Vada ieri/guerra e rifugi  

1944 - Arrivano gli americani - Il 442° marcia attraverso Vada, Italia (Per gentile concessione del sig. Gabriele Biagi-Castellina M.ma, che ringraziamo) Premiazione del 100° Hawaiian Battalion a Vada il 15 agosto 1944 (Arch. L.Luperini) (Arch. L.Luperini) 1944 - Parte del battaglione FEB (brasiliani) davanti a Villa Graziani comando USA. (Arch. L.Luperini) 1944 - Parte del battaglione FEB (brasiliani) davanti a Villa Graziani comando USA. (Arch. L.Luperini) 1944 - Nel mese di agosto il primo scaglione FEB di brasiliani arriva a Vada per un addestramento su nuove armi USA. Il 19 agosto visita di Churchil ed il 25 del Gen. Clark. (Arch. L.Luperini) ) Cimitero americano al Terriccio. (Arch. L.Luperini) 1944 - Arrivano gli americani, qui davanti al bar Catarsi 2016 - Operazione Herring. 2016 - Operazione Herring. 2016 - Operazione Herring. 2016 - Operazione Herring. Pannello esposto sullo stradone Belvedere. 2016 - Operazione Herring. Pannello esposto sullo stradone Belvedere. 2016 - Operazione Herring. Pannello esposto sullo stradone Belvedere. 2016 - Operazione Herring. Pannello esposto sullo stradone Belvedere. 2016 - Operazione Herring. Pannello esposto sullo stradone Belvedere. 2016 - Operazione Herring. Pannello esposto sullo stradone Belvedere. Ex stazione pompaggio Solvay abbandonata causa salinità dell'acqua. Secondo testimonianza di Furio Spinelli durante la guerra funzionava come torretta di avvistamento per l'aeroporto. (Arch. L.Luperini) Il rifugio antiaereo costruito dalla Solvay davanti al Pontile Fortino alla Bonaposta. Fortino alla Pietrabianca Fortino al limite della spiaggia (Foto L.Vannucci) Fortino al Tripesce (Foto L.Vannucci) Fortino al Tripesce - Vista interna (Arch. L.Luperini) Fortino al Mulino a Fuoco (Arch. L. Luperini) Fortino al pontile Vittorio Veneto (Arch.L.Luperini)

Tempo di guerra, rifugi costieri, operazione Herring, l'aeroporto a Vada

  Foto 1 - 2 luglio 1944 - Arrivano gli alleati con il 135° e 168° reggimento fanteria della 34.ma Divisione del generale Ryder che provengono da Cecina dopo aver liberato le sponde del fiume dalle mine tedesche, mentre i Genieri iniziavano il montaggio di ponti in legno.
                        GLI EROICI NISEI DELLA NOSTRA ZONA

