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Il piano chimico nazionale del
1971
Il 6/12/71 il CIPE approva il piano chimico
nazionale, che dovrebbe coordinare la realizzazione di nuovi
impianti competitivi e i loro rispettivi finanziamenti. In
Italia perdura il concetto di integrazione d'entità, cioè ogni
società produce la materia prima che utilizza nei propri
impianti. Le industrie hanno
perduto così, competitività
europea e questa sembra essere la ragione
della crisi del settore chimico
nazionale. Nel nord Europa, invece, diverse industrie hanno
realizzato dei centri petrolchimici,
integrati in senso orizzontale, di dimensioni ottimali,
riuscendo così ad ottenere dei prodotti competitivi sul mercato
mondiale. Il piano chimico nazionale, si prefigge di realizzare
anche in Italia gli stessi
impianti già sviluppatisi altrove, razionalizzando i centri
esistenti con il superamento delle loro sotto-dimensioni,
concentrando le nuove capacità produttive in modo da rendere
possibile il collegamento tra i vari
Steam-Craking (impianti che permettono di trasformare la
benzina virgin-nafta in prodotti
più leggeri), rendendo l'etilene come una sorta di bene comune
da mettere a disposizione dei vari utilizzatori. Si pensa di
promuovere l'attuazione di tali principi attraverso particolari
agevolazioni fiscali e facilitazioni per gli investimenti. Da
parte della Solvay viene fatto
notare nel 1971, come esista una stretta interdipendenza dei vari
impianti produttivi, portando ad esempio una eventuale chiusura
del Craking, che avrebbe avuto,
come conseguenza, l'arresto degli impianti di polietilene,
del cloruro di vinile, la
riduzione dei clorati, e delle sale
elettrolisi (cloro e soda caustica) e, infine, della
sodiera. In definitiva la Solvay
ritiene, che il fattore condizionante lo sviluppo di Rosignano
sia rappresentato dalla disponibilità di etilene a prezzo
competitivo. Nel '60 la Società si
era preoccupata di assicurarsi, ad un prezzo equo, le tre
materie prime che le mancavano nel campo petrolchimico:
A - l'acetilene per la produzione del cloruro di vinile;
B - l'etilene per la produzione del polietilene acquistato fino ad
allora dall'Edison di Mantova;
C - il metano per la produzione dei
clorometani, che veniva acquistato
dalla Sir.
L'istallazione di uno Stem-craking
non avrebbe fornito l'acetilene, materia prima essenziale in
quel momento, ed avrebbe imposto la cessione di notevole
quantità di sottoprodotti, (benzine, propilene, butadiene). Per
questa ragione, nel '62, fu
adottata la già citata soluzione del «Craking-Montecatini»,
i cui sottoprodotti sono completamente
utilizzati nello Stabilimento. L'impianto entra in funzione
nel '67 ed ha le seguenti capacità teoriche:
— acetilene 20 kt./anno; — etilene 46 kt./anno;
— metano 10 kt./anno.
Ma poco dopo l'inizio del suo funzionamento viene scoperto e
industrializzato un nuovo procedimento per la produzione di
cloruro di vinile, che utilizza come materia prima l'etilene
anziché l'acetilene. L'acetilene
ha quindi perduto rapidamente la sua importanza ed anche il
Craking installato dalla
Solvay sarebbe divenuto,
antieconomico. Per l'approvvigionamento di etilene l'azienda
prospetta tre possibili
soluzioni:
1) trasporto per nave e scarico
nel porto di Vada,
2) trasporto con pipeline che potrebbe essere realizzato un allacciamento
Ferrara-Rosignano di
circa 250
Km.
3) Montaggio di uno
steam-Craking in Toscana.
La sua realizzazione verrebbe a
richiedere un investimento di
circa 45 miliardi. L'azienda,
preso atto delle indicazioni emerse dal Piano Chimico
Nazionale approvato dal CIPE
nel febbraio del '72
riaffermava la sua posizione per ciò che riguarda i punti
menzionati e, inoltre, condizionava
lo sviluppo dello stabilimento alla
situazione economica della società, (disponibilità di «liquidi»
per finanziare gli interventi a suo carico), ed alle favorevoli
capacità di assorbimento del mercato per i prodotti che si
rendessero disponibili con i nuovi impianti. E'
da segnalare che in una nota del nuovo presidente
della Solvay, Jacques Solvay, del maggio 1971, si dice fra
l'altro: "La Solvay intende produrre fibre con il polietilene ad
alta densità HDPE e questo occupa
un posto di primo piano nei programmi della Solvay, la quale ha
un esclusivo processo catalitico che riduce i costi di
produzione e permette un maggior controllo del prodotto finito".
La Società ha stabilimenti per HDPE in Italia e Francia e sta
aumentando la sua capacità di produzione ad 80
kt./anno a 120
kt./anno.
Il settore delle materie plastiche
è quello che ha registrato il maggior incremento nelle vendite,
passando dai 60 miliardi di lire nel
'62 ai 180 miliardi nel
'70): la
materia plastica più venduta è il cloruro di polivinile
PVC, di cui il gruppo ha in mano
circa il 15% della produzione europea e circa il 6%
della produzione mondiale. In totale l'Italia
e la Francia rappresentano circa il 32%
delle vendite della Solvay in
Europa (il 12%
è realizzato in Italia). La Solvay conta anche di aumentare la
propria capacità produttiva degli
alcali fino cinque milioni di tonnellate (incluso 1,35 milioni
di tonnellate di soda caustica).
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