto pesce da poterne regalare, come si faceva, a tutti i poveri, i quali, avendo imparato quella abbondante miniera, vi capitavano a pigolare o la morena, o il grongo o i polpi da luoghi anche molto lontani. Una mattina eravamo a pescare le boghe verso le secche di Vada. In tempo che eravamo fermi a calare le nostre correntine, mi dette nell'occhio una barca, la quale, a un paio di miglia di distanza, se ne andava lentamente alla deriva senza che si vedesse anima viva a guidarla. La feci osservare ai miei amici, ma da prima nessuno parve occuparsene. La feci osservare di nuovo dopo qualche tempo. La barca s'era parecchio allontanata, e nessuno era comparso ai remi o al timone. Tutti furono allora presi da un vago timore e, senza esitare, salpammo le correntine, si dette mano ai remi e via a tutta forza per andare a vedere di che si trattasse. Arrivati alla barca, vedemmo nel fondo di quella un bel giovinetto, affatto nudo, disteso sopra uno strato di grossi dentici, il quale non dava segni di vita. Saltammo pronti nella barca e, con gocce di cognac stillate sulle labbra, buffate di fumo di pipa nel naso, e un po' di massaggio preadamitico, dopo molto spavento e molta fatica, lo facemmo rinvenire. Quando potè pronunziare a stento qualche parola, chiese acqua. Ne succhiò un mezzo fiasco, finì con quella di riaversi e ci raccontò. Era un certo Pipi (il nome e il cognome non l'ho mai saputo), abitava alla Caletta poco distante da Castiglioncello, ed era pescatore stipendiato dal conte Mastiani di Pisa. Ed ecco che cos'era accaduto. La sera innanzi Pipi aveva ricevuto dal suo padrone un espresso nel quale gli ordinava di mandargli più presto che fosse possibile uno o più dentici che gli riuscisse prendere, volendo imbandire un bel pesce in un pranzo di parata che aveva stabilito di dare due giorni dopo. Pipi non intese a sordo. Prese dieci filaccioni e andò la sera stessa a tenderli sulle secche di Vada, dove gli accadde poco meno che di lasciarci la pelle. La mattina di poi, tornato sul posto, scorse, attraverso l'acqua limpidissima, otto dentici, uno più bello dell'altro, che sdraiati sul fondo l'aspettavano per esser portati al pranzo del Mastiani. Sette furono facilmente tirati in barca. L'ottavo, il più grosso di tutti, richiese un lavoro lungo, faticoso, e pericolosissimo. Nel dibattersi prima di morire, s'era avvoltolato lo spago del filaccione intorno al corpo, e così aveva tirato sott'acqua, per la profondità di qualche metro, il sughero al quale era attaccato il filaccione. L'affare si presentava difficoltoso, ma Pipi, il quale aveva allora venticinque anni, non si perse di coraggio. Si spogliò da capo a piedi e incominciò a tuffarsi per veder d'agguantare il sughero. Dopo una mezz'ora di quella fatica, in uno sforzo disperato, agguantò finalmente il sughero, tirò il dentice in barca, ritornò a stento in barca anche lui, ma cadde spossato su quel magnifico letto di dentici, dove rimase svenuto per qualche tempo e dove forse sarebbe morto se non fossimo arrivati in tempo a salvarlo. Ritornato a Castiglioncello dopo una quarantina d'anni, incontrai Pipi, bello bianco, grinzoso e arrembato, e gli ricordai il fatto. Egli mi riconobbe, parve ricordarsi di tutto e mi disse sorridendo : — Eh ! — Eppure — gli dissi io allora — eppure, Pipi, se non moristi in quell'occasione, forse lo devi a me. — Lui, tocco da un profondo senso di riconoscenza, mi ripetè l'espressione — Eh ! — E se n'andò. Bisogna però conceder molto alla sua rozzezza e riconoscere che, senza saperla esprimere con parole, in fondo all'animo della riconoscenza ce ne doveva avere, e non poca, perché anche ora, quando mi vende il pesce, me lo fa pagare sempre qualche soldo di più che agli altri, e se ci ha qualche animale un po' stracco o preso con la dinamite, cerca di appiccicarmelo. Bisogna anche notare che non dimentica mai, povero Pipi, d'ingannarmi sul peso. |
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