I Nisei sono gli americani d’origine giapponese: con l’ordine esecutivo 9066 del Governo Americano, essi, considerati pericolosi per lo Stato, furono internati in campi di concentramento. Molti di loro, sentendosi cittadini americani, si arruolarono e furono inviati sul fronte italiano, nel 100° Battaglione Fanteria, aggregato al 442°: questi uomini erano ansiosi di dimostrare sul campo il loro valore ed il loro attaccamento agli Stati Uniti. Inizialmente, però, erano tenuti nella retroguardia.
Il primo luglio 1944, dopo aver attraversato il fiume Cecina, il 100° si mosse verso Pisa: il 2° battaglione iniziò l’assalto per spingere i tedeschi fuori dell’abitato di Castellina Marittima. Il nemico si era trincerato sull’alto di colline ben fortificate dalle quali faceva un fuoco incessante. Il soldato semplice Frank Ono rivolse la propria mitragliatrice contro il nemico, avanzò sotto la gragnola, uccise un cecchino, ma poi, colpito e privato dell’arma, si mise a lanciare bombe a mano per difendere la posizione consentendo ai compagni di riprendere a muoversi.
Improvvisamente, però, vide il comandante ed un fuciliere cadere: senza curarsi dei fuoco mortale, si lanciò in loro aiuto. Appena il plotone fu riorganizzato, egli rimase indietro da solo per coprire i compagni e tenere a bada il nemico. Gli fu concessa la Distinguished Service Cross, ma soltanto dopo la sua morte, avvenuta nel 1980, tale decorazione fu promossa a Medal of Honour, la massima onorificenza di guerra americana.
Nelle vicinanze, analogamente a Frank Ono, lo studente universitario William “Bill” Nakamura si batté per liberare il proprio plotone rimasto bloccato. Da solo strisciò verso il fuoco nemico che teneva i suoi compagni inchiodati, risalì all’interno delle postazioni nemiche per gettare quattro bombe a mano ed eliminare quella minaccia. Poi rimase indietro per coprire le spalle al plotone: all’improvviso udì nuove raffiche. Dal bosco il nemico aveva nuovamente aperto il fuoco. Strisciando, raggiunse il punto migliore per controbattere l’offensiva nemica ed interrompere l’assalto tedesco, permettendo ai compagni di mettersi al riparo sulla linea del bosco. Quando il plotone, malconcio, si radunò per rifocillarsi e curare i feriti, Bill non era tra loro: il suo corpo giaceva ancora sul campo di battaglia.
Nakamura era morto come cittadino di quella nazione che un anno prima lo aveva imprigionato nel campo di concentramento di Hunt, nell’Idaho, strappandolo dall’Università di Washington.
Era il luglio (Giornata dell’Indipendenza) del 1944, nei sobborghi di Castellina Marittima. Al Molino a Vento, il crinale della collina era di vitale importanza per il controllo di tutto il territorio circostante. Diretto ad occupare questa posizione strategica con il suo plotone, il sergente Tanouye, si accorse, però, che cinque nemici avevano allestito una postazione d’artiglieria. La collina, brulla, non permetteva alcun riparo: strisciando, da solo, avanzò lentamente, ma fu individuato da una seconda postazione nemica che aprì il fuoco su di lui. Rispose al mitragliamento nemico riuscendo ad eliminare gli uomini della seconda postazione.
Incurante delle esplosioni attorno a lui, cominciò a lanciare bombe a mano sulla collina. Ferito ad un braccio, strisciò verso il fossato dove i tedeschi si erano piazzati. Fece fuoco finché terminò le munizioni. I compagni, dietro il suo esempio, riuscirono, finalmente, a strappare al nemico il controllo della cima strategica. Organizzata la difesa della collina, poté farsi medicare. Continuò a combattere ancora per il paese che amava e morì in terra straniera. Ai genitori fu consegnata la Medaglia d’Onore: al tempo del suo comportamento eroico, pregavano per il figlio, nato a Los Angeles, e che con loro era stato internato nel Rohuer Relocation Camp.
Lo stesso giorno, il 7 Luglio, i soldati veterani del 100° stavano combattendo vicino a Castellina. Ogni centro abitato era un pericoloso campo di battaglia poiché le macerie delle case di pietra fornivano ai tedeschi posizioni fortificate e mimetizzate: sebbene, infatti, la guerra continuasse ad essere combattuta sulle strade e sui monti, alcuni degli scontri più pericolosi si svolsero nei centri abitati.
