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MASSONERIA E
RISORGIMENTO
Quale è stato l’apporto della massoneria nelle vicende
storiche che hanno portato all'Unità? Secondo Antonio
Gramsci, la massoneria fu negli anni del Risorgimento il
partito politico della borghesia italiana. La definizione è
tratta dal discorso che il leader comunista pronunciò alla
Camera dei deputati il 16 maggio 1925 quando il governo
Mussolini presentò un disegno di legge che obbligava tutte
le associazioni, gli enti e gli istituti a «comunicare
all’autorità di pubblica sicurezza, ogni volta questa ne
avesse fatto richiesta, l’atto costitutivo, lo statuto, i
regolamenti interni e l’elenco nominativo delle cariche
sociali, oltre all’elenco dei soci». La massoneria non era
espressamente indicata nella legge, ma ne era certamente il
principale obiettivo. Le sue logge erano state l’anima laica
del Risorgimento e cellule di agitazione patriottica. Ma
erano progressivamente diventate, dopo l’Unità, i tasselli
d’una rete d’influenza che dichiarava di essere impegnata
nella creazione di una classe dirigente nazionale, ma
lavorava anzitutto a favorire le ambizioni professionali dei
suoi soci. Agli inizi del Novecento la massoneria aveva
perduto buona parte della sua reputazione e del suo credito.
Già invisa alla Santa Sede e ai cattolici per il suo
anticlericalismo, non era amata né dai maggiori
intellettuali del tempo (Benedetto Croce, Giovanni Gentile,
La Voce di Giuseppe Prezzolini), né dai nazionalisti di
Luigi Federzoni, né dai socialisti di Benito Mussolini. Non
poteva piacere, quindi, neppure a coloro che nel 1921,
durante il congresso di Livorno, avevano lasciato il Partito
socialista per costituire il Partito comunista d’Italia. Ma
Gramsci vide nella legge del 1925 un segno evidente della
strategia fascista. Mussolini voleva conquistare lo Stato e
intendeva eliminare tutti quei corpi intermedi che avrebbero
reso la sua operazione più difficile. Per contrastare tale
strategia Gramsci fece un discorso in cui parlò poco della
massoneria e molto, con qualche forzatura marxista, del
capitalismo italiano e dei suoi limiti, della borghesia e
della sua fragilità, della politica fiscale adottata nel
Mezzogiorno e dell’emigrazione di massa che ne era stata
l’effetto. Quando una voce dall’aula gridò «Parli della
massoneria», preferì affermare che il governo avrebbe dovuto
«restituire al Mezzogiorno le centinaia di imposte che ogni
anno estorcete alla popolazione meridionale». Non gli era
possibile, evidentemente, diventare l’avvocato difensore
della massoneria e rimproverare a Mussolini ciò che i
comunisti avrebbero fatto se avessero conquistato il potere.
Vide giusto, tuttavia, quando sostenne che coi massoni «il
fascismo arriverà facilmente a un compromesso». Il Grande
Oriente d’Italia, la maggiore istituzione massonica
italiana, ha organizzato eventi durante i quali si è
parlato del suo ruolo nel Risorgimento e dei molti uomini
politici italiani che furono al tempo stesso massoni e
patrioti. Ne ha certamente il diritto, anche se la sua
storia, dopo l’Unità, non fu sempre all’altezza dei meriti
che ebbe nella fase dei moti risorgimentali e della
creazione dello Stato.
(Sergio Romano-Corriere
della Sera 28-3-2011) |
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La mattina del 24 febbraio
1867 Garibaldi è arrestato a Sinalunga per impedirgli di organizzare la
spedizione per la liberazione di Roma nel timore dell'intervento della
Francia che protegge il Papa. Verrà liberato con l'obbligo di ritirarsi
a Caprera dove è sorvegliato a vista. Nove navi da guerra e numerose
imbarcazioni circondano l’isola per impedirgli di lasciarla. Tuttavia
lascerà Caprera con una fuga romanzesca. L’8 ottobre si è imbarcato sul
postale, ed è stato ricondotto indietro appena riconosciuto. Allora
organizza l’evasione, con un piano studiato minuziosamente. Finge per
qualche giorno di essere ammalato, poi il fido Gusmaroli, che gli
somiglia, si fa vedere davanti alla casa col suo abbigliamento. Gli
ufficiali che scrutano dalle navi coi cannocchiali vedono e sono
tranquilli. La sera del 14 ottobre il vero Garibaldi lascia di nascosto
la casa. Con due compagni raggiunge una caletta dove, sotto una pianta
di lentisco, si trova abbandonata una piccola imbarcazione, un
beccaccino, comprato nel 1862 da Menotti a Pisa. L’Eroe ha sessant’anni:
il corpo è indebolito dall’artrite e dalle ferite; l’animo è giovane, lo
spirito è indomito. Si stende sulla barchetta, che contiene una sola
persona. Manovra con un unico remo, come ha imparato a fare in America.
