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Il monumento a Garibaldi
in ricordo dell'approdo del 19 ottobre 1867 in località Bonaposta (fra la
torre ed il pontile del Lamberti). Si trova al centro della piazza, privato della
originaria recinzione con colonnette ed inferriata.
(Vedi) |
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La fusione della parte in ghisa fu eseguita dalle
fonderie locali dei Tardy.
Il busto in bronzo è dello scultore Fantacchiotti di Firenze,
il basamento di Emilio Marcucci, l'epigrafe,
pure in bronzo è di Giosuè Carducci
che la scrisse dopo oltre un anno di insistenza di Diego Martelli,
perché stufo di fare ovunque, dediche all'eroe:
GIUSEPPE GARIBALDI
QUI IL 19 OTTOBRE 1867
PRENDEVA TERRA
FUGGITIVO OCCULTO DALLA CAPRERA
ALLA VOLTA DI ROMA
CHE EGLI RIVENDICO' ALL'ITALIA
A VISO APERTO
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La lapide in basso:
19 OTTOBRE 1967
NEL CENTENARIO
IL POPOLO DI VADA
A RICORDO
Curiosamente la sezione della
colonna del monumento è triangolare e Garibaldi volge le spalle alla
chiesa della quale è sempre stato antagonista denunciandone abusi e
soprusi. Nella realizzazione
del monumento, si è voluto mettere
in evidenza l'importanza della massoneria in tutta l'azione
risorgimentale italiana tesa all'unità del paese, ma ovviamente contro
gli interessi territoriali della chiesa. Erano massoni Giuseppe Garibaldi
(Gran maestro onorario a vita), Diego
Martelli, Giosuè Carducci ed il triangolo della colonna è uno dei
simboli massoni... |
La mattina del 24 febbraio
1867 Garibaldi è arrestato a Sinalunga per impedirgli di organizzare la
spedizione per la liberazione di Roma nel timore dell'intervento della
Francia che protegge il Papa. Verrà liberato con l'obbligo di ritirarsi
a Caprera dove è sorvegliato a vista. Nove navi da guerra e numerose
imbarcazioni circondano l’isola per impedirgli di lasciarla. Tuttavia
lascerà Caprera con una fuga romanzesca. L’8 ottobre si è imbarcato sul
postale, ed è stato ricondotto indietro appena riconosciuto. Allora
organizza l’evasione, con un piano studiato minuziosamente. Finge per
qualche giorno di essere ammalato, poi il fido Gusmaroli, che gli
somiglia, si fa vedere davanti alla casa col suo abbigliamento. Gli
ufficiali che scrutano dalle navi coi cannocchiali vedono e sono
tranquilli. La sera del 14 ottobre il vero Garibaldi lascia di nascosto
la casa. Con due compagni raggiunge una caletta dove, sotto una pianta
di lentisco, si trova abbandonata una piccola imbarcazione, un
beccaccino, comprato nel 1862 da Menotti a Pisa. L’Eroe ha sessant’anni:
il corpo è indebolito dall’artrite e dalle ferite; l’animo è giovane, lo
spirito è indomito. Si stende sulla barchetta, che contiene una sola
persona. Manovra con un unico remo, come ha imparato a fare in America.
Scivola a pelo d’acqua, nel buio, giovandosi dell’ora d’oscurità che
precede il sorgere della luna. Scende nel vicino isolotto di Giardinelli,
muovendosi a fatica sul terreno accidentato. Passa a guado il braccio di
mare per La Maddalena. Si ricovera nella casa della signora Collins, che
lo attende. La sera del 15 lo raggiunge Pietro Susini col suo cavallo.
Con lui passa sull’altro lato dell’isola, dove aspettano Basso e il
capitano Giuseppe Cuneo, che in barca lo portano in Sardegna. Riposano
nello stazzo di un pastore. La sera del 16, con tre cavalli, traversano
i monti della Gallura: una faticosa galoppata di quindici ore. Alle due
pomeridiane del 17 Garibaldi incontra il genero Canzio e Andrea Vigiani,
venuti con una paranza da Livorno. S’imbarca. Il 19 notte approda a Vada,
bagnandosi e affondando nei banchi di alghe, lui che è affetto da anni da dolori artritici che lo tormenteranno
tutta la vita con attacchi violenti fino a ridurlo in vecchiaia sulla
sedia a rotelle. Pernotta
nella camera più grande della Dogana e il macellaio vadese David Morelli,
con Beppe Bello (Giuseppe Belcari)
lo portano fino a Ardenza col barroccio per poi proseguire fino a via
della Madonna a casa Sgarallino. Con lui
altri quattro compagni fra i quali il genero Stefano Canzio e Agostino
Bertagni. In carrozza, la mattina del 20 giunge a Firenze in
casa Lemmi, accolto con manifestazioni di gioia. L’incredibile fuga è
riuscita. L'operazione di liberazione di Roma si avvia, ma sarà fermata
a Mentana dalla potenza di fuoco dei nuovi fucili francesi chassepots
a retrocarica e lunga gettata che fulminano i garibaldini con un
fuoco intenso rimanendo fuori dalla portata delle loro armi antiquate.
Dopo un breve arresto non gli resta che tornare a Caprera.
(Da "G.Garibaldi" di Alfonsa Scirocco) |
Il Calendario del
Popolo, Dicembre 1959 - Dalle "Memorie di Garibaldi"
"Sardegna - Traversata del mare
Continente
17 ottobre 1867"
... Alle tre pomeridiane dello stesso giorno si salpava
con vento da scirocco mediocre; dopo una bordata, in paranza navigava
fuori Tavolara con prora a tramontana, quarto a greco. Il 18, verso sera,
avvistammo Monte Cristo e nella notte stessa entrammo nello stretto di
Piombino. L'alba del 19 fu minacciosa, con vento forte da sud e libeccio
con pioggia. Tali circostanze favorirono il nostro approdo a Vada, tra il
canale di Piombino e Livorno. Il resto del giorno 19 si passò a Vada
aspettando la notte per sbarcare. Verso le sette pomeridiane sbarcammo
sulla spiaggia gioiosa a sud di Vada, in cinque: Canzio, Vigiani, Basso,
Maurizio ed io. Vagammo lungo tempo per trovare la strada, essendo quella
spiaggia assai paludosa; ma aiutato nei passi più difficili dai miei
compagni potei giungere con loro nel villaggio di Vada, dove per fortuna
Canzio e Vigevani trovarono subito due barroccini, che ci permisero di
partire per Livorno. A Livorno si giunse in casa Sgarallino, dove trovammo
le sole donne, che ci accolsero con molta benevolenza. Qui da vari giorni
ci aspettava il Lemmi, con una carrozza per condursi a Firenze. Montammo e
si giunse nella capitale verso la mattina, accolti con gentile ospitalità
in casa della famiglia Lemmi..." |
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