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Ogni 10 giorni nella tua posta una pillola cultural-turistica, questa è la n° 22 del 20 - ottobre - 2003 |
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Continua la pubblicazione delle opere di RENATO FUCINI, pubblicato anche: CENTO SONETTI IN VERNACOLO PISANO Tutte scaricabili dalla sezione "download" Il sito compie il suo primo anno. Non è stato facile arrivare a questo punto, ma faremo il possibile migliorare ancora. Grazie a tutti quelli che hanno aperto queste pagine ed in modo particolare a quelli che ci hanno incoraggiato chiedendoci di andare avanti. BENVENUTO AI NUOVI ISCRITTI - NON VI PERDETE LE NL PRECEDENTI - sono - QUI Questa NL esce in ritardo per cause tecniche |
www.amistart.it |
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Dalla "Monografia storica di Rosignano Marittimo" di Pietro Nencini 1925 Le croci agli angoli delle strade Un fanatico piemontese, o francese, secondo alcuni, come dal
cognome, Baldassarre Audibert, ai primi di Ottobre del 1841 imprese ad
inalzare croci di legno, con tutti gli emblemi della passione di Gesù
Cristo, su piedestalli di muratura ai bivi delle strade di tutta la
Toscana. A
Rosignano lo croci furono collocate al Paradiso, alla Fonte, nella Villa,
al Giardino, al podere Fedeli per la strada di Castiglioncello, a Caletta,
alla strada del Mazza, oggi Cardon, etc. Le croci venivano erette con
grandi cerimonie, processioni, canti di fede; quella del Paradiso, della
Croce del popolo e quella del podere Fedeli, già del Niccolini, furono
rimesse in ferro e tuttora esistono; le altre sono tutte scomparse. Sul
piedestallo della croce di Caletta, fu apposto il seguente epitaffio che
ancora si conserva: « Nel giorno terzo
di ottobre -1841 - il pio Baldassarre Audibert - con devota pompa -
l'augusto segno doloroso di nostra -
redenzione inalzava - Giovanni Berti - questo monumento di
venerazione - al religioso popolo riponeva. » L'Audibert
aveva comunicato il suo fanatismo alla turbe, che lo chiamavano 1' Uomo
buono, 1' Uomo Santo, 1' Omino. Il 5 Aprile 1925 i Padri passionisti inalzavano una croce in ferro presso il Cimitero con questa epigrafe: «L'anno santo 1925 -a ricordo delle S.S. Missioni - questa croce inalzarono - i P. P. passionisti - e sotto l'egida - di questo vessillo - vollero consacrata - la memoria - dei caduti per la Patria ». ***** Da
SALE E
PIETRA
di Giampiero
Celati - Leo
Gattini: L'osteria
di «Geppe Santo» e le cave di pietra
- Fermata all’Acquabona «Geppe Santo» portava gli orecchini, due cerchi d'oro. Gli pendevano ai lati del gran viso barbuto. Aveva le mani piene di anelli, tutti di pregio, frutto delle sue imprese di brigante. Eppure questo omaccione che incuteva paura soltanto a guardarlo, lasciò a tempo opportuno la strada e le ruberie. Lasciò tabarro e cappellaccio nel capanno della macchia del «Malandrone», ma conservò gelosamente il fido schioppo «a tromba». Lo
tenne, a ricordo e monito, nella casa colonica che acquistò all'Acquabona
e che ripulì, abbellì, ampliò, costruendovi anche una stalla capace di
ospitare cavalli e diligenze. Vi fece pitturare un'insegna: «Trattoria e
Locanda». Pose una frasca, bella larga, tra la sommità della porta e la
dicitura, e applicò all'architrave un lumino rosso, segnale di fermata.
Così «Geppe Santo», vestito di velluto nero, con una grossa catena
d'oro ad attraversargli il panciotto e un ghigno soddisfatto a far
capolino tra la barba, iniziò la nuova attività. Riprendiamo da «Cronache
Maremmane» le tante notizie riguardanti la ristrutturazione
dell'edificio, portata a compimento con cura estrema ai particolari. Strio
Saggini la descrisse in tal modo: «Di due stanze al piano terreno ricavò
uno stanzone, perché buttò giù la parete divisoria; lì, mise un banco
di mescita, sette od otto tavolini e una ventina di sedie e vi adattò,
bene esposti, fiaschi e bottiglie. Usò per illuminazione lumi ad olio,
fatti come quelli dei barrocciai. «Nell'angolo dello stanzone ricavò una
botte con la cannella pronta per spillare il vino. Pose sui tavolini i
bicchieri, di quelli grandi, che si chiamavano conche, erano l'invito a
bere. Lasciò com'era la scala per andare di sopra, ma abbellì anche
quella con un passamano e con una ringhierina di legno. «Anche
di sopra, di due stanze, ne fece una grande e lì ricavò la sala da
pranzo. Ci mise un grande tavolo lungo, rettangolare, per dieci persone.