Scivola a pelo d’acqua, nel buio, giovandosi dell’ora d’oscurità che
precede il sorgere della luna. Scende nel vicino isolotto di Giardinelli,
muovendosi a fatica sul terreno accidentato. Passa a guado il braccio di
mare per La Maddalena. Si ricovera nella casa della signora Collins, che
lo attende. La sera del 15 lo raggiunge Pietro Susini col suo cavallo.
Con lui passa sull’altro lato dell’isola, dove aspettano Basso e il
capitano Giuseppe Cuneo, che in barca lo portano in Sardegna. Riposano
nello stazzo di un pastore. La sera del 16, con tre cavalli, traversano
i monti della Gallura: una faticosa galoppata di quindici ore. Alle due
pomeridiane del 17 Garibaldi incontra il genero Canzio e Andrea Vigiani,
venuti con una paranza da Livorno. S’imbarca. Il 19 notte approda a Vada,
bagnandosi e affondando nei banchi di alghe, lui che è affetto da anni da dolori artritici che lo tormenteranno
tutta la vita con attacchi violenti fino a ridurlo in vecchiaia sulla
sedia a rotelle. Pernotta
nella camera più grande della Dogana e il macellaio vadese David Morelli,
con Beppe Bello (Giuseppe Belcari)
lo portano fino a Ardenza col barroccio per poi proseguire fino a via
della Madonna a casa Sgarallino. Con lui
altri quattro compagni fra i quali il genero Stefano Canzio e Agostino
Bertagni. In carrozza, la mattina del 20 giunge a Firenze in
casa Lemmi, accolto con manifestazioni di gioia. L’incredibile fuga è
riuscita. L'operazione di liberazione di Roma si avvia, ma sarà fermata
a Mentana dalla potenza di fuoco dei nuovi fucili francesi chassepots
a retrocarica e lunga gettata che fulminano i garibaldini con un
fuoco intenso rimanendo fuori dalla portata delle loro armi antiquate.
Dopo un breve arresto non gli resta che tornare a Caprera.
(Da "G.Garibaldi" di Alfonsa Scirocco) |
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Il ruolo del Grande Oriente nell'Unità d'Italia
(prefazione del
volume: "IN NOME DELL'UOMO" di Gustavo Raffi)
1. La Massoneria italiana come organizzazione unitaria, o con
l'ambizione di diventarlo, non ha contribuito alla fase rivoluzionaria
dell'unificazione nazionale, semplicemente perché nasce dopo, anzi
coincide esattamente con la fase terminale di essa. La Loggia «Ausonia»
nasce a Torino 1'8 ottobre 1859, nel periodo politico che segue a
Villafranca e all'uscita temporanea di scena di Cavour, mentre Garibaldi
generale dell'esercito della Lega centrale freme a Rimini per invadere
gli Stati pontifici e il governo di Torino e i dittatori di ex ducati e
legazioni sudano sette camicie per tenerlo a freno. Sono i cavouriani
che pongono le basi per il ritorno al potere del conte, dopo la sua
rottura con il re. Il nucleo da cui nasce il Grande Oriente è figlio del
progetto politico di Cavour e nasce dalla ceneri della Società Nazionale
di Manin, Pallavicino e, soprattutto Giuseppe La Farina. Il La Farina
viene iniziato massone a Torino il 9 maggio 1860, e cioè mentre
Garibaldi è in navigazione verso la Sicilia, e dunque quando svolge il
ruolo di sorvegliante e avversario politico di Garibaldi, per conto di
Cavour.