Kaoru Moto stava battendosi in una di queste battaglie di casa in casa, quando una mitraglia aprì il fuoco. Spintosi con cautela in avanti, distrusse la postazione nemica. Quando un altro tedesco fece fuoco contro gli avaiani della 442, Moto, strisciando, riuscì ad aggirare la posizione nemica, sorprendendolo e catturandolo.
Col prigioniero a rimorchio, si pose vicino ad una casa che, secondo la sua opinione, il nemico avrebbe tentato di occupare come punto d’osservazione. Ben determinato a respingere qualsiasi tentativo in proposito, mentre sorvegliava l’edificio, fece saltare un’altra mitraglia. Ferito da un cecchino che sparava da un altro cumulo di macerie, bendatosi, fece ritorno al plotone. Il suo superiore gli ordinò di farsi curare al pronto soccorso: avendo, però, notato una postazione nemica vicino alla strada, sparò sui due tedeschi, li ferì e, strisciando, li accerchiò e li fece prigionieri. Sopravvisse e fu decorato con la Distinguished Service Cross, ma morì otto anni prima che fosse trasformata in Medaglia d’Onore.
Un altro esempio di gran coraggio e di sprezzo del pericolo fu il sergente Kazuo Otani: il 15 luglio il suo plotone fu bloccato in un campo di frumento alla Pieve di Santa Luce. Ordinò ai suoi soldati di strisciare al coperto di un vicino dirupo e, per dimostrare loro come fosse possibile, sotto una gragnola di proiettili nemici, dopo aver ucciso un cecchino, effettuò la manovra. Da lì si espose al nemico facendo fuoco per coprire i suoi uomini. Quando parte del plotone ebbe raggiunto il riparo organizzò la difesa e ritornò indietro per incoraggiare i soldati rimasti asserragliati nel campo. Vedendo uno dei suoi colpito, si espose completamente al fuoco nemico per raggiungerlo e portarlo al riparo: mentre stava provvedendo al primo soccorso, cadde ucciso. Anche a Kazuo fu attribuita alla memoria la Medaglia d’onore.
Dopo tre settimane di difficili combattimenti, finalmente Livorno fu liberata.
Il 100° fanteria marciò fin dentro la città, preceduto soltanto dal generale Mark Clark con la sua jeep. In tutta la campagna Roma-Arno, i nipponici seppellirono 239 loro fratelli, rappezzarono le ferite di 972 e ricordarono nelle loro preghiere i 17 uomini dispersi durante le azioni. Il loro eroismo, veramente invidiabile, fu elogiato da tutti.
(Da:"Dalle AMlire all'Euro" di Mancini-Gattini 2004)
Foto 2 - Dopo la conquista del porto di Piombino l'obbiettivo prefissato dal IV° Corpo d'Armata Americano era quello di proseguire celermente lungo il litorale in modo da raggiungere la città di Livorno che con il suo porto rappresentava una tappa fondamentale per l'approvvigionamento di materiali, mezzi ed armamenti in previsione del futuro attacco alla temutissima Linea Gotica (la Grun Line). Per questo fu incaricata la 34^ Divisione che con il supporto di alcuni reparti aggregati, se ne fece carico combattendo in prima schiera. I combattimenti che seguirono per la conquista del territorio Livornese e della città di Livorno furono i più sanguinosi e cruenti sostenuti dalla Divisione durante tutta la campagna d'Italia. Le operazioni ebbero inizio il 26 giugno. Lungo il litorale il 133° Rgt fu comandato in avanguardia seguito dal 168° Rgt mentre il 135° Rgt fu posto di riserva. Il 442°Rgt fu incaricato di aprire la strada verso l'interno delle colline Livornesi e lungo la strada per Sassetta, sul colle Belvedere, i Nisei ebbero il loro battesimo di fuoco. Contrariamente ad ogni aspettativa, in un paio di ore di accanito combattimento, questi sottovalutati soldati riuscirono a distruggere un intero battaglione di SS catturando diversi prigionieri e una grande quantità di materiale. Le perdite tedesche ammontarono a 178 caduti, 20 feriti e 86 prigionieri. Fu catturato molto munizionamento, dei pezzi di artiglieria, 3 carri armati, alcuni mortai, 4 mitragliatrici, 2 bazooka, dei camion e delle camionette. Per il comportamento tenuto in battaglia e per il prestigioso risultato raggiunto il 100° Battaglione si guadagnò la Citazione Presidenziale d'encomio che gli venne conferita successivamente a Vada il 15 agosto 1944. (Dal forum: La 34^ Divisione Americana da Salerno alla linea dell'Arno).
                                       Il campo di aviazione

