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La
fabbrica/Ponteginori
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Per fare la soda ci vuole il sale - L’arte di forare la terra - Il progetto Idros - Primo centenario (Arch. Solvay, A.Pastacaldi, R. Pardini ) |
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Progetto IDRO-S
Il Progetto Idro-S, nato nel 2002 dalla stretta collaborazione fra Solvay e ASA, prevede di trasformare delle cave di argilla esaurite in un sistema di bacini artificiali per raccogliere acqua di superficie del fiume Cecina nei periodi invernali, da utilizzare in estate, da giugno a ottobre, per l’attività estrattiva del salgemma a Ponteginori e Saline, in sostituzione di acqua di falda. L’opera consentirà di non utilizzare più l’acqua di falda prelevata dal subalveo del Cecina in periodi dell'anno caratterizzati da particolare siccità. In pratica l'acqua di superficie delle piene invernali, sarà prelevata, a valle delle aree di ricarica della falda e nei pressi della foce, attraverso l’opera di presa “Steccaia-Gorile” già esistente, sarà accumulata in un complesso di bacini e durante il periodo estivo verrà trasportata a Buriano, attraverso un sistema di pompe ed una nuova conduttura di 24 Km, per essere impiegato nelle coltivazioni minerarie. La capacità dei nuovi bacini è stimata in circa 3 milioni di m3 d’acqua, di cui 2,2 saranno utilizzati per fini industriali. L’area interessata dai bacini artificiali, in accordo con il Comune di Montescudaio, sarà fruibile dalla popolazione e valorizzata, attrezzandola per attività sportive e ricreative. Il progetto risolve il problema dell’approvvigionamento idrico estivo per scopi industriali e allo stesso tempo valorizza l’esistente area delle cave di argilla esaurite, trasformandole in laghetti artificiali per attività sociali e ricreative ad uso pubblico. Tuttavia sia la procedura di approvazione che la definizione tecnica avranno negli anni successivi non poche difficoltà a causa della forte opposizione esercitata dalle associazioni ambientaliste che nel 2004 ne chiedono l'annullamento al TAR. Seguono sentenze e ricorsi fino ad aprile 2009, quando la Giunta Regionale stabilisce alcune misure per la tutela del bacino acquifero del Cecina, concedendo importanti deroghe a favore di Solvay. |
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PER FARE LA SODA CI
VUOLE IL SALE
Una delle principali motivazioni alla costruzione dello stabilimento di Rosignano è stata la disponibilità, a breve distanza, di sale. Si tratta del salgemma, il sale minerale depositato molti milioni di anni fa, nell'alta vallata del Cecina, dai bacini marini infiltratisi durante complessi cicli geologici. Dal 1911, la Solvay ricerca ed estrae questo sale, che si trova nel sottosuolo a!la profondità di qualche centinaio di metri, sciogliendolo direttamente con acqua. E' nato, per questo il centro di Ponte Ginori, che prende il nome dal ponte sul fiume Cecina, fatto costruire tra il 1831 ed il 1835 dal marchese Carlo Leopoldo Ginori in località Tegolaia, per collegare il suo castello di Querceto alla strada della Val di Cecina (distrutto dai tedeschi nel 1944). E' una Rosignano in miniatura: abitazioni costruite dalla Solvay per i propri dipendenti (70 appartamenti), attrezzature sportive e ricreative, ed accanto un piccolo «indotto» di attività commerciali ed artigianali. Da Ponte Ginori, dove si trovano gli uffici per i tecnici che dirigono le operazioni minerarie e le officine per la manutenzione degli specialissimi attrezzi, partono ogni giorno le squadre di operai che si recano al bacino minerario di Buriano per trivellare i pozzi (i cosiddetti «sondaggi») e svolgere le numerose attività accessorie che servono per estrarre l'acqua salata ed inviarla allo stabilimento di Rosignano.
