La fabbrica/Il Cracking   

 

1965 - 1979  Il Cracking aveva una capacità di circa 50.000 ton/anno ed un livello di inquinamento ambientale, data la tipologia dell'impianto, molto alto, nonostante i grandi investimenti e le tecniche messe in atto.  (Arch. Solvay - A. Pastacaldi - R. Pardini - P. Pagnini)

                         IL CRACKING A ROSIGNANO
A partire dagli anni Sessanta, l’obiettivo Solvay fu di sviluppare la propria attività nel settore delle materie plastiche, producendo sul posto le materie prime che acquistava sul mercato o produceva in piccole quantità con sistemi ormai superati. Precisamente:
1) l’acetilene, per la produzione di cloruro di vinile ed ottenuta, fino ad allora, dal carburo di calcio fatto giungere a Rosignano dalla Francia in contenitori di ferro via ferrovia e strada;
2) l’etilene, necessario alla produzione di polietilene e trasportato per ferrovia da Mantova in carri-bombola;
3) il metano, utilizzato per la produzione di clorometani e fatto giungere dal modenese per mezzo di appositi camion-bombola.
Nella prima metà degli anni Sessanta la società Montecatini aveva messo a punto allo stadio pilota un crackinq acetilenico che sembrò alla società belga ideale per produrre congiuntamente le tre materie prime necessarie. Oltre a produrre tali materie ad un costo competitivo, l'impianto Montecatini forniva anche dei sottoprodotti utilizzabili negli stabilimenti di Rosignano, ovvero gas residui in grande quantità e benzinoni, ottimi combustibili per i generatori di vapore. Nonostante le notevoli difficoltà tecniche incontrate nella messa a punto del processo, la società belga fu l’unica in grado di far funzionare industrialmente questo tipo di impianto avviandolo definitivamente nel 1967. Tutti gli altri impianti di cracking che la Montecatini aveva venduto in Russia, Svizzera ed USA, infatti, non furono mai messi in marcia a causa dell’incapacità di superare alcuni problemi tecnici (compreso quello della stessa Montecatini).
Ben presto, tuttavia, il crackinq acetilenico messo in funzione con tanta fatica dagli ingegneri della Solvay, si rivelò antieconomico. Infatti, qualche anno dopo, fu scoperto ed industrializzato un nuovo procedimento per la produzione del cloruro di vinile che utilizzava l’etilene in luogo dell’acetilene. Ciò determinò la perdita d’importanza dell’acetilene, un tempo materia prima «nobile», mentre cresceva quella dell’etilene, verso cui si stava sviluppando una forte domanda di mercato. La disponibilità di etilene, del resto, era assicurata dall’avvento di una nuova tecnologia di cracking (a vapore), il cosiddetto steam-crackinq, che permetteva di produrre grossi quantitativi di questa sostanza con costi molto ridotti rispetto al precedente cracking acetilenico (a secco). L’idea di realizzare un impianto di steam-crackinq a Rosignano venne subito scartata dalla società belga. Le tecnologie di steam—cracking, infatti, potevano essere realizzate solo in dimensioni che erano assai superiori alle possibilità d’utilizzo dello stesso polo chimico. La capacità produttiva di uno steam-crackinq si aggirava allora intorno alle 300-500 mila tonnellate all’anno di etilene, mentre il consumo che poteva farne la Solvay era dell’ordine di 50-100 mila tonnellate all’anno. Inoltre, un impianto di steam-crackinq avrebbe richiesto, intorno a sé, la realizzazione di una rosa di impianti sussidiari per lo