In un canto, ma ben visibile, appoggiò il vecchio trombone. Approntò una
decina di lucerne da tavola, quelle ad olio a quattro fiaccole, di ottone
lucido, artistiche, col manico e la maniglia in alto, per meglio
trasportarle. La luce si irradiava nella stanza e dava riflessi quando più
intensi quando meno intensi, in un gioco d'ombre e di luci che era una
cosa viva, bella a vedere. Quel furbone di «Geppe» mandava su i
viaggiatori di riguardo con le borse più gonfie; giù, invece, faceva
fermare la gente che male accozzava il desinare con la cena...». «Trattoria-locanda»,
dotata anche di quattro belle camere, all'Acquabona. Prima della
realizzazione della «Ferrovia Maremmana» fu una delle due stazioni di
posta del territorio (l'altra si trovava a Caletta). Qui si mangiava
benissimo, come ricordano le antiche storie, ed era quasi tutto gratis.
Gratis le pappardelle, i tordi allo spiedo, la lepre in salmi, il vino
delle colline di Castellina, ed anche il formaggio pecorino fatto con il
latte delle pecore di «Pettinagrilli», pastore di Valdiperga. «Geppe
Santo» (o se volete Giuseppe Zanobini) faceva pagare soltanto la salvia,
usata per far rosolare i tordi. Quella salvia, però costava carissima. Anche
nei primi anni del XX secolo l'Acquabona ebbe la sua osteria, ma le
caratteristiche ed il pregevole addobbo se n'erano andate insieme al suo
celebre gestore. Il locale era diventato disadorno, senza più la sala da
pranzo al primo piano, senza più camere. Nello stanzone a terreno erano
rimasti pochi tavolini screpolati, seggiole malferme, il bancone
scheggiato, e nero. Soltanto la botte, incastrata nell'angolo, si era
conservata abbastanza bene. Gli avventori erano piuttosto scarsi: vi
facevano tappa, come una volta, alcuni carrettieri e barrocciai e, nei
giorni di festa, i pochi contadini dei dintorni. La
Società Solvay, protesa alla ricerca della pietra, calcarea, operò
accurati sondaggi nella località già nel maggio del 1912, con risultati
molto soddisfacenti. Pertanto il 27 aprile 1913 acquistò da Emilio Monti,
per la somma di 45.000 lire, la prima area utile per gli scavi. Vennero
alcuni operai a spianare il terreno e frequentarono l'osteria, che tornò
gradatamente ad animarsi. Alla ditta Rotigliano furono affidati i lavori
per la costruzione delle prime due case, commissionate dall'Azienda belga
mentre già era allo studio il progetto della teleferica, per portare la
pietra al nuovo stabilimento. Le fondamenta dei primi piloni vennero
gettate nel dicembre del 1914 e i lavori proseguirono a ritmo sostenuto.
Mestiere duro, quello dei cavatori. Quando
la fabbrica iniziò la produzione si lavorava all'Acquabona dieci ore nei
giorni feriali, sei ore la domenica, a forza di piccone e pala, con gran
fatica. Nel 1917 la forza-lavoro era di circa cinquanta persone, fra
minatori, caricatori, addetti alla torre, addetti alla tramoggia,
manovali, apprendisti e donne. La paga media era di 35 centesimi l'ora più
75 centesimi di carovita al giorno, con eccezione per gli apprendisti e
soprattutto per le donne, la cui paga oraria era di soli 17 centesimi. La
teleferica era in pieno funzionamento e intorno alla «Trattoria-Locanda»
che fu di «Geppe Santo» si erano affastellate altre costruzioni,
aggrappate l'una all'altra davanti al piazzale. Mentre i carrelli, carichi
di pietra, risalivano la collina fino al «Molino a Vento» per correre
poi giù, verso la pianura e la fabbrica, l'osteria rimaneva deserta. Gli
operai mangiavano pane e cipolla sul posto di lavoro. Solo di primo
mattino, qualche volta, e soprattutto al tramonto, andavano a bere un
bicchiere di vino per colmare l'arsura. Quando
la guerra finì e la produzione dello Stabilimento si fece più massiccia,
cominciarono a scatenarsi le prime battaglie sociali. La scintilla della
più grave e più lunga agitazione operaia nella storia della Solvay, si
accese appunto all'Acquabona. Avvenne il 17 dicembre 1919. Quel giorno
ebbe avvio lo sciopero dei 62 addetti alle cave, che trascinò, poi, gli
altri dipendenti della Società e provocò la serrata della fabbrica e
mesi di miseria. La vertenza trovò finalmente il suo blocco solo
nell'aprile del 1920, dopo quasi cinque mesi. Intanto
era iniziata la costruzione della casa del capo-cava, signor Mannocci, e,
tornata la normalità, in data 24 luglio 1920 la «Selection Film» chiese
l'autorizzazione per poter girare un documentario sulla teleferica. «Si
concede il permesso» rispose la Solvay sempre fedele al suo atteggiamento
di costante riservatezza «se non verrà citato il nome del costruttore e,
tanto meno, la nostra Società». Le cave dell'Acquabona ebbero il loro periodo di maggior sfruttamento negli anni dal 1924 al 1928. Raggiunsero il vertice di mezzo migliaio di unità lavorative. L'Osteria era tornata agli antichi splendori, rinnovata negli arredi, fittissima di animazione. I tavoli si erano moltiplicati e a mezzogiorno ed a sera c'era addirittura ressa, per poter mangiare. Venivano servite porzioni saporite ad abbondanti. Poi, però, la cava perse di consistenza, in linea con l'apertura dei cantieri di San Carlo. Nel 1930 aveva solo 66 addetti, l'anno seguente quasi più nessuno. Adesso
l'Acquabona è un quieto agglomerato di case, le une poste quasi a
semicerchio davanti al piazzale lungo la Via Emilia, le altre, che hanno
pressoché del tutto perduta l'impronta Solvay, alle pendici della
collina, sulla strada per il capoluogo, segnata da alcuni cipressi. Ben
poco è rimasto visibile della frenetica attività d'una volta. È rimasta l'Osteria, frequentatissima. Le diligenze dell'Ottocento e i barrocci dei primi decenni del nostro secolo hanno lasciato posto agli autocarri, nel rinnovarsi della tradizione. I «Tir», alle ore del pranzo e della cena, parcheggiati al... millimetro, coprono interamente il pur vasto piazzale. Dove si fermano i camionisti - è risaputo - si mangia bene davvero. Nella prossima NL racconteremo altri elementi legati alle vicende della nostra zona |
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POPPI (AR), Camaldoli Il caimano in farmacia Monastero
di Camaldoli Località Camaldoli 52010 Camaldoli di Poppi (AR) Tel.
