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Fornace da mattoni Donati, già Serredi
Questa moderna fornace, che dà lavoro diretto ad una trentina di operai
con un indotto di oltre 150 e riesce a produrre circa 1.100 tn di
laterizi al giorno (blocchi forati per divisori e blocchi da muro di
grande formato per murature portanti), è l’unica rimasta attiva nel
territorio livornese e con essa si chiude il capitolo delle fornaci
“storiche” e si apre l’epoca delle fornaci “moderne”. Nel luogo dove sorge la fabbrica le
mappe catastali della Comunità di Collesalvetti (1819-20) riportano una
piccola fornace, le cui origini potrebbero risalire al secolo XVIII,
quando la ricca famiglia Finocchietti (mercanti livornesi di origine
francese) acquista al Gabbro una vasta tenuta (1739), costruendovi una
villa (Villa Mirabella) ed una grande casa di fattoria. E' probabile che
il bisogno di una grande quantità di laterizi necessari per edificare
fabbricati di tali dimensioni, unitamente alla distanza che separava
Gabbro dai mercati livornesi, abbia indotto i signori Finocchietti a
munirsi di una propria fornace da utilizzare anche per altre esigenze,
come la costruzione di nuove case sui poderi della tenuta, la
ristrutturazione/costruzione di mulini idraulici sul Botro Sanguigna,
ecc. Nel 1876, nonostante parte della tenuta (villa compresa) fosse da
tempo passata ad altri proprietari, la piccola fornace “da mattoni”
rimaneva ancora ad un Finocchietti (Ranieri) ed era censita con una
consistenza di piani 1 e vani 1, in via Ricasoli n. 3 al Gabbro.
Da questo momento in poi è possibile seguire i passaggi di proprietà
dell’opificio:
1886 - marchese Vittorio De Ghantuz Cubbe,
1911 - conte Lodovico Miari,
1929 - Carlo Tabet,
1934 - Monte dei Paschi di Siena
1935 - Maspes cav. Francesco fu Basilio.
Nella mappa d’impianto del catasto moderno (1939) la fornace è
rappresentata con la specifica “Elba”. Un’interessante scoperta riguarda
un mattone rinvenuto nel pavimento di una casa a Canneto nel Comune di
Monteverdi M.mo (PI), con sovraimpresso il bollo: “LATERIZI - FORNACE
AUGUSTA — GABBRO (PISA)”. Dal momento che il Comune di Rosignano M.mo,
di cui Gabbro fa parte dal 1910, è entrato a costituire l’odierna
Provincia di Livorno nel 1925, è evidente che il nome “Augusta” fu
attribuito alla fornace prima di tale data (ma non sappiamo quando).
Per la ricostruzione delle vicende accadute dopo il 1940, essendo andato
perduto l’archivio storico dello stabilimento, ci siamo affidati alla
testimonianza orale del sig. Maltinti Mario (classe 1930) che vi ha
lavorato dal 1944 al 1986, prima come operaio e poi come impiegato. La
fornace fu comprata nel 1936 dai Serredi, originari di Caletta (Castiglioncello),
in seguito ad un fallimento. Nello stesso anno, Ezio Maltinti,
componente di una famiglia di mattonai di Castelfiorentino e padre di
Mario, si trasferì al Gabbro. Prima del 1920 la fornace era a fuoco
intermittente e constava di due pozzi che lavoravano in alternanza con
alimentazione a paglia e fascine. Fra il 1920 ed il 1930 fu costruita
dalla Ditta Cacciò la nuova fornace a fuoco continuo del tipo Hoffman a
16 forni, dove “il fuoco camminava grazie ad un sistema di tiraggi ben
congeniato”. Nel 1943 lo stabilimento chiuse per le vicende belliche e
dette rifugio agli sfollati, subendo anche un bombardamento. Alla
riapertura (1944) le maestranze occupate erano una sessantina. Vi si
producevano mattoni, tabelle e tegole che potevano essere cotti nella
stessa camera anche contemporaneamente, purché disposti in maniera
accorta: i mattoni sotto, le tabelle e le tegole marsigliesi sopra. Il
materiale finito veniva trasportato con una teleferica alla stazione di
Orciano, da dove partiva per destinazioni diverse (anche Corsica e
Sardegna). Il combustibile era costituito da carbone stacciato,
proveniente in prevalenza dal Sulcis (poco era quello inglese, buono, ma
caro), e da lignite proveniente da Ribolla. Alla fine degli anni
Quaranta i Serredi fabbricarono i primi mattoni forati (con 40 fori da
12 mm) e questo evento rappresentò una grande innovazione nel campo dei
laterizi. Nel 1954, in occasione del cinquantesimo anniversario della
fondazione della Società, all’interno della fornace fu organizzata una
grande festa a cui partecipò tutto il paese del Gabbro, ma quell’anno è
ricordato anche per la costruzione di un nuovo e più moderno forno
Hoffman (del tipo senza curve), con 20 camere a facciata, 10 da una
parte e 10 dall’altra, dove “il fuoco avanzava a zig-zag”. Nel 1960-61
lo stabilimento fu dotato di un ulteriore forno “a tunnel” alimentato ad
olio combustibile, dove “il fuoco stava fermo” ed erano i laterizi,
caricati su un sistema di carrelli in movimento, a spostarsi all’interno
del forno. L’escavazione dell’argilla dalla vicina cava di prestito,
condotta inizialmente con pala e piccone (il trasporto del materiale
alle tramogge di macinazione e ai mescolatori avveniva con carrelli su
decauville) passò poi a sistemi sempre più meccanizzati. L’essiccazione
dei laterizi ancora negli anni Cinquanta era condotta all’aria aperta,
nelle “piazze”, dove i mattoni erano disposti in “piccioli” (o “foglie”)
e coperti da tegole marsigliesi per ripararli dalla pioggia, nonché da
stuoini di canne arrotolati che, in caso di necessità, venivano calati
sui mattoni. Successivamente fu costruito un capannone di vetro in grado
di sfruttare il riscaldamento solare (“solarium”), mentre oggi si
dispone di essiccatoi dove viene mandata aria calda. Quando nel 1977 la
fornace chiuse per fallimento, la produzione era incentrata oltre che
sul laterizio anche sui travetti per solai. Le maestranze, composte da
164 operai (più gli impiegati), nell’anno seguente ripresero il lavoro
in amministrazione controllata, ma dopo sei mesi, nonostante i tre forni
attivi producessero ogni giorno 3.000 quintali di materiale, dovettero
arrendersi a fronte di un deficit ormai divenuto incolmabile. Il mattone
12 x 25 x 5,5 pieno e forato, fiore all’occhiello della storica fornace
Serredi, usciva definitivamente di scena.
(Da "Antiche
manifatture del territorio livornese" di Taddei-Branchetti-Cauli-Galoppini,
scaricabile dal sito) |