2. La cultura massonica di fine Settecento, spezzettata in mille rivoli,
ma soprattutto il paradigma modernizzatore delle Logge riunite nel
Grande Oriente d'Italia durante il periodo napoleonico, e mutato in
organizzazioni segrete dal 1815 al 1859, hanno un'influenza eccezionale
nella formazione dei patrioti, ma senza un'azione politica autonoma come
quella di Giuseppe Mazzini non avrebbero portato ad alcuna iniziativa
fruttuosa, come dimostrano le rivoluzioni carbonare del 1821 e le tante
insorgenze di piccole avanguardie rivoluzionarie di sfortunati
intellettuali e patrioti nei decenni successivi. Il contributo è
tuttavia determinante in un punto: la formazione patriottica italiana,
ovvero l'appartenenza a un ideale, a un'entità non esistente, si è
consolidata in un'azione associativa e volontaristica che fonde insieme
elementi illuministici e universalistici, ed elementi tipicamente
romantici, legati alla storia e alle caratteristiche nazionali. Il
patriottismo italiano nasce dunque intrinsecamente non nazionalista,
europeista perché coltivato all'interno di ideali di persone che,
singolarmente, aderivano a sette e organizzazioni segrete che
predicavano la fratellanza universale, adattandola alla missione di
costruzione delle nazioni individuate quali spazio ottimo per
l'esercizio dei diritti individuali e collettivi, brutalmente conculcati
dopo il Congresso di Vienna. Dimostrazione e «contrario» di tale
fondamentale aspetto culturale è la constatazione del fatto che la
nascita dei nazionalismi, a fine Ottocento, avrà come corollario la
prima violenta contestazione politica antimassonica, così come
eminentemente antimassonico sarà proprio il fascismo. Com 'è noto,
Mazzini non aderì mai alla Massoneria ma esercitò un fascino e una
attrazione irresistibili per il Grande Oriente nei suoi primi anni,
fornendo molta parte delle Gran Maestranze di orientamento democratico:
Federico Campanella, Giuseppe Petroni, Adriano Lemmi, Ernesto Nathan ed
Ettore Ferrari erano prima di tutto repubblicani e mazziniani.
3. La spedizione in Sicilia del maggio 1860 non è una operazione
massonica, ma l'adesione di gran parte dei leader democratici alla
Massoneria — che ne costituirà la caratteristica culturale per diversi
decenni — è la conseguenza della spedizione. Garibaldi stesso sbarca a
Marsala che è solo un «compagno» ovvero iniziato al secondo grado della
Massoneria simbolica, per una vecchia adesione a una Loggia
all'Obbedienza del Grande Oriente di Francia a Montevideo nel 1844 (era
stato iniziato in una Loggia irregolare di obbedienza brasiliana, «L'Asil
de la Vertud», per poi essere regolarizzato nella Loggia «Les Arnie de
la Patrie» sempre nel 1844, a 37 anni). Viene iniziato al grado di
Maestro il giorno dopo la resa borbonica di Palermo, nella capitale
siciliana.
4. Molti indizi fanno presupporre che l'iniziativa di fondare una
Massoneria nazionale venga presa da Cavour (il primo Gran Maestro del
Grande Oriente d'Italia sarà infatti, brevemente, il suo fedele
ambasciatore a Parigi Costantino Nigra) per avere uno strumento di
sostegno alla formazione del nuovo Stato nazionale, una stanza di
compensazione e fidelizzazione allo Stato per la borghesia delle città,
proiettata ora su un'impresa davvero al limite delle proprie capacità.
Se la Società Nazionale — società segreta, ricordiamocelo — era stato lo
strumento di Cavour per utilizzare i rivoluzionari in esilio e
allontanarli da Mazzini orientandoli verso il suo progetto diplomatico e
di riassetto in Italia, così il Grande Oriente era progettato come
strumento della costruzione interna del nuovo Stato. E infatti le
persone sono in gran parte le stesse, La Farina, Filippo Cordova, ma
soprattutto il conte Livio Zambeccari, approdato alla Società Nazionale
dopo un lungo passato di rivoluzionario (fu Zambeccari, prigioniero nel
forte di Santa Cruz a Rio de Janeiro, a convincere Bento Goncalves, capo
della repubblica secessionista del Rio Grande do Sul, a concedere a
Garibaldi la sua prima patente da corsaro, all'inizio del 1837).
