Rosignano Marittimo ieri

La sanità durante il fascismo...vietato sputare

Si moriva ancora di malaria, in diminuzione ovunque, ma non al punto da non rappresentare più un pericolo mortale. In Italia dai 4085 morti nel 1922 si era passati ai 3588 nel 1925. Le bonifiche delle paludi vadesi e degli acquitrini costieri avevano portato a una drastica riduzione dei focolai, ma non alla completa scomparsa della malaria, ormai debellata in tutta l’Europa civilizzata e la bonifica doveva ancora essere completata. Ancora nel 1939, benché il chinino fosse noto da almeno due secoli come specifico per la cura della malaria, si pretendeva di combattere la malattia con la «Smalarina», la terapia senza chinino, secondo un avviso pubblicitario in voga quell’anno.

Quasi debellata la pellagra, ma non completamente. Malattia derivata da carenze di vitamine, tipica delle popolazioni di montagna che si nutrivano prevalentemente di farina di granoturco. Derivava dalla miseria come lo scorbuto e il tracoma. Non erano del tutto scomparsi il vaiolo e la rabbia. Il vaiolo era sempre stato un flagello. Nell’Ottocento la malattia era così diffusa da aver dato corso al proverbio che tutti gli uomini si ammalavano di due malattie: il vaiolo e l’amore. Ma

la malattia che faceva più paura e di cui non ci si nasconde va la gravità e la recrudescenza era la tubercolosi. Al contrario della malaria, terrore delle campagne in ogni epoca, la tubercolosi era una malattia tipicamente urbana molto diffusa all’inizio del Novecento, sia per carenze alimentari sia per scarsa conoscenza delle norme igieniche. Era anch’essa una malattia della povertà e dell’ignoranza. I dati nazionali erano allarmanti: 52.293 morti nel 1922, 59.000 nel 1925. Si dimezzeranno solo nel 1940. C’era il terrore esasperato del contagio e la convinzione che la malattia si trasmettesse per semplice contatto fisico. Le famiglie raccomandavano ai figli di non baciare nessuno, di non bere o mangiare se non in casa di persone fidate. La farmaceutica Guido Rossi aveva messo in vendita lo sciroppo «Pulmosil» che, secondo una pubblicità degli anni Venti, «vince la tubercolosi». Il pubblico si fidava più dei prodotti «galenici», ossia sciroppi e polverine preparati nel retrobottega dal farmacista di fiducia, che delle «specialità» dell’industria farmaceutica; ma con la tubercolosi ci voleva ben altro.

Con l’istituzione dei Consorzi provinciali antitubercolari si diede inizio a una campagna di informazione, prevenzione e cura che si estendeva dalle scuole elementari ai luoghi di lavoro. Ci volle una assidua attività di convincimento e propaganda per sradicare una delle più inveterate e incivili abitudini popolari: quella di sputare per terra. Sui tram e nei bar, in ogni luogo pubblico, i cartelli «E' vietato sputare» contribuirono a debellare la tremenda malattia causata dal bacillo di Koch, che poteva essere trasmesso nell’aria dai residui essiccati dello sputo. L’assistenza e la ospedalizzazione dei malati di tubercolosi era gratuita e obbligatoria per gli ospedali e le cliniche attrezzate allo scopo, e doveva essere svolta indipendentemente da ogni competenza territoriale dei singoli istituti. Un compito rilevante veniva riservato alla scuola con la giornata del fiore e della doppia croce, i simboli della lotta alla tubercolosi da cui andava difesa l’infanzia. I manifesti informavano sulle norme di profilassi: «La tubercolosi è molto contagiosa e per i neonati e per i bambini, ma scarsamente contagiosa per adulti, a meno che il contagio non sia grave e continuato». Combattere energicamente gli sputi e la polvere era un mezzo di difesa assai importante. Non si tossisca senza portare il fazzoletto alla bocca e non si sputi mai a terra. Buona norma per il tubercolotico espettorare nelle sputacchiere che il Dispensano antitubercolare forniva anche in forma tascabile ed erano presenti in tutte le sale di attesa accanto al porta ombrelli.

Nel 1929 venne introdotta l’assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi, poi estesa nel 1938 ai maestri elementari e ai direttori didattici.

Non si era estinta la piaga dell’abbandono dell’infanzia. Nel 1923, con uno dei primissimi atti del regime, il sistema della ruota (Vedi La 'ruota' della comunità di Rosignano (1829 - 1866) di Deborah Giusti scaricabile dal sito) che imperversava da secoli e permetteva alle mamme di sbarazzarsi dei figli affidandoli alla pietà delle chiese, dei conventi e degli ospedali, era stato abolito ed era stato sostituito con quello della consegna diretta dell’infante all’istituto di assistenza o all’ufficio appositamente incaricato. Erano in aumento i tumori maligni e qui la regione più colpita era proprio la Toscana, quella meno colpita la Sardegna.