E' un lavoro duro
e paziente, perchè i giacimenti di sale del Volterrano
sono poveri, il sale va continuamente cercato e studiato
e metodi di estrazione sbagliati comprometterebbero
irrimediabilmente vaste porzioni delle poche risorse
disponibili. Ogni anno si eseguono trivellazioni per
12.00015.000 metri complessivi, si montano o si
smontano tubazioni di superficie per 15.000 metri, si
costruiscono strade, piste e piazzali per il lavoro
delle macchine. Sono lavori nei quali i dipendenti
Solvay di Ponte Ginori hanno accumulato esperienze e
progressi continui, tanto da potersi definire a giusto
titolo degli specialisti unici nel loro genere. Tra le tante
tecniche di estrazione, Solvay ha sempre optato per un
procedimento estremamente sicuro, detto metodo Trump, dal
nome del suo ideatore, che negli anni si è dimostrato a
minor impatto ambientale. Tale metodo consiste nella
perforazione del suolo tramite vari fori, con
circonferenza interna di soli 20 cm di diametro, dai quali
si immette acqua dolce. L'acqua scioglie il sale che viene
poi recuperato da apposite pompe, collocate presso altri
pozzi nelle vicinanze. Il sistema è perfettamente
naturale: utilizza, infatti, il processo inverso alla
formazione dei depositi di salgemma. L'acqua salata, nel
lontano passato, evaporando ha lasciato il sale; l'uomo,
adesso, immettendo acqua nel sottosuolo, ottiene
nuovamente acqua salata. Una tubatura lunga oltre 30
chilometri porta quindi la "salamoia" (cioè
l'acqua in cui si trova disciolto il sale ad alta
concentrazione, 300-330 gr/lt; l'acqua di mare ne
contiene solo 35 gr/lt), dalle zone di estrazione
allo stabilimento di Rosignano. Quando termina la
coltivazione di un terreno, vengono effettuati i
ripristini, come è già accaduto in tutte le aree
dismesse, che consentono di restituire i terreni al loro
impiego originario: agricolo, boschivo o perfino
naturalistico. Nel 2004 è iniziata la coltivazione delle
nuove aree minerarie di Saline di Volterra, che
assicureranno la salamoia allo stabilimento per i prossimi
30 anni. |
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Più di 30 chilometri di tubi La Solvay estrae il cloruro di sodio, cioè il sale, che costituisce la materia prima di base per i suoi prodotti sodici, dalle miniere di Salgemma di Ponteginori, nella parte ovest del giacimento volterrano, che è conosciuto fino dai tempi più remoti per le numerose sorgenti salate dalle quali i volterrani ricavano il sale alimentare. Si è formato circa dieci milioni di anni fa per evaporazione di acque salate in bacini lagunari che persero gradualmente la comunicazione con il mare. Dopo un periodo di studio, negli anni 1912 e 1913 furono eseguiti i primi sondaggi di ricerca nelle zone di Querceta, Gello e Buriano. La zona di Gello risultò sterile; positive le altre due. Per l'inizio della produzione fu scelta la zona di Querceta (Cinquantina), da coltivare con il metodo della dissoluzione «in loco» dei banchi salini mediante iniezione di acqua dolce e successiva estrazione di salamoia satura. Dopo aver costruito una prima serie di pozzi produttivi e le condutture necessarie, nel giugno 1918 la prima salamoia vergine raggiunse lo stabilimento di Rosignano attraverso una conduttura di ghisa lunga 30 chilometri. La produzione è andata sempre aumentando, seguendo lo sviluppo dello stabilimento di Rosignano. Queste le date più importanti: nel 1928 comincia la coltivazione del nuovo bacino di Buriano e viene prolungata di circa 10 km. la condotta da Casino di Terra a Buriano. A seguito di queste attività, la Solvay costruisce dal 1919 alcune strutture presso la frazione di Ponteginori nella zona di Querceto: alle poche case si aggiungono un’officina, un magazzino, uno spaccio ed alcune abitazioni per dipendenti. Successivamente vengono costruiti, chiesa, scuola elementare, asilo, cinemateatro, impianti