La fabbrica 

1917 - Per la fabbrica servono mattoni, presso i Polveroni lungo il Fine, l'argilla abbonda
(Foto Aurili-Cecina-arch. del sito e G.Zanoboni)

                                                                                                                    
    Ricomincia!

 L'argilla del fiume Fine costituisce materia preziosa per far mattoni a portata di barrocci. Cinquanta milioni di mattoni saranno necessari per la fabbrica e l'agglomerato urbano da costruire. Lungo la riva ci sono terreni adatti per la fabbricazione e l'essicazione al sole. Si comincia con l'arrivo dei mattonai belgi che lavorano sodo e senza risparmio, insieme a diciannove famiglie del posto, ingaggiate al completo con donne e bimbi, che sono presto in grado di aiutare validamente nel processo di fabbricazione. Il caposquadra belga accende il primo fuoco con una banconota da dieci franchi, in segno di augurio. Come manodopera vanno bene anche le donne che fino ad allora raccoglievano e lavavano la gramigna per venderla ai barrocciai lungo la via per Rosignano e la via del Littorale. Verso la fine della guerra arrivano vedove di Vada che hanno perso il marito al fronte e si portano dietro i figli piccoli. Pure i più grandicelli si danno da fare, il lavoro minorile è ovunque sfruttato e non è certo un problema. Cataste ricoperte di ceppe d'erba e di zolle, forate, entro le quali le fascine bruciano in continuazione per cuocere l'argilla, formano i «pignoni» che fumigano intorno agli argini del fiume. I mattoni formati ed essiccati, appena disponibili, vengono trasferiti e accatastati al Mondiglio, ai margini del terreno che viene spianato, e negli spiazzi adiacenti, pronti per l'uso. I signori al centro della foto 1 in giacca e cravatta sono presumibilmente responsabili belgi. Oggi di tutta questa attività durata quasi vent'anni, non resta più niente lungo il Fine tranne la steccaia che alimentava il laghetto dalla quale veniva prelevata l'acqua per lavorare l'argilla (Foto 3-4-5).

Foto 2 - In primo piano mattoni costruiti in forme di legno e messi al sole dopo la cottura, secondo il metodo tradizionale. Sullo sfondo cataste già essiccate pronte per essere caricate sui barrocci e portate al Mondiglio per l'utilizzo durante la costruzione dei fabbricati dello stabilimento. Prevalentemente donne, ragazzi e anziani, i giovani sono in guerra o ne hanno subito le conseguenze dirette. Le donne portano sul lavoro anche i bambini quando non hanno dove lasciarli. Racconta Sirio Miliani che avendo appena pochi mesi, veniva portato nell'estate 1916, dalla madre, fresca vedova di guerra presso questa fornace dove era da poco occupata, per poter essere allattato e poi deposto su un giaciglio di paglia all'ombra di un fico, insieme ad altri neonati con madri operaie, fino alla nuova poppata. Poiché invece di crescere, calava di peso, qualcuno si accorse che una serpe gli metteva la coda in bocca per fargli rigettare il latte e succhiarlo. Questa era, nemmeno un secolo fa la condizione lavorativa femminile e la tutela dell'infanzia possibile nelle nostre campagne. Situazione del tutto analoga anche alla fornace della Magona di Cecina.
        La tutela alle madri lavoratrici viene introdotta nel 1927
Benché le aziende avessero l’obbligo di sottoporre i dipendenti a periodiche visite mediche non si faceva abbastanza per tutelarne la salute, l’integrità fisica e la sicurezza sul posto di lavoro, esattamente come in URSS e nei paesi totalitari poco sviluppati dove vigeva un sistema di lavoro inumano e arcaico. Non si poteva andare troppo spesso al gabinetto senza destare sospetti e passare per scansafatiche. Nelle ritirate c’erano cartelli che dicevano: «Non più di cinque minuti a bisogno». Gli ambienti di lavoro erano pericolosi e malsani. I macchinari vecchi e poco sicuri. L’officina tipica era una selva di pulegge al soffitto collegate da cinghie di trasmissione ai macchinari in basso, prive di protezioni e che spesso si spezzavano colpendo il personale presente. Gli infortuni anche gravi erano all'ordine del giorno ed erano considerati un rischio da correre. Il concetto fascista di «civiltà» del lavoro restava primordiale. Ma per altri versi la legge era all’avanguardia, in ossequio al programma nazionale di aumento delle nascite. Alle madri lavoratrici veniva garantito il diritto alla conservazione del posto di lavoro; ed erano previsti permessi per l’allattamento della prole e l’obbligo per le aziende con più di 500 operaie di adibire un locale a camera per l’allattamento durante il lavoro. Tutte le lavoratrici dipendenti (escluse quelle che percepivano un salario superiore alle 800 lire mensili) erano assicurate per «l’evento maternità» presso l’Istituto Nazionale Fascista di Previdenza Sociale (da cui è derivato l’attuale INPS epurato soltanto della parola «fascista»), che versava alla madre un assegno di 300 lire: la metà pagata entro la prima settimana di puerperio e l’altra metà al termine del periodo di riposo. Questa indennità veniva corrisposta per compensare la perdita economica che la lavoratrice subiva, visto che il datore di lavoro era tenuto a pagare l’intero salario per il primo mese di permesso di gravidanza, mentre per i due mesi successivi previsti dalla legge la retribuzione veniva dimezzata.
In caso di aborto naturale (l’aborto procurato era considerato un reato grave) la lavoratrice riceveva dall’INFPS un contributo di 100 lire. Le donne e i fanciulli venivano esonerati da mansioni particolarmente gravose e pericolose, e se i compiti risultavano faticosi e insalubri avevano diritto a una riduzione dell’orario di lavoro rispetto a quello normale e a periodi di riposo intermedio; fermo restando che l’assunzione dei minori era subordinata all’adempimento degli obblighi scolastici. Così fu più difficile assumere «in nero» e impiegare bambini in età scolare. Solo negli opifici del settore tessile laniero e serico nel 1922 lavoravano 95.000 bambini dai 6 agli 11 anni. Nel biellese su 80.000 addetti, 40.000 donne sottopagate e 20.000 bambini, di cui 3000 tra i 6 e 7 anni, lavoravano 12 ore al giorno. Con la nuova legislazione del lavoro, e l’ONMI che vigilava sulla corretta applicazione delle norme, la piaga del lavoro minorile venne in gran parte eliminata e le famiglie costrette a mandare i figli a scuola.
(Sintesi da: "Otto milioni di biciclette" di Romano Bracalini)
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