L’alcolismo era una piaga sociale e il fenomeno era in aumento. Si andava dai 664 morti nel 1922 ai 1315 nel 1925. Le osterie in Italia erano 187.000. Se ne dedusse che erano troppe, così se ne chiusero 25.000 senza concludere granché. Anche la mortalità legata a disturbi mentali era in aumento, così come il numero dei suicidi, benché dalle cronache dei giornali non risultasse.

Ma si moriva anche per malattie più comuni e frequenti dell’apparato respiratorio: bronchiti e polmoniti. Malattie da raffreddamento e specificamente legate al lavoro faticoso e disagiato dell’operaio e del contadino. Contro i mali di stagione, raffreddori, influenze, emicranie, nevralgie non c’erano rimedi efficaci, a parte la Rodina consigliata dalla pubblicità. Il raffreddore si curava al modo antico aspirando i fumi di qualche infuso d’erbe. Se trascurato, un semplice raffreddore poteva degenerare in bronchite e in broncopolmonite e, specie nelle campagne, il medico condotto poteva arrivare troppo tardi. Se il paziente non moriva, e molto spesso moriva, poteva intervenire la pleurite o la tubercolosi, malattia contagiosa, per cui era necessario il ricovero in sanatorio. Da quest’ultimo difficilmente si usciva vivi. Cavare il sangue «cattivo», come si faceva secoli prima con i salassi o le orribili mignatte, era ancora una pratica corrente e consigliata, mentre riduceva il paziente a una larva affrettandone la dipartita (vedi Vada/campagna). L’appendicite, che non era la semplice operazione d’oggi, degenerava spesso in peritonite e il paziente moriva tra atroci dolori. Per il mal di pancia, mal di testa, inappetenza c’era un unico rimedio: l’olio di ricino. Lo si somministrava anche alle partorienti. Era semplicemente vomitevole, un incubo per intere generazioni di ragazzi. Ma si credeva facesse bene proprio perché era cattivo. Era l’idea della medicina amara dei tempi di Pinocchio. Questa almeno era la convinzione. La pubblicità vantava le doti dell’Euchessina che rispetto all’olio di ricino aveva il vantaggio di essere pratica, economica, perfino gradevole e ben tollerata anche dal più delicato intestino. L’olio di ricino non era tollerato da tutti e proprio per questo lo si somministrava agli oppositori e ai «sovversivi».

Le affezioni bronchiali si curavano con un impasto di farina di lino avvolto nella garza e applicato quasi bollente sul torace. Scioglieva il catarro e guariva i focolai d’infezione. Se sulla palpebra compariva il rossore di un orzaiolo si avvicinava l’occhio al collo di una bottiglia e se ne guardava il fondo: l’orzaiolo scompariva. In un seminario medico in Svizzera avevano sperimentato le prime lenti a contatto; ma il professore Pister, direttore della scuola superiore di ottica di Jena, «non profetizzava all’invenzione un luminoso avvenire...».

Col freddo comparivano i geloni, piaghe dolorosissime che arrossavano le mani e davano un forte prurito; una conseguenza della carenza di vitamine. Non c’erano rimedi, O meglio un rimedio c’era: l’olio di fegato di merluzzo, un altro calvario. Gli inverni erano più rigidi. Sarebbe stata necessaria una dieta più ricca di calorie. L’inizio d’anno 1940 fu tra i più rigidi a memoria d’uomo: -21 gradi nelle zone adriatiche, -14 a Brescia, -11 a Milano, Napoli era sotto la neve. Una statistica del 1938 sulla mortalità infantile quantificava in 40.000 all’anno il numero dei morti nei primi anni di vita e tra le cause principali c’era l’insufficiente protezione dell’abbigliamento contro il freddo.

I giornali erano pieni di pubblicità di insetticidi e di rimedi contro la cattiva digestione e la stitichezza. A giudicare dalla loro insistenza gli ambienti non dovevano essere troppo salubri, infestati com’erano dalle mosche e dalle zanzare, dai pidocchi e dalle cimici; e gli alimenti parevano di non facile digestione. Si proponevano polveri contro varici, ulcere, acne, eczemi. «Il sangue viziato rode la pelle.» Consigli sull’uso del sapone e del dentifricio. Digerire bene, depurare il sangue, curare la dieta dei bambini.

La pubblicità dell’Ischirogeno promette all’anziano, al vecchio, sorpreso dai malanni, di combattere gli acciacchi dell’età e di star bene. «L’Ischirogeno è una bevanda a base di fosforo, ferro, calcio, chinino, stricnina che rigenera le forze e l’organismo, debella ogni malanno e prolunga la gioia della vita. Basta ricordare soltanto i nomi di due illustri Medici: Albini e Cardarelli, che sono vissuti oltre i novant’anni usando l’Ischirogeno.»

Prodotto dalla Guidotti e C. di Pisa, l’insetticida liquido Attila, profumato, promette di distruggere mosche, zanzare e tutti gli insetti nocivi in quattro minuti. «Il Flit uccide più presto» gli fa eco la Manetti & Roberts produttrice del concorrente insetticida a spruzzo. «Le zanzare rubano il vostro vigore, tormentano i vostri nervi e guastano il vostro lavoro e i vostri divertimenti. Vaporizzate il Flit micidiale per mosche, zanzare, pulci, tignole, formiche, cimici e per le loro uova. Innocuo per le persone. Non macchia. Non confondete il Flit con altri insetticidi».