sportivi e strutture ricreative: nasce così Ponteginori. Nel 1958 comincia il raddoppio della tubazione da Casino di Terra a Rosignano, nel 1945 si riparano i danni causati dalla guerra (molti impianti fatti saltare dai tedeschi in ritirata e tratti di tubazione distrutti dai bombardamenti) e si riprende la produzione. In sintesi, in oltre sessanta anni di attività sono stati costruiti duemila sondaggi, messi in coltivazione 275 ettari di concessione, sono stati inviati allo stabilimento 40 milioni di tonnellate di sale; siamo passati da diecimila tonnellate del 1919 a un milione e cinquecentomila tonnellate attuali nel 1978. (Fonte Solvay notizie 1978) |
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L’arte di
forare la terra, un’attività poco conosciuta Un'attività forse poco conosciuta della Solvay è quella di fare buchi nel terreno. E' poco conosciuta perché non entra facilmente nell'immaginazione un legame logico fra lo scavare migliaia di buchi in aperta campagna ed il produrre soda, cloro e plastica in uno stabilimento pieno di tubi e ciminiere. O forse perché le perforazioni avvengono un po' fuori mano, verso Volterra. Eppure le perforazioni (anzi, chiamiamole con il loro vero nome, i sondaggi) sono importanti perché servono ad estrarre dal sottosuolo, sciogliendolo con l'acqua, il sale. E senza il sale la soda non si fa. Ogni anno si fanno oltre diecimila metri di fori, divisi in una cinquantina di sondaggi. Non è cosa da poco. Il mestiere di sondatore, forse ancora meno conosciuto dei sondaggi, è da oltre cinquant'anni espressione di un lavoro nostro, tutto speciale; atipico, si direbbe oggi. Naturalmente trivellazioni, o perforazioni, o pozzi, o sondaggi che dir si voglia, non sono stati inventati da noi. L'idea di far buchi sotto i nostri piedi esiste da chi sa quanto tempo, forse da sempre. E per realizzarsi non ha avuto bisogno di attendere un grande sviluppo tecnologico. Sono state sufficienti un po' di fantasia, di pazienza e di doti di fondo. Comunque il progresso tecnologico è venuto, e con esso sistemi di perforazione più avanzati. Per fortuna, perché contemporaneamente le tre virtù succitate, che aiutavano i pionieri, hanno subito un notevole ribasso. Quando al mestiere siamo arrivati noi, le macchine per trivellare esistevano già, magari a vapore: si trivellava soprattutto per il petrolio, i gas, l'acqua. Ma il mestiere del nostro sondatore è subito stato un po' speciale. Non occorre arrivare alle profondità del petrolio (a noi bastano in media duecento metri), ma in compenso bisogna fare tanti buchi, perché ogni sondaggio permette di sciogliere solo una quantità limitata di sale. In altre parole bisogna essere specialisti non solo nel trivellare, ma anche nello spostarsi continuamente nella campagna con tutto l'armamentario. E poi ogni volta bisogna rendersi conto, metro per metro, di quello che c'è nel sottosuolo perché il nostro salgemma, al termine delle sue avventure geologiche, in nessun punto si è fermato su posizioni ben chiare ed in genere lo trovi dove meno te lo aspetti. Quindi, non si deve fare come un normale trapano, che distrugge quel che scava nel foro, ma bisogna riportare in superficie il contenuto del foro nella sua esatta successione. Insomma, è come immergere un tubo nel terreno e riportar su ogni volta quello che c'è rimasto dentro. E infatti facciamo all'incirca così, ricavando dal sottosuolo dei campioni cilindrici detti «carote». In tal modo si scopre a quali profondità è il sale. Ovviamente si fa presto a dirlo, ma a farlo non è poi così semplice. E torniamo alle macchine per fare i sondaggi: le «sonde». E' appena il caso di ricordare che chissà quanti secoli prima dei pionieri americani, i soliti cinesi trivellavano già con macchine complicatissime, come quella visibile nelle vecchissima stampa della foto 3: tanto vecchia e poco chiara, ma abbastanza da dimostrare che anche a quel tempo il mestiere di «capo» doveva essere abbastanza comodo. (Secondo autorevoli sinologi, proprio dai sondatori del Celeste Impero è nato il celebre slogan: «Ha da venì Mao!»). Le sonde usate nei nostri cantieri, fino agli anni Quaranta erano costituite da un grande castello a traliccio ed un macchinario abbastanza pesante ed ingombrante. Poiché si doveva lavorare in turni ed in ogni stagione, il tutto era ricoperto da un gran baraccone a torre in legno (foto 1 e 2). L'utensile destinato a perforare il terreno era portato in profondità collegandolo al piede di una lunga colonna di tubi (le «aste») avvitati l'uno sull'altro. Il tutto veniva fatto girare da un apposito dispositivo. Una circolazione di fanghi, spinti con speciali pompe nelle aste, portava in superficie i detriti fatti dall'utensile nell'avanzare verso il basso. Ogni volta che si passava a fare un nuovo sondaggio, tutto doveva essere smontato a pezzi, trasportato per lo più a braccia, e rimontato sulla nuova piazza. Poi, negli anni Cinquanta, la novità dall'America: tutto l'insieme montato su un telaio a ruote, una specie di rimorchio da camion. Ci si sposta da un sondaggio all'altro in poche ore; purché ci sia una strada, naturalmente. Il progresso dei macchinari ha aumentato anche la velocità della perforazione, e così si può lavorare a turno soltanto nelle stagioni calde ed evitare il baraccone a torre. Ma, abbiamo detto, ci volevano strade e strade solide, per le ruote caricate a tonnellate, mentre noi ci aggiravamo per colline argillose. Ecco allora l'ultimo «grido», questa volta nostro speciale: la sonda su cingoli. Una buona ruspa che prima le spiani la pista, poi la tiri e si va dove ci pare. L'attrezzo del nostro sondatore è oggi questo. Sono arrivati, nel frattempo, anche i servocomandi ad olio e tanti altri marchingegni meccanici per modernizzare un po' le cose. E, come sempre, argano meccanico in luogo di manovra manuale significa meno fatica, più precisione, più riflessione. Oggi chi assiste alle manovre dei nostri sondatori a bordo delle loro strane macchine rimane colpito dalla sicurezza, tempestività e ordine con cui ciascun uomo della squadra esegue le manovre di sua competenza, in perfetto affiatamento con gli altri. Dal 1918 (anno in cui la prima acqua salata è partita alla volta di Rosignano) ad oggi sono stati effettuati oltre duemila sondaggi, per oltre trecentomila metri di perforazione. La superficie interessata dai lavori si è estesa per 275 ettari; sono stati inviati allo stabilimento di Rosignano, sotto forma di salamoia, milioni di tonnellate di sale. Naturalmente, per tutta questa attività, non basta fare i fori: occorre equipaggiare ciascuno di questi, con tubi ed impianti appositi; bisogna gestirli e controllarli; procurare le grandi quantità di acqua dolce necessaria per sciogliere il sale; approvvigionare e gestire i materiali occorrenti; riparare, mantenere, rinnovare macchine ed impianti. Perciò il cantiere di Ponteginori non ha soltanto i sondatori e le sonde: ha molte altre macchine più o meno speciali, ha un'officina meccanica con tutti i servizi accessori, ha un settore destinato all'esercizio. Le esigenze di spazio, ed anche di pazienza dei lettori, non ci consentono tuttavia di parlare di tutti gli altri settori, che pure svolgono compiti non meno utili e necessari di quello dei sondatori. L'autore di questa descrizione parla in prima persona. Da lui dipendono i cantieri ed in particolare quello di Ponteginori. E' l'ingegner Giorgio Zaza, il quale sa tutto sui sondaggi ed è riuscito a raccontarlo in maniera piacevole e piana che si fa leggere volentieri e interessa. Non è soltanto il tecnico che scrive. E' anche l'uomo, con la partecipazione appassionata al lavoro, sua e di tutti i dipendenti di questo cantiere. (Fonte Solvay notizie 1978) |
