La fabbrica 

1965 - 1979  Il Cracking aveva una capacità di circa 50.000 ton/anno ed un livello di inquinamento ambientale, data la tipologia dell'impianto, molto alto, nonostante i grandi investimenti e le tecniche messe in atto.  (Foto arch. Solvay - R. Pardini - Foto P. Pagnini)

                                                                                                                     
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     Il piano chimico nazionale del 1971
Il 6/12/71 il CIPE approva il piano chimico nazionale, che dovrebbe coordinare la realizzazione di nuovi impianti competitivi e i loro rispettivi finanziamenti. In Italia perdura il concetto di integrazione d'entità, cioè ogni società produce la materia prima che utilizza nei propri impianti. Le industrie hanno perduto così, competitività europea e questa sembra essere la ragione della crisi del settore chimico nazionale. Nel nord Europa, invece, diverse industrie hanno realizzato dei centri petrolchimici, integrati in senso orizzontale, di dimensioni ottimali, riuscendo così ad ottenere dei prodotti competitivi sul mercato mondiale. Il piano chimico nazionale, si prefigge di realizzare anche in Italia gli stessi impianti già sviluppatisi altrove, razionalizzando i centri esistenti con il superamento delle loro sotto-dimensioni, concentrando le nuove capacità produttive in modo da rendere possibile il collegamento tra i vari Steam-Craking (impianti che permettono di trasformare la benzina virgin-nafta in prodotti più leggeri), rendendo l'etilene come una sorta di bene comune da mettere a disposizione dei vari utilizzatori. Si pensa di promuovere l'attuazione di tali principi attraverso particolari agevolazioni fiscali e facilitazioni per gli investimenti. Da parte della Solvay viene fatto notare nel 1971, come esista una stretta interdipendenza dei vari impianti produttivi, portando ad esempio una eventuale chiusura del Craking, che avrebbe avuto, come conseguenza, l'arresto degli impianti di polietilene, del cloruro di vinile, la riduzione dei clorati, e delle sale elettrolisi (cloro e soda caustica) e, infine, della sodiera. In definitiva la Solvay ritiene, che il fattore condizionante lo sviluppo di Rosignano sia rappresentato dalla disponibilità di etilene a prezzo competitivo. Nel '60 la Società si era preoccupata di assicurarsi, ad un prezzo equo, le tre materie prime che le mancavano nel campo petrolchimico:
A - l'acetilene per la produzione del cloruro di vinile;
B - l'etilene per la produzione del polietilene acquistato fino ad allora dall'Edison di Mantova;
C - il metano per la produzione dei clorometani, che veniva acquistato dalla Sir.
L'istallazione di uno Stem-craking non avrebbe fornito l'acetilene, materia prima essenziale in quel momento, ed avrebbe imposto la cessione di notevole quantità di sottoprodotti, (benzine, propilene, butadiene). Per questa ragione, nel '62, fu adottata la già citata soluzione del «Craking-Montecatini», i cui sottoprodotti sono completamente utilizzati nello Stabilimento. L'impianto entra in funzione nel '67 ed ha le seguenti capacità teoriche:
— acetilene 20 kt./anno; — etilene 46 kt./anno; — metano 10 kt./anno.
Ma poco dopo l'inizio del suo funzionamento viene scoperto e industrializzato un nuovo procedimento per la produzione di cloruro di vinile, che utilizza come materia prima l'etilene anziché l'acetilene. L'acetilene ha quindi perduto rapidamente la sua importanza ed anche il Craking installato dalla Solvay sarebbe divenuto, antieconomico. Per l'approvvigionamento di etilene l'azienda prospetta tre possibili soluzioni:
1) trasporto per nave e scarico nel porto di Vada,
2) trasporto con pipeline che potrebbe essere realizzato un allacciamento Ferrara-Rosignano di circa 250 Km.
3) Montaggio di uno steam-Craking in Toscana.
La sua realizzazione verrebbe a richiedere un investimento di circa 45 miliardi. L'azienda, preso atto delle indicazioni emerse dal Piano Chimico Nazionale approvato dal CIPE nel febbraio del '72  riaffermava la sua posizione per ciò che riguarda i punti menzionati e, inoltre, condizionava lo sviluppo dello stabilimento alla situazione economica della società, (disponibilità di «liquidi» per finanziare gli interventi a suo carico), ed alle favorevoli capacità di assorbimento del mercato per i prodotti che si rendessero disponibili con i nuovi impianti. E' da segnalare che in una nota del nuovo presidente della Solvay, Jacques Solvay, del maggio 1971, si dice fra l'altro: "La Solvay intende produrre fibre con il polietilene ad alta densità HDPE e questo occupa un posto di primo piano nei programmi della Solvay, la quale ha un esclusivo processo catalitico che riduce i costi di produzione e permette un maggior controllo del prodotto finito". La Società ha stabilimenti per HDPE in Italia e Francia e sta aumentando la sua capacità di produzione ad 80 kt./anno a 120 kt./anno. Il settore delle materie plastiche è quello che ha registrato il maggior incremento nelle vendite, passando dai 60 miliardi di lire nel '62 ai 180 miliardi nel '70): la materia plastica più venduta è il cloruro di polivinile PVC, di cui il gruppo ha in mano circa il 15% della produzione europea e circa il 6% della produzione mondiale. In totale l'Italia e la Francia rappresentano circa il 32% delle vendite della Solvay in Europa (il 12% è realizzato in Italia). La Solvay conta anche di aumentare la propria capacità produttiva degli alcali fino cinque milioni di tonnellate (incluso 1,35 milioni di tonnellate di soda caustica).

Rosignano Solvay la fabbrica