La mostruosa prolificità delle mosche viene descritta dai giornali per dare maggiore impulso alla campagna d’igiene pubblica in cui è impegnato il regime nel 1938. «Dalla metà di aprile alla fine di settembre da una sola mosca potrebbero nascere più di 128 milioni di miliardi di altre mosche.» I giornali riferiscono dei buoni risultati raggiunti dalla direzione della Sanità nella lotta alle mosche. La lotta va però proseguita, intensificata, perfezionata. Ma l’impressione è che si vada incontro a un altro fallimento. Se ne parla sempre meno. Finché l’argomento scomparirà dai giornali.

La direzione generale della Sanità aveva pubblicato un fascicoletto dal titolo: Istruzioni per impedire la moltiplicazione e la disseminazione delle mosche e relative disposizioni legislative e regolamentari. Si raccomandava più igiene in cucina, il frequente smaltimento di rifiuti, e l’uso dei «pigliamosche», ovvero la comune carta moschicida.

Il fumo non era considerato un rischio per la salute. Anzi dava tono, sicurezza, era parte del fascino maschile. La moda rappresenta l’uomo elegante in doppiopetto e borsalino con la sigaretta, da quando è stata abolita la pipa inglese. La pubblicità decanta le sigarette di Zara (manifattura tabacchi orientali - Zara): «Sono migliori di quelle estere, costano meno e sono italiane». Forte, aromatica, gusto americano, dolce, di fine gusto orientale. La pubblicità illustra la storia del tabacco attraverso i secoli. «I tempi moderni segnano il trionfo della sigaretta e del suo speciale fine tipo di tabacco. Ovunque impera il piacere squisito di una classica Macedonia extra. Sempre di più si diffonde il piacere del fumo...» Le Popolari erano le sigarette più diffuse con le AOI. C’erano le sigarette Savoia e le OND (Opera nazionale dopolavoro). L’esercito passava le sigarette Milit, che era diventato l’acrostico di «merda italiana lavorata in tubetti».

I più raffinati fumano le Tre Stelle, le Macedonia, le Turmac e le Giuba, dal fiume somalo.

Gli anziani fumavano il toscano che appesta l’aria. I vecchi contadini continuavano a fumare la pipa di radica o di terra cotta usando il trinciato forte.

Generalmente si fuma molto nei paesi più poveri e arretrati. Si fuma tanto nei paesi balcanici, in Russia, in Medio Oriente, in Cina, in Turchia. Infatti si dice: «Fumare come un turco». La Germania nazista invece combatte il fumo con una martellante campagna di dissuasione. Lo slogan più convincente pare va questo: «I soldati li vogliamo sani». Si fuma molto anche in Italia e dappertutto, con poche limitazioni; si fuma in ufficio, sui tram, sui treni, davanti al superiore, nelle case l’ospite non si fa scrupolo di accendersi la sigaretta, talvolta senza nemmeno chiedere il permesso; nei caffè avvolti in una cappa di fumo acre e stagnante si fa fatica a respirare. Il fumo si mescola all’odore del caffè e al vapore acqueo della macchina espresso, enorme, d’acciaio inossidabile e ottone, lucida come una locomotiva. Una sola eccezione. Accanto a Mussolini nessuno doveva essere colto nell’atto di fumare. Il regime, che si vanta di tutelare la salute pubblica, non pare consapevole dei danni provocati dal tabacco. Non c’è alcuna prevenzione o pregiudizio; del tabacco si apprezzano il gusto e le qualità rilassanti; e il numero dei fumatori è in costante aumento, anche a causa di una insinuante pubblicità sui giornali. Dato interessante se si considera che a fumare sono soprattutto gli uomini. «Le donne possono fumare? Una simile domanda fatta quindici o vent’anni or sono» scriveva in una nota di costume sul «Mattino» Matilde Serao «avrebbe scandalizzato le persone di idee più liberali. Oggi pare una domanda un poco oziosa. La verità è che la sigaretta può essere fumata da una signora, ma sempre in via eccezionale. Bisogna accettare una sigaretta, ma non fumarne dieci al giorno. Il fumo, anche della sigaretta, fa male alla bocca, e soprattutto ai denti delle donne, e lo sa Iddio se una donna ha sempre bisogno di una bocca bella e sana, per sorridere, per parlare, per baciare!»

Fumare per la morale corrente è permesso solo alle donne ricche e alle puttane. Le donne del popolo non fumano; non fumano i preti e i ragazzi sorpresi a farlo ricevono energiche punizioni. Non si fuma nei musei e nei teatri, sarebbe vietato anche al cinema, ma fumano tutti e nessuno dice nulla. (Sintesi da: "Otto milioni di biciclette" di Romano Bracalini)

...la storia continua nelle didascalie delle foto con ...

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