L'adesione garibaldina alla Massoneria nasce, al contrario, con un
intento di netta opposizione a Cavour. Di fatto, si costituisce un'altra
Massoneria, quella siciliana, di rito scozzese con i 33 gradi, dove
dominano i democratici e i repubblicani; simbolica a soli tre gradi
quella moderata. La cosa può destare stupore. Ma come i democratici,
illuministi, radicali e repubblicani costruiscono una Massoneria
decisamente più esoterica, mentre i moderati monarchici una a soli tre
gradi, riducendo addirittura la struttura ritualistica del Grande
Oriente di Francia? Ma certo non possiamo non tener conto degli ideali
letterari e idealistici di cui erano intrisi uomini come Garibaldi che,
ricordiamocelo, aveva come sua prima ambizione quella di essere
apprezzato come scrittore.
5. Leggiamo due testi fondamentali di Garibaldi. Il testo programmatico
della spedizione ín Sicilia, l'ordine del giorno del 7 maggio 1860, è un
documento magnifico, di natura esclusivamente etico-politica: la
teorizzazione del rifiuto di una «ricompensa» per il servizio alla
nazione, la teorizzazione della povertà individuale come condizione per
affermare l'ideale adesione alla patria e la legittimazione del
combattimento nel contesto di una guerra di liberazione. Il tono
mazziniano è, nell'ordine del giorno, funzionale a far accettare ai
compagni di avventura, piuttosto riottosi, la bandiera con lo stemma
sabaudo e il programma di mediazione, «Italia e Vittorio Emanuele». In
sostanza è un programma politico che oggi diremmo «di coalizione». Solo
il disinteresse e l'ab negazione, in fondo l'eroismo, possono far
accettare a un gruppo di rivoluzionari repubblicani la bandiera del re.
Leggiamo ora il testo che conclude idealmente la spedizione dei Mille,
venti giorni dopo la battaglia del Volturno (alla quale volle
partecipare anche Zambeccari, ormai vecchio) e quattro giorni prima
dello storico incontro di Teano. Si tratta di un documento di
eccezionale valore, spesso dimenticato nelle cronache, Alle potenze
d'Europa: memorandum. Il generale propone ai governi francese e
britannico di dar vita a una confederazione europea che punti a
costituire uno Stato unico europeo: «Supponiamo che l'Europa formasse un
solo Stato [...] e in tale supposizione, non più eserciti, non più
flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni e alla
miseria dei popoli per esser prodigati in servizio di sterminio,
sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo
colossale dell'industria, nel miglioramento delle strade, nella
costruzione dei ponti, nello scava-mento dei canali, nella fondazione di
stabilimenti pubblici e nell'erezione delle scuole che torrebbero alla
miseria e alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del
mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate
dall'egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi
privilegiate e potenti all'abbrutimento, alla prostituzione dell'anima e
della materia!». Questo testo visionario, che vagheggia gli Stati Uniti
d'Europa, nasce certamente nell'alveo del pensiero massonico, che in
quegli anni comincia a lavorare all'iniziativa che condurrà al Congresso
di Ginevra del 1867, sul movimento pacifista europeo, per costringere
gli Stati a forme di arbitrato internazionale che evitino, prevenendole,
le guerre. Il fatto che Garibaldi sarà acclamato a Ginevra presidente
dell'assemblea del 1867 per poi fuggire di nascosto e raggiungere i
volontari sulle montagne di Siena per la sventurata spedizione di
Mentana non deve stupire: la cancellazione di organismi statuali
dispotici è la premessa, nell'idea di Garibaldi, di una fase di
federazione che conduca, appunto, all'Europa unita in un solo Stato
formato da diverse nazionalità.
6. Leggendo le tristi, malinconiche cronache dei giorni seguenti la
vittoria del Volturno, quando Garibaldi dice mestamente a Jessie White:
«Cara signora, ci hanno messo alla coda!», come racconta Alberto Mario
in La camicia rossa, il generale deve aver cominciato a meditare un
progetto alternativo alla sua idea fissa dí liberare Venezia e Roma alla
guida di un esercito popolare. Un progetto al centro del quale vi era il
desiderio di prendere la guida della Massoneria italiana. Tutto ciò non
avverrà senza gravi errori politici. Ritengo infatti che nel tentare una
spiegazione dell'incredibile errore politico della spedizione
dell'agosto del 1862, quella che passa sotto il nome di spedizione di
Aspromonte, non è stata sufficientemente valutata la rabbia provocata in
Garibaldi dal fatto dí essere stato sconfitto, per due soli voti, alla
Costituente massonica del 1° marzo 1862 quando, presentatosi candidato
per la Gran Maestranza, viene battuto dal siciliano Filippo Cordova.