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Primo centenario![]() È stato celebrato l'11 dicembre 2009, al teatro di Ponteginori, il primo centenario dell’inizio dell’attività estrattiva di Solvay in Alta Val di Cecina. Il 17 dicembre 1909, infatti, prendeva il via l’attività di estrazione del salgemma a Querceto, premessa fondamentale per la nascita dello stabilimento di Rosignano. Il salgemma era ed è ancora oggi materia prima fondamentale per le produzioni di Solvay, in particolare per la fabbricazione dei prodotti sodici (soda, bicarbonato, cloruro di calcio) e per la fabbricazione elettrolisi (cloro, soda caustica, ipoclorito di sodio). Alla cerimonia (nella foto) erano presenti le maggiori autorità locali del territorio, tra cui l’assessore della Provincia di Livorno alle attività produttive Piero Nocchi e l’assessore all’ambiente del Comune di Montescudaio, Valentina Santi. Nell’occasione, è stato presentato un filmato che documenta le varie fasi dell’attività estrattiva oggi, «condotta con tecniche molto rigorose dal punto di vista della sicurezza e dell’impatto ambientale», spiega una nota dell’azienda. Nel suo intervento di saluto, il direttore dello stabilimento Solvay di Rosignano, Michele Huart si è soffermata, in particolare, sulle ricadute economiche di questa attività sul territorio, ricordando che ne ha beneficiato «un territorio vasto che parte dall’Alta Val di Cecina, per propagarsi via via fino alla costa, da Rosignano a S. Vincenzo, coinvolgendo un’area di diverse centinaia di km quadrati e varie comunità locali». L’ingegner Huart ha infine ringraziato tutto il personale di Ponteginori che «in questi primi cento anni di attività hanno profuso la loro professionalità e la loro opera per aiutare il cantiere a crescere e ad essere spesso anche un punto di riferimento professionale e tecnico per altri siti Solvay all’estero». (Da: Il Tirreno del 12/12/09) |
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Annullata la concessione trentennale Stop all’estrazione a scopi industriali del salgemma dei giacimenti denominati “Cecina” e “Poppiano” da parte di Solvay. I giudici della seconda sezione del Tar hanno infatti accolto i ricorsi presentati nel 2009 per conto delle associazioni ambientaliste, Wwf e Italia Nostra, contro la Regione e nei confronti della Solvay e dell’Atisale. Sono stati così annullati i decreti che rinnovavano per 30 anni le concessioni minerarie “Volterra” “Cecina” e “Poppiano” nei comuni di Volterra, Pomarance e Montecatini Val di Cecina. Il tutto essendo venuta a mancare una delle clausole perché fosse ritenuta positiva la compatibilità ambientale: la realizzazione del progetto “Idros” che doveva assicurare (nel comune di Montescudaio) uno stoccaggio di quantitativi d’acqua sufficienti a permettere da una parte l’uso industriale e dall’altra a soddisfare la sete d’acqua. Per i giudici il fatto che la Regione abbia accettato (dopo una prima bocciatura da parte del Tar e del Consiglio di Stato), come misura alternativa, la proposta di Solvay e Atisale di versare 4 milioni e 650mila euro per realizzare un invaso in località Puretta di Volterra (o in altra località), non garantisce nulla in quanto la Regione non ha verificato se l’invaso sia realizzabile e se risponda davvero all’obiettivo di sostituire il progetto “Idros” per la parte idro-potabile. Molte delle perplessità del WWF, fatte proprie dal Tar nella sua sentenza, sono relative alla crisi idrico-potabile dell’alta Val di Cecina: «in altri termini, una volta rilevata la persistenza della situazione di crisi idrica, quantomeno nell’alta Val di Cecina, l’Amministrazione Regionale avrebbe dovuto compiere una stima della capacità che l’invaso (parte idropotabile di IDRO-S o altra opera da realizzare) doveva avere per rispondere