sfruttamento dei sottoprodotti di processo (propilene, butadiene, gas combustibile, ecc.), che imponevano, a loro volta, ulteriori ingenti investimenti. Tuttavia, la società belga era ormai decisa a fermare il precedente crackinq, divenuto obsoleto ed inquinante e con una capacità insufficiente a permettere qualsiasi sviluppo della petrolchimica locale. Andava dunque cercata una soluzione che avrebbe comportato il futuro arresto del crackinq a secco e di tutte le produzioni ad esso collegate. Di conseguenza a Rosignano potevano rimanere in marcia solo i reparti della sodiera, dell’elettrolisi, dell’acqua ossigenata e del perborato, con una riduzione dell’organico di 1.500-2.000 unità, rispetto al totale di 3.500 dipendenti del 1971.
Gli studi per una soluzione alternativa al vecchio cracking presero avvio nel 1971. Tuttavia, nessuna delle ipotesi presa in considerazione poté trovare una concreta realizzazione. La mancanza di condizioni favorevoli per l’approvvigionamento della materia prima (la verqin nafta) a prezzo competitivo e il ridimensionamento delle previsioni di sviluppo della domanda internazionale di idrocarburi a seguito dello shock petrolifero dei primi anni '70, fecero definitivamente cadere la possibilità d’installare un nuovo impianto di steam-cracking nella zona.
La Solvay, ritenendo inderogabile fermare a breve termine il proprio impianto di cracking, dovette ripiegare sull’unica alternativa possibile ovvero acquistare l’etilene, trasportato via mare allo stato liquido, dai poli di raffinazione che, a seguito del «Piano di Chimica Nazionale», erano stati fatti concentrare nel Mezzogiorno d’Italia. Fu allora che, nel 1979, furono compiuti nei pressi degli stabilimenti di Rosignano due passi molto importanti. Da una parte, venne inaugurato il nuovo pontile di Vada che doveva servire come punto di attracco per le etileniere; dall’altra, venne fermato l’impianto di cracking acetilenico.
Il nuovo pontile, faceva parte di un complesso industriale molto più ampio, chiamato «Terminale di Vada», che comprendeva anche gli impianti di stoccaggio dell’etilene. La necessità di costruire un nuovo pontile derivava dall’impossibilità di utilizzare quello costruito da Solvay subito dopo la prima guerra mondiale, il «Vittorio Veneto». Questo ultimo era adibito per lo più alla partenza di navi estere destinate a trasportare soda caustica ed era assolutamente inadatto, data la scarsa profondità dei propri fondali, all’attracco di navi di grosso tonnellaggio. La costruzione del nuovo pontile prese avvio in agosto 1977 e occorsero due anni per ultimarlo, dopo non poche difficoltà incontrate sia nella fase di progettazione che in quella di realizzazione. Al termine dei lavori, esso risultò come il pontile più lungo d’Europa in mare aperto (ben 1.720 metri). Ancora oggi l’approvvigionamento dell’etilene avviene per mezzo di navi che attraccano a questo pontile.
La decisione di costruire il «Terminale di Vada» rivestiva un’importanza strategica in quanto dimostrava la volontà, da parte della società belga, di consolidare la propria presenza sul territorio di Rosignano aumentando la capacità di produzione del polietilene e riservandosi in futuro la possibilità, qualora le condizioni di mercato lo avessero permesso, di costruire altri nuovi impianti per l’utilizzazione dell’etilene.
(Sintesi da: "Solvay in val di Cecina" di B.Cheli e T.Luzzati)

