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Bartali al Tour - L’attentato a Togliatti -
Le lotte contadine
Benchè spesso Coppi mi avesse fatto soffrire; ero sempre stato
bartaliano e l’avevo avvicinato una sola volta sotto la stazione di
Livorno, ottenendo l’autografo come uno dei tanti suoi tifosi.
Un giorno, però, come fornitore di mio padre, di biciclette col suo
marchio, fu nostro ospite a Vada; mi trovai a tavola, gomito a gomito
con lui.
Gustava assai la cucina della mamma alla quale chiese di portargli, se
l’aveva ancora, il collo lesso della gallina e da come succhiellava ogni
ossicino, capimmo che era proprio di suo gusto. Era allegro, parlava di
tutto e ascoltava. Però, appena qualcuno gli chiese particolari della
sua storia sportiva, come se avesse un vecchio registratore nascosto,
cambiò tono di voce, più rauca e veloce, e cominciò a raccontare tutte
le cose che aveva dovuto ripetere, ormai, chissà quante volte.
Raccontava di quella volta che in Francia gli fecero trovare in camera
una splendida ragazza disponibile e piena di charme che, lui, iscritto
all’Azione Cattolica e sportivo astuto, mise alla porta conservando
energie per la tappa difficile del giorno dopo. La furbizia dei francesi
non funzionò, lui era astuto nello sport e nella vita. Raccontava che se
arrivava in ritardo al cinema si metteva accanto ai posti migliori
perchè quelli si sarebbero liberati per primi come per primi erano stati
scelti. Era forte ma anche molto scaltro.
Volle ravvivare l’episodio della fiaschetta d’acqua con Coppi: “Gliela
diedi io! ripeteva battendosi energicamente le mani sul petto. C’era
l’agonismo, ma non l’astio o la cattiveria per l’altro campione, che
allora, era sempre vivo, tant’è che andavano anche a caccia insieme in
Africa dove poi, Coppi contrasse la malattia che lo portò a morte.
Il suo racconto si snodava via via attraverso i suoi tanti ricordi
rievocava episodi del Giro di Francia, quello del gran ritiro di tutta
la squadra e del periodo della guerra con la sua lunga inattività e
l’ostruzionismo allora subito.
Inevitabilmente toccò il tasto storico: “quando salvai l’Italia”.
Mi ricordai allora di quel giorno che vissi in modo intenso e
indimenticabile. Quello era un periodo di grandi turbolenze sociali,
nelle fabbriche si succedevano gli scioperi per ottenere miglioramenti
salariali e normativi; anche nelle nostre campagne era in crisi il
vecchio sistema di mezzadria e c’era il problema del 51%. Scendevo in
bicicletta dalla casa dov’ero ancora sfollato e notai un grande
movimento di persone attorno ad una fattoria, che agitavano con fare
minaccioso falci, frullane e forche. Dalla radio a galena avevo saputo
dell’attentato a Togliatti (14 luglio 1948) e davanti ad altre case padronali c’erano
analoghi assembramenti di contadini.
Mi sentii chiamare da una finestrella semichiusa di una cantina. Un uomo
mi diceva sottovoce: “Vai a chiamare i carabinieri di Cecina perchè
qui, siamo assediati, intanto io faccio le fotografie “. Lo
conoscevo appena, era di una famiglia padronale abbastanza aperta e suo
fratello amico coetaneo del mio babbo, ma non c’era mai stato un
rapporto diretto da farlo sentire in grado di darmi degli ordini,
tuttavia mentre mi avviavo verso Cecina ero davvero in crisi. Le
rimostranze che avevo visto erano forse più dimostrative che vere e
proprie minacce, dopotutto, riflettevo su quelle rivendicazioni che
venivano espresse in modo ricattatorio in un momento particolare, ma in
fondo un po’ di ragione ce l’avevano. Fino ad allora i grossi
proprietari non avevano fatto tanti complimenti e certi residui feudali
erano rimasti. Non parteggiavo né per gli uni né per gli altri, e poi,
se chiamavo i Carabinieri o la Polizia? Arrivava la Celere, cosa sarebbe
successo? A quei tempi i tumulti spesso provocavano morti. Man mano che
mi avvicinavo a Cecina rimuginavo tra me la scelta che avrei dovuto fare
quando, oltrepassato il ponte, vidi in lontananza un capannello di
persone sull’Aurelia, davanti al Bar di “Renato”, dove facevano il
gelato buono e dove tutti i pomeriggi una radio in radica, su un
tavolino con tovaglia, consentiva a chi voleva, di ascoltare l’arrivo di
tappa del Giro di Francia. Mi fermai e venni subito informato che
Bartali era in fuga ed aveva inflitto ritardi enormi a tutti gli altri
concorrenti. Le nuove notizie di aggiornamento del motociclista Varolfi
confermavano ed ingigantivano il distacco. Si godeva avidamente ogni
notizia in attesa della conferma con l’arrivo. Passavano rapidamente
minuti di gioia intensa che mi fecero dimenticare il mio problema,
quando vidi unirsi al gruppo dei radioascoltatori, alcuni degli
assedianti e chiesi loro notizie. “E’ tutto finito!” Fu la
risposta; “quando s’è saputo di Bartali ci siamo messi alla ricerca
d’una radio, siamo partiti tutti.” Non so ancora che cosa
avrei fatto nè se Bartali aveva salvato davvero l’Italia. Certamente
aveva salvato un ragazzo dal risolvere un problema più grande di lui.
Tanti anni dopo, a casa, a Vada, fui io a raccontargli il mio piccolo
grande episodio connesso con quello sportivo-storico di lui e ne fu
contento. |