0575/556012556123 Monaci Benedettini Camaldolesi Informazioni: Azienda Promozione Turistica di Arezzo, Badia Prataglia, 52014 Poppi (AR) Tel.
0575/559054 Biblioteca del Monastero (30.000 volumi) Dove
si trova: Il Monastero si può raggiungere con belle strade
panoramiche dalla statale 70 (della Consuma) presso Poppi in 15 km, oppure
dalla statale 71 (Umbro Casentinese Romagnola) in 4 km. Stazione FS a
Poppi o Bibbiena(15km) Storia
e situazione:
II cenobio venne fondato nell'anno 980 dal conte Maldolo -
dando cosi nome al luogo (Cà Maldoli, «Casa di Maldolo» =
Camaldoli) - e quindi donato a san Romualdo, che ne fece uno dei più
importanti centri monastici della cristianità. Sviluppatesi nei secoli,
il Monastero è ancora oggi molto attivo ed e sede della congregazione dei
Benedettini Camaldolesi. Nel 1012 venne fondato da san Romualdo anche il
sovrastante Eremo, 3 km più a nord. Entrambe le località sono immerse in
una magnifica foresta, oggi protetta nell'ambito del vasto Parco Nazionale
del Monte Falterona, Campiglia e delle Foreste Casentinesi. La cosa notevole: La Farmacia, aperta nel 1513, è ancora operante e vende genuini e sapienti prodotti. A
fianco si conserva il locale dell' «antico laboratorio galenico», con
preziosi strumenti e arredi. E
qui esposto - sorprendentemente - un coccodrillo (o forse caimano), di
imprecisata provenienza, ne esisteva un altro esemplare, più piccolo,
sottratto da ignoti. PRATO Conservazione prodigiosa Monastero
di S Vincenzo 9 Via
San Vincenzo 9 - 59100 Prato Tel 0574/24706 Monache Domenicane Informazioni: Musei Diocesani - Museo Opera del Duomo, piazza Duomo 49, 59100 Prato Tel.
0574/29339 Biblioteca
«Roncioniana», piazza San Francesco 27, 59100 Prato Tel. 0574/24641 Dove
si trova: Nel centro cittadino, presso piazza San Domenico. Storia
e situazione:
In questo Monastero domenicano visse lungamente santa Caterina de' Ricci
(1522-90), canonizzata nel 1746. La cosa notevole: Sotto l'altare maggiore della chiesa, in una ricca urna, è conservato il corpo incorrotto della Santa Altre notizie: Caterina fu famosa per le sue estasi mistiche, e per le stigmate che ricevette nel 1547.
Nella prossima NL riprenderemo il nostro giro nella regione |
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LOCUZIONI E DETTI CELEBRI:Non plus ultra ( Non più oltre) Leggendaria iscrizione posta sulle colonne che Ercole alzo a Calpe e Abila (ai lati dello Stretto di Gibilterra). Si credeva che quelle colonne segnassero i limiti del mondo, oltre i quali era vietato ai mortali andare. Oggi vuole alludere ad una cosa perfetta, che non ne ammette alcuna superiore. |
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La barzelletta di chiusura...per abbassare il livello di stress : Un
signore soffre di un terribile mal di testa che lo affligge senza tregua
da diversi anni, mai un medico che riesca a dargli la cura giusta. Alla
fine arriva ad Houston, in una clinica superspecializzata, dove il
professore di turno gli comunica che dovrà operarlo per togliergli i
testicoli, ma nel contempo gli garantisce per iscritto che il mal di testa
cesserà per sempre. |
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Cosa bolle in pentola ? Ancora tutto Fucini. Grazie per averci seguito fino qui, Per questa volta è tutto, Riceverete il prossimo numero il 1/Novembre /2003 |
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