     Il piano chimico nazionale del 1971
Il 6/12/71 il CIPE approva il piano chimico nazionale, che dovrebbe coordinare la realizzazione di nuovi impianti competitivi e i loro rispettivi finanziamenti. In Italia perdura il concetto di integrazione d'entità, cioè ogni società produce la materia prima che utilizza nei propri impianti. Le industrie hanno perduto così, competitività europea e questa sembra essere la ragione della crisi del settore chimico nazionale. Nel nord Europa, invece, diverse industrie hanno realizzato dei centri petrolchimici, integrati in senso orizzontale, di dimensioni ottimali, riuscendo così ad ottenere dei prodotti competitivi sul mercato mondiale. Il piano chimico nazionale, si prefigge di realizzare anche in Italia gli stessi impianti già sviluppatisi altrove, razionalizzando i centri esistenti con il superamento delle loro sotto-dimensioni, concentrando le nuove capacità produttive in modo da rendere possibile il collegamento tra i vari Steam-Cracking (impianti che permettono di trasformare la benzina virgin-nafta in prodotti più leggeri), rendendo l'etilene come una sorta di bene comune da mettere a disposizione dei vari utilizzatori. Si pensa di promuovere l'attuazione di tali principi attraverso particolari agevolazioni fiscali e facilitazioni per gli investimenti. Da parte della Solvay viene fatto notare nel 1971, come esista una stretta interdipendenza dei vari impianti produttivi, portando ad esempio una eventuale chiusura del Cracking, che avrebbe avuto, come conseguenza, l'arresto degli impianti di polietilene, del cloruro di vinile, la riduzione dei clorati, e delle sale elettrolisi (cloro e soda caustica) e, infine, della sodiera. In definitiva la Solvay ritiene, che il fattore condizionante lo sviluppo di Rosignano sia rappresentato dalla disponibilità di etilene a prezzo competitivo. Nel '60 la Società si era preoccupata di assicurarsi, ad un prezzo equo, le tre materie prime che le mancavano nel campo petrolchimico:
A - l'acetilene per la produzione del cloruro di vinile;
B - l'etilene per la produzione del polietilene acquistato fino ad allora dall'Edison di Mantova;
C - il metano per la produzione dei clorometani, che veniva acquistato dalla Sir.
L'istallazione di uno Stem-cracking non avrebbe fornito l'acetilene, materia prima essenziale in quel momento, ed avrebbe imposto la cessione di notevole quantità di sottoprodotti, (benzine, propilene, butadiene). Per questa ragione, nel '62, fu adottata la già citata soluzione del «Cracking-Montecatini», i cui sottoprodotti sono completamente utilizzati nello Stabilimento. L'impianto entra in funzione nel '67 ed ha le seguenti capacità teoriche:
— acetilene 20 kt./anno;
— etilene 46 kt./anno;
— metano 10 kt./anno.
Ma poco dopo l'inizio del suo funzionamento viene scoperto e industrializzato un nuovo procedimento per la produzione di cloruro di vinile, che utilizza come materia prima l'etilene anziché l'acetilene. L'acetilene ha quindi perduto rapidamente la sua importanza ed anche il Cracking installato dalla Solvay sarebbe divenuto, antieconomico. Per l'approvvigionamento di etilene l'azienda prospetta tre possibili soluzioni:
1) trasporto per nave e scarico nel porto di Vada,
2) trasporto con pipeline che potrebbe essere realizzato un allacciamento Ferrara-Rosignano di circa 250 Km.
3) Montaggio di uno steam-Cracking in Toscana.
La sua realizzazione verrebbe a richiedere un investimento di circa 45 miliardi. L'azienda, preso atto delle indicazioni emerse dal Piano Chimico Nazionale approvato dal CIPE nel febbraio del '72  riaffermava la sua posizione per ciò che riguarda i punti menzionati e, inoltre, condizionava lo sviluppo dello stabilimento alla situazione economica della società, (disponibilità di «liquidi» per finanziare gli interventi a suo carico), ed alle favorevoli capacità di assorbimento del mercato per i prodotti che si rendessero disponibili con i nuovi impianti. E' da segnalare che in una nota del nuovo presidente della Solvay, Jacques Solvay, del maggio 1971, si dice fra l'altro: "La Solvay intende produrre fibre con il polietilene ad alta densità HDPE e questo occupa un posto di primo piano nei programmi della Solvay, la quale ha un esclusivo processo catalitico che riduce i costi di produzione e permette un maggior controllo del prodotto finito". La Società ha stabilimenti per HDPE in Italia e Francia e sta aumentando la sua capacità di produzione ad 80 kt./anno a 120 kt./anno. Il settore delle materie plastiche è quello che ha registrato il maggior incremento nelle vendite, passando dai 60 miliardi di lire nel '62 ai 180 miliardi nel '70): la materia plastica più venduta è il cloruro di polivinile PVC, di cui il gruppo ha in mano circa il 15% della produzione europea e circa il 6% della produzione mondiale. In totale l'Italia e la Francia rappresentano circa il 32% delle vendite della Solvay in Europa (il 12% è realizzato in Italia). La Solvay conta anche di aumentare la propria capacità produttiva degli alcali fino cinque milioni di tonnellate (incluso 1,35 milioni di tonnellate di soda caustica).
(Vedi: "Rosignano ed il Piano Chimico Nazionale" scaricabile dal sito)

Rosignano Solvay la fabbrica