 

          

Dopo il passaggio del fronte, nella zona compresa fra il torrente Tripesce e l'attuale via della Torre, fu costruito dagli americani il campo di aviazione. Occuparono i campi dei poderi abitati dalle famiglie Buti e Caciagli, di proprietà del signor Baracchini e di seguito Facchini; e i campi dei poderi abitati dalle famiglie Donati, Orlandini e Orzalesi, di proprietà dei fratelli Rozzi. Questo podere era abitato, all'epoca, dalla famiglia Gianfaldoni fino al 1945 e dalla famiglia Miliani dal 1945 al 1961. Il campo quindi, fu costruito a poche centinaia di metri più a nord del torrente, per evitare l'alta vegetazione presente lungo le sponde del Tripesce, a destra dello stradone Belvedere, poiché a sinistra correva la ferrovia. Vi era una sola pista di atterraggio con ai lati, gli spazi per far sostare gli aerei. Fu per tutti strabiliante, la velocità e l'efficienza con la quale gli americani costruirono il grande campo di aviazione. Per far spazio al campo venne rasa al suolo la casa della fattoria dei fratelli Ferri, che era stata costruita da poco. Qui a Vada, non avevamo mai visto quei macchinari prima di allora: ruspe, caterpiller, camion. In breve tempo fu stesa e pressata la massicciata con materiali derivati dalla lavorazione della Solvay che consisteva in grossa ghiaia, impastata con altro materiale. Poi, in men che non si dica, venne apprestata la pista, lastricando la massicciata con grandi lamine di metallo tutte forate per alleggerirle, spesse alcuni millimetri, incastrate tra loro. Andavamo a guardare i lavori, affascinati. La costruzione di quel campo aveva portato improvvisamente nella nostra zona, ancora tradizionalmente contadina, una tecnologia davvero avveniristica! I militari abitavano in tende allestite intorno al campo. Gli americani installarono alcune tende anche sull'aia della famiglia Miliani. I Miliani, all'epoca, abitavano ancora nel podere di fronte alla casa cantoniera in prossimità del passaggio a livello, presso il ponte sul torrente Tripesce; il passaggio a livello fu chiuso negli anni 60, quando fu costruito il cavalcavia sulla ferrovia.
(Sintesi da: Quaderni Vadesi 12 - Autori vari)
Il teatro di guerra fu allestito sul nostro territorio nel 1945, e vi operava l’885° squadrone di bombardieri aerei statunitensi, cui era stata affidato il compito di supportare la resistenza francese, italiana e jugoslava con missioni speciali e infiltrazione di agenti segreti. Lo imprese audaci della squadriglia sono ancora poco note per il vincolo di segretezza con cui operava, venuto meno di recente. Oggi l’accesso agli archivi americani e inglesi ha permesso di ricostruire le vicende dello squadrone 885°, che fornì un contributo decisivo per la sopravvivenza di molte unità partigiane. Nel corso della liberazione dell’Italia la base della squadriglia fu stabilita a Brindisi nel 1944 e a Rosignano nel 1945, dove rimase fino alla fine del conflitto. Qui dal 20 marzo 1945 operò dalla base aerea situata a Vada tra il torrente Tripesce e lo Stradone della Torre, con la pista parallela allo Stradone Belvedere, da cui partivano le incursioni dei quadrimotori Consolidated B-24 Liberator. Il comandante, colonnello Monro MacCloskey, istituì il quartier generale al Castello Pasquini, e ordinò al contingente di accamparsi nella pineta Marradi a Castiglioncello.
                         

Foto 20
: E' ancora lì con gli ingressi murati, ed era il rifugio antiaereo ben nascosto dai pini, costruito dalla Solvay davanti al Pontile per i dipendenti e loro famiglie abitanti nel villaggio adiacente, ma aperto anche a chiunque facesse in tempo a raggiungerlo dopo l'allarme.  
            
                             
Il rifugio ed il Pontile Vittorio Veneto di Marisa Zastin
La Solvay aveva costruito un rifugio, presso il cimitero. Quando arrivavano gli aeroplani si scappava lì. Ricordo ancora la paura. Mio fratello ed io, ci prendemmo anche la pleurite...Nel '44 le incursioni aeree alleate che miravano a colpire la stazione ferroviaria e il pontile Vittorio Veneto erano frequentissime, di giorno e di notte. Ricordo che più di una notte ci siamo rifugiati dentro la Torre di Vada e si dormiva tutti in terra. Veniva lì anche il nostro nuovo parroco, don Vellutini. Il pontile fu danneggiato più volte e riparato dai tedeschi. Quando poi fu colpito e mezzo distrutto, la nostra casa che era accanto, dentro ai suoi cancelli, fu bombardata gravemente: restò in piedi la mia camera...Il 25 giugno 1944, i Tedeschi, prima di lasciare il paese, cacciati dall'arrivo degli alleati, fecero saltare quello che rimaneva del pontile.
(Da: Quaderni Vadesi 12)
Foto 21: Fortino alla Bonaposta. Queste difese antisbarco erano presenti lungo tutta la costa sabbiosa da Vada verso sud allo scopo ingenuo quanto inutile di contrastare il temuto sbarco del nemico.
Foto 22:
Fortino alla Pietrabianca. Oggi queste strutture sono semisommerse, ma durante la guerra erano posizionate nella parte alta della spiaggia. Ulteriore dimostrazione di quanto sia avanzata la linea di battigia.  (Foto G.Zanoboni)
                                           