Ancora una volta gli allievi di Cavour e La Farina gli tagliano la
strada. Per conseguenza, immediatamente, una settimana dopo la
sconfitta, il generale accetta le proposte di Crispi che lo fa nominare
Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico
e Accettato di Palermo. In un solo giorno gli vengono attribuiti tutti
gli alti gradi massonici dal 4° al 33°. Da Caprera si sposta a Palermo,
e poi a Marsala viene pronunciato il giuramento «O Roma o morte!» e
tutto il suo stato maggiore (Bruzzesi, Ripari, Nullo e Guerzoni),
compreso il figlio Menotti, tra il 1° e il 3 luglio, viene affiliato al
rito scozzese del Supremo Consiglio di Palermo.
7. La catastrofe dell'Aspromonte, dove le camicie rosse vengono
sbaragliate dai bersaglieri del generale Cialdini, ha conseguenze di
gravità eccezionale dal punto di vista politico. La soppressione da
parte del governo della Società Emancipatrice Italiana di Agostino
Bertani, con decreti dí stampo autoritario, elimina il veicolo politico
del movimento democratico che univa garibaldini e mazziniani e anche
Cattaneo. Inizia così quel rapido percorso che porterà, per iniziativa
dei Liberi Muratori fiorentini, all'unificazione delle due contrapposte
massonerie, quella moderata di Torino e quella democratica di Palermo.
Il risultato sarà in prima battuta la breve Gran Maestranza di Garibaldi
nel 1864. In seconda battuta, una sorta di tregua generale sulla
questione istituzionale resa pubblica dal famoso discorso di Crispi di
adesione alla monarchia. L'effetto concreto di questo travaglio fu che
proprio l'adesione alla Massoneria costituì il collante principale che
rese possibile la sopravvivenza della fragilissima costruzione statuale
del 1861, dopo l'unità giuridica. Sarà un elemento importantissimo per
la formazione di una classe dirigente con elementi comuni che imparò a
coesistere in presenza di idee politiche di opposta origine.
8. La fase successiva — ben raccontata da Fulvio Conti nel suo volume
Massoneria e religioni civili (Il Mulino, Bologna 2009) — vede il Grande
Oriente d'Italia protagonista della deliberata costruzione di una
religione civile, della stessa mitizzazione dei protagonisti del
Risorgimento, attraverso una grandiosa opera diffusa in tutto il
territorio di finanziamento di statue, monumenti, lapidi commemorative
su personaggi non necessariamente massoni. Basta pensare alla statua di
Carlo Cattaneo a Milano, o a quella di Garibaldi a Pisa (opera di Ettore
Ferrari, futuro Gran Maestro). L'idea complessiva era quella — come in
tutta Europa — di costruire infrastrutture della memoria quali elementi
costitutivi del processo di nation building. Tutti questi elementi
storici sono stati rimessi a fuoco grazie a un'opera storiografica la
quale, appunto, prende le mosse dalla decisione del Gran Maestro,
Gustavo Raffi, di dare accesso agli archivi rimasti al Grande Oriente
d'Italia dalla devastazione del periodo fascista. È un merito
straordinario di Raffi aver avviato questa fase di acquisizione di dati
storici, aprendo a studiosi e ricercatori di ogni orientamento
politico-culturale, che ha trovato un momento di sintesi nel ciclo di
convegni organico, ben organizzato, capillare sul territorio che il
Grande Oriente d'Italia ha organizzato quest'anno nell'ambito delle
celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia. Per me, questi incontri sono
stati occasione di amicizia e di apprezzamento per la passione civile
con la quale ci si è applicati allo studio della storia e alla sua
divulgazione. Devo constatare che la riflessione su questi frammenti
meno noti del nostro passato, più vicini e più utili di quanto non
pensiamo normalmente, sia essenziale soprattutto per trovare la forza di
affrontare il presente. Su tutti, giganteggia la presenza enigmatica
della figura di Giuseppe Mazzini — non è un caso che anche Gustavo Raffi
nasca come mazziniano e militante repubblicano — che è l'autore più
importante, più originale e più negletto che l'Italia abbia fornito al
pensiero mondiale nel corso del XIX secolo. |