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LE FORNACI
La localizzazione delle fornaci rispondeva all'esigenza di contenere i
costi di trasporto sia dei prodotti finiti sia delle materie prime. Per
questa ragione si preferiva costruirle vicino ai manufatti da realizzare,
in prossimità di strade carrabili e, soprattutto, dove c'era disponibilità
di legname, acqua, argilla (per i mattoni) e pietra calcarea (per la
calce). Le fornaci riportate sui plantari del 1795 e quelle registrate nel
Catasto del 1823 sono tutte scomparse; restano testimonianze di fornaci
presenti all'impianto del Catasto Fabbricati (1876), tra le quali: a Castelnuovo della M.dia quella "da calce" di Potenti Stanislao e quella a
mattoni ("Fornace a due forni") di Cuneo Aleandro, ai Polveroni di Vada.
L’attività estrattiva nelle cave e la produzione di mattoni e calcina
nelle fornaci sembra così essere stata assai notevole nel Piano di
Livorno. Senza dubbio dovette rappresentare la maggiore attività
industriale presente al di fuori della città fino a tutto il secolo
XVIII.
La fornace di Lemmi Pellegrino
Sebbene i documenti
d’archivio non specifichino il tipo di prodotto che veniva cotto nella
fornace dei Polveroni, testimonianze raccolte in loco confermano che la
fornace produceva mattoni; del resto la sua ubicazione vicino al Fiume
Fine, dove altre fornaci di quel tipo sono state censite, non lascia
dubbi in proposito. Lemmi Pellegrino fu uno dei diciotto livellari che,
in seguito al bando del 1839, si spartirono la grande tenuta di Vada di
proprietà dell’Arcivescovato pisano. Egli fu assegnatario di tre
appezzamenti di terreno in località Polveroni, sui quali costruì quattro
edifici; uno di questi, come risulta dall’accatastamento del 1845, era
la fornace. Gli altri avevano i n° 18-19-21. Su quest’ultimo
appezzamento costruì una casa con la seguente iscrizione: “Podere de
Beveragnoli condotto a livello da Pellegrino Lemmi e dal medesimo fatta
edificare la casa l’anno d.s. MDCCCXLI”. Il Catasto Fabbricati del 1876 la censiva come “Fornace a
due forni con due stanze annesse”, con una consistenza di piani 2 e vani
5, fra le proprietà di Cuneo Aleandro. Nel 1918 l’impianto veniva
comprato da Lazzero Lazzeri e nel 1924 da Catarsi Attilio. L’opificio
era posto lungo la “Via di Vada”, sul lato sinistro della strada che
scende al guado sul Fiume Fine. Testimonianze raccolte in loco
riferiscono che la fornace già prima della guerra non era più
funzionante. Oggi l’edificio è adibito ad altri usi, ma al suo interno
sono ancora riconoscibili le due bocche da fuoco che ne provano
l’originaria funzione.(Da "Segni storici del
paesaggio rurale" di Roberto Branchetti" e da "Antiche
manifatture del territorio livornese" di Taddei-Branchetti-Cauli-Galoppini,
scaricabile dal sito) |