I fortini costieri
Foto 21-27: Ne
lla primavera del 1944 con l’approssimarsi della minaccia rappresentata dalla Va Armata americana, il Genio dell’esercito tedesco, che già presidiava il territorio, provvide a realizzare oltre una dozzina di bunker nella zona fra Vada e Cecina, costringendo grazie alla Tod diversi civili italiani a lavorare duramente alla loro costruzione. Varie furono le tipologie di bunker approntati: da quello in acciaio, una specie di grosso cubo con la metà inferiore interrata e la superiore sormontata dalla torretta di un carro Panther, a quelli in cemento armato, sia di piccole dimensioni (modello Tobruk) in grado di ospitare uno o due soldati ed armati con mitragliatrici pesanti come la temibile MG42, sia più grandi con maggiore articolazione interna, dotati oltre che di mitragliatrici, anche di cannoni. Questi “fortini” furono disposti lungo la linea costiera, dato che i Tedeschi si aspettavano uno sbarco alleato, ma quando invece, all’alba del 29 giugno 1944, la 34° Divisione americana attaccò via terra da sud, essi ebbero modo di giocare comunque un ruolo nella battaglia semplicemente volgendo le armi in quella direzione. La costruzione di questi fortilizi nella fascia litoranea della "rada" di Vada, ma anche a Rosignano M.Mo e la stesura di campi minati venne realizzata fra il gennaio ed il maggio del 1944 col concorso forzato di uomini vadesi e non, immessi nell'organizzazione tedesca della "Todt". La T.O.D.T. società ideata e organizzata dall'architetto Speer, occhio diritto di Hitler, operava in tutta l'Europa occupata, servendosi di mano d'opera coatta. La sua attività era essenzialmente di ricostruzione; ricostruzione di ponti, nodi stradali e ferroviari, moli e porti ecc. che erano stati distrutti dagli aerei alleati e che, una volta ricostruiti, erano puntualmente ribombardati. Negli anni 2000 con l'accentuarsi dei problemi di erosione, la Regione ha deciso che per motivi di sicurezza, debbano essere abbattuti.
                                          
1943 - Sabotaggi sulle strade.
                

             2016 - MANIFESTAZIONE IN RICORDO DELL’OPERAZIONE HERRING

Il 17 aprile 2016 a Vada, manifestazione in occasione del 71° anniversario dell’Operazione Herring. Alla conferenza stampa hanno partecipato per l’Amministrazione Comunale il Sindaco Alessandro Franchi e il Vicesindaco Daniele Donati, per l’ANPI il Presidente ed il Vicepresidente della sezione locale, rispettivamente Francesco Giuntini e Giacomo Luppichini nonché il Presidente provinciale, Gino Niccolai; presenti anche lo storico locale Gabriele Milani, il Capitano Antonino Giuffrida del 185° Reggimento Paracadutisti Folgore ed il Generale artigliere paracadutista Giovanni Giostra, esperto conoscitore dell’evento oggetto della manifestazione. L’Operazione Herring fu una manovra di infiltrazione e sabotaggio effettuata dalle forze alleate, a soli cinque giorni dalla fine della guerra, per accelerare il processo di liberazione di quella parte di Italia ancora soggetta al dominio tedesco. I velivoli statunitensi per il trasporto e per l’aviolancio dei paracadutisti decollarono la sera del 20 aprile 1945 dall’aeroporto di guerra di Vada per oltrepassare la Linea Gotica. Come illustrato dettagliatamente dal Generale Giostra presero parte all’operazione 226 paracadutisti, tra cui anche alcuni partigiani, a testimonianza del fatto che la lotta per la libertà ha compreso nel nostro Paese sia la Resistenza partigiana che la guerra di liberazione condotta dal territorio libero verso il territorio occupato dall’esercito.