all’obiettivo» di limitare i prelievi nel sub-alveo del fiume Cecina, alla luce del fatto che «si è aggravata la situazione di criticità per il soddisfacimento dei fabbisogni idropotabili dell’alta Val di Cecina». E anche per quanto riguarda il progetto IDRO-S «non è stato adeguatamente considerato lo studio di approfondimento che aveva evidenziato, in riferimento all’altezza media (mt. 10) degli invasi ad uso industriale, il pericolo della formazione di complessi mercurio organici, quali il metilmercurio». E anche il fatto che il procedimento di approvazione dell’invaso in località Puretta sia in una fase tutt’altro che avanzata è decisivo, secondo i giudici, perché «un eventuale arresto procedimentale determinerebbe quello sganciamento tra la parte industriale e la parte idropotabile del progetto “Idro-s” che l’amministrazione regionale intenderebbe evitare». (Al.Be - Da Il Tirreno del 30/12/2010) «L’estrazione massiccia del minerale è incompatibile con la risorsa idrica della Val di Cecina». Questa l’analisi di M. Marchi (M.D.) dopo la sentenza del Tar che ha accolto il ricorso degli ambientalisti sullo stop all’estrazione a scopi industriali del salgemma dai giacimenti “Cecina” e “Poppiano”. «Dopo la bocciatura del Progetto Idro-s, Solvay, Regione ed Asa avevano cercato una pseudo-soluzione con l’invaso di Puretta, piccolo ma costosissimo, a prevalente carico pubblico, che non sarebbe stato sufficiente neanche a coprire metà dei consumi della popolazione di Volterra, figuriamoci il resto della Val di Cecina. La “bomba” Tar sul salgemma fa il bis della bomba Commissione europea sullo stop alle deroghe sugli inquinanti nell’acqua potabile. Entrambi fanno emergere una realtà dirompente, nonostante le minimizzazioni delle istituzioni: la risorsa acqua è stata violentata per decenni dall’industria pesante, non solo Solvay, in tutta la Val di Cecina e la provincia di Livorno, e alla popolazione toccano i resti, il fondo del barile, inevitabilmente inquinato da arsenico, boro, mercurio, nitrati, cromo, fino all’ultimo comune dell’Elba».(Da Il Tirreno del 30/12/2010) |
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Saline addio.
I colpi mortali che ha subito il borgo
nel tempo La 5ª Commissione Finanze della Camera nel 1973 decretò la fine del Monopolio dei Sali e Tabacchi. Ma il colpo mortale alla Salina e al territorio fu inferto dall’accordo siglato nel 1995 al Ministero delle Finanze dai rappresentanti politici degli enti locali e della Regione, accompagnati dai nostri parlamentari per un progetto di collaborazione industriale tra Amministrazione dei Monopoli di Stato e Solvay che prevedeva la cessione di tutte le concessioni per l’estrazione del salgemma alla società belga e l’intensificazione dello sfruttamento fino a due milioni di tonnellate annue. In cambio Solvay promise di pagare allo Stato le tasse arretrate. Il peggio è in arrivo con la coltivazione dei giacimenti intorno Saline, che si trova sopra uno spesso banco di sale ed è ormai circondato dai cantieri della Solvay. I Monopoli di Stato, per la salvaguardia del paese, si fermarono con le perforazioni a circa 2 Km dal paese. Solvay è autorizzata ad eseguire fori di ricerca, coltivazione e sfruttamento del salgemma fino a 200 metri dall’abitato. Il prof. Sergio Pinna, docente di geografia applicata all’ Università di Pisa, scrive: “La coltivazione delle lenti saline determina la formazione di volumi di vuoti in profondità, tali da indurre in superficie cedimenti e talvolta veri e propri crolli”. A causa dell’estrazione del salgemma non ci sono più i poderi Colizione, Spadini, Sorbi, Stregaia, Piano, Vignoli, Casa, S. Lucia e altri. (Bruno Niccolini, Il Tirreno del 21/102/2011) |
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| Rosignano Solvay la fabbrica |
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