La cerimonia si è svolta lungo lo Stradone Belvedere di Vada. Presenti un picchetto di onore ed una rappresentanza dei reparti paracadutisti, eredi dei protagonisti dell’Operazione Herring: il 185° Reggimento Ricognizione e Acquisizione Obiettivi Paracadutisti Folgore e il 183° Reggimento Paracadutisti Nembo. E' stato scoperto un pannello memoriale e deposta una corona d’alloro in onore ai 31 caduti. Hanno accompagnato la celebrazione gli interventi musicali del Gruppo Filarmonico Solvay ed un sorvolo di aerei leggeri con fumate tricolori, a cura dell’Areo Club di Capannoli. (Si ringrazia Giacomo Luppichini)
Foto 14 (testo in basso) - L'operazione Herring (aringa) fu l'ultimo aviosbarco della 2a guerra mondiale nel teatro europeo, nel corso della lotta per la libertà. Ne furono protagonisti 226 paracadutisti d'Italia delle "Centurie" di Folgore e Nembo che nella notte del 20 aprile 1945 si lanciarono sulla pianura padana occupata dai tedeschi investendo il territorio delle province di Bologna, Ferrara, Mantova e Modena. Lo scopo della missione coordinata con l'offensiva sulla linea Gotica, era quello di ostacolare la ritirata del nemico verso nord ed impedire l'allestimento di nuove linee difensive. Si trattò di un aviosbarco di incursione, fondato soprattutto sulla sorpresa, realizzato con pochi (14) velivoli da trasporto, privo di qualsiasi sostegno di fuoco aereo. I nostri paracadutisti si avvalsero delle tecniche proprie della guerra non convenzionale, colpi di mano, imboscate, sabotaggi, cecchinaggio. L'azione si sarebbe conclusa con il congiungimento con le forze amiche avanzanti e con il rientro alla base di Fiesole. La Herring si inquadra nel contesto strategico che vedeva la guerra in Europa volgere ormai ad una rapida conclusione. Inoltre erano già in corso da oltre un mese trattative per la resa dei tedeschi in Italia. L'operazione fu ideata presso il Comando dell'8a Armata Britannica, durante la stasi invernale. Il progetto iniziale, formulato in febbraio, prevedeva il lancio di un migliaio di paracadutisti, destinati ad agire per gruppi di tre o quattro elementi in cooperazione con le forze locali della Resistenza. I paracadutisti italiani apparivano i più idonei allo scopo, sia perché operavano in patria, sia perché le aviotruppe alleate si preparavano all'operazione "Varsity" che prevedeva per il 24 marzo il lancio di un Corpo d'Armata per il forzamento del basso Reno e l'invasione della Ruhr. Il progetto inglese passò al vaglio del Comando del 15° Gruppo di Armate, trattandosi di una operazione strategica che:
Coinvolgeva Forze Armate diverse (Esercito, Aeronautica) di vari paesi (Stati Uniti per gli aerei, Gran Bretagna per i paracadute, l'armamento di reparto, l'equipaggiamento, l'addestramento, Italia per il personale e le armi individuali);
Era destinata ad interessare il fronte delle Armate 5a statunitense e 8a britannica.
Le decisioni finali stabilirono: L'impiego di due "Centurie" di paracadutisti (molti meno di quanto previsti all'inizio), tutti volontari tratti dal Reggimento Nembo e dallo Squadrone Folgore; L'aviolancio con velivoli C 47; L'addestramento al lancio con paracadute britannico presso la base aerea di Gioia del Colle; Un breve corso sulle tecniche di sabotaggio e sulle demolizioni nella zona di Siena, ove operava un apposito centro; Nessun preventivo coordinamento con le forze della Resistenza.
Nello Squadrone prevalse l'assunto: "o tutti o nessuno". Gli alleati accettarono la partecipazione totale del reparto.
L'orientamento ad agire per nuclei di tre o quattro paracadutisti fu nettamente contrastato dallo Squadrone considerando che la consistenza dei nuclei era così esigua da precludere sia il conseguimento di obbiettivi di rilievo, sia la stessa sopravvivenza del personale. La "protesta" fu presentata al Comando del Gruppo di Armate che, dopo accesa discussione, accettò la proposta di elevare a una decina il numero dei componenti di ciascuna pattuglia.
La rinuncia al preventivo coinvolgimento del Corpo Volontari della Libertà, era motivata dal conseguimento della sorpresa, dalla brevissima durata prevista per l'azione e dai margini di dubbio circa la coincidenza delle zone di lancio programmate con quelle poi effettivamente raggiunte.
Nell'esecuzione, gli aerei, giunti sulla verticale del territorio ostile, incontrarono una straordinaria reazione contraerei, che determinò difficoltà nella individuazione dei punti di rilascio, aumento della velocità e diminuzione della quota di volo. Ne conseguì: il lancio in zone impreviste, distanti fino a 40 km, per due terzi della forza; esposizione per alcuni al fuoco avversario a paracadute aperto; atterraggio per altri in aree già presidiate dal nemico, con perdite immediate;
dispersione longitudinale del personale, con problemi di ricoordinamento; rinuncia al lancio da parte di un aereo con due pattuglie dello Squadrone e con lo stesso maggiore Ramsay, il "capo missione" inglese, per decisione di quest'ultimo. La decisione di Ramsay fu duramente contestata dai paracadutisti a bordo, che non gli risparmiarono minacce e chiesero dopo il rientro, ma senza successo, di ritentare il lancio comunque.
Nell'azione a terra prevalsero lo spirito di corpo, la spiccata iniziativa e le qualità psicofisiche e combattive degli uomini. I risultati si espressero in: stato di insicurezza diffuso fra i reparti avversari; migliaia di prigionieri catturati e consegnati con firma di ricevuta, agli alleati; centinaia di perdite inflitte al personale (morti e feriti); decine di automezzi e linee telefoniche neutralizzati; ponti salvati o resi inutilizzabili, secondo la situazione o la missione. un deposito munizioni fatto esplodere, località liberate e altro.
I paracadutisti pagarono un prezzo molto elevato: 31 caduti (19 della Centuria Nembo, 12 dello Squadrone F.) e 26 feriti.
I riconoscimenti in ambito alleato e nazionale furono molteplici, espressi anche dai livelli più elevati di comando.
Le ricompense al valore furono molto numerose e pregiate. Fra queste le Medaglie d'Oro al tenente Franco Bagna del Nembo e al paracadutista Amelio De Juliis dello Squadrone F.
L'operazione Herring costituisce fiore all'occhiello del Paracadutismo Militare Italiano e si inserisce nello straordinario contributo complessivo alla causa della Libertà.

             20 aprile 2018 - Operazione Herring, festa per il nuovo monumento.
Una cerimonia istituzionale molto partecipata ha reso onore ai caduti dell'Operazione Herring in località “ll Casone” a Vada, sede storica dell'aeroporto militare di Rosignano. Qui è stato inaugurato il monumento ai caduti nell'eroica impresa che precedette lo sfondamento della Linea Gotica (19-23 aprile 1945), voluto dal 185esimo Reggimento ricognizione ed acquisizione obbiettivi “Folgore" (Rrao) di Livorno, che ha celebrato nell'occasione la propria festa di corpo. Il Comune di Rosignano Marittimo, che ha promosso la commemorazione, ha siglato un Patto di amicizia con il Comune di Poggio Rusco (Mantova), rispettivamente luogo di partenza e di arrivo dell`Operazione Herring.
La commemorazione ufficiale è stata preceduta da uno spettacolare lancio dimostrativo di paracadutisti in caduta libera, grazie ad un elicottero AB412 del terzo Reggimento elicotteri per operazioni speciali (Reos). I paracadutisti si sono lanciati nel cielo terso aprendo in volo le bandiere delle istituzioni e dei soggetti coinvolti nell'operazione, accompagnati da una scia tricolore. In seguito è stato inaugurato il Monumento a tutti i caduti dell'operazione Herring alla presenza del Comandante del 185esimo reggimento: colonnello Alessandro Grassano e del generale Ivan Caruso.
Alla cerimonia sono intervenuti il prefetto di Livorno Anna Maria Manzone e il questore di Livorno Orazio D'Anna, i gonfaloni delle associazioni dei combattenti e dei comuni coinvolti, i familiari dei caduti. Nell'occasione i sindaci di Rosignano Alessandro Franchi e di Poggio Rusco Fabio Zacchi hanno siglato il "Patto di Amicizia", manifestando la comune volontà di stabilire una cooperazione duratura per favorire la conoscenza dell'impresa realizzata nell'ambito della guerra di Liberazione.
L'operazione Herring fu un'impresa storica di avvio della Liberazione: la sera del 20 aprile 1945 velivoli statunitensi decollarono da Vada con 226 paracadutisti italiani appartenenti allo Squadrone da Ricognizione Folgore (noto come Squadrone F) e alla Centuria Nembo. ll lancio avvenne sulla pianura padana occupata dai tedeschi, nelle province di Bologna, Ferrara, Mantova e Modena. ln particolare presso "Cà Bruciata" di Dragoncello, nel comune di Poggio Rusco (Mantova), si consumò un violento scontro in cui persero la vita decine di persone, portando a termine un'impresa ricordata oggi dal Monumento ai Caduti.
(QuiNewsCecina.it del 22/4/2018)

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