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(Lettera
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Ogni 10 giorni nella tua posta una pillola cultural-turistica, questa è la n° 18 del 10 - settembre - 2003 |
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questa volta ti segnaliamo: |
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Si apre la sezione dedicata ad un altro GRANDE amatore di Castiglioncello contemporaneo dei Macchiaioli e grande amico e di Diego Martelli RENATO FUCINI con LE VEGLIE DI NERI narratore di grande forza rappresentativa di una certa provincia "dimenticata" avvolta nella solitudine, nell'ignoranza e nella miseria atavica. Vicende semplici, umane e sociali, ambientate nelle paludi e nelle borgate che sottolineano la rassegnazione e spesso la disperazione di "chi si è visto voltare le spalle dalla vita". Scarica il volume completo dalla sezione "download" |
www.amistart.it |
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Questa volta non andiamo lontano nel tempo, ma risaliamo solo al 1943, anni di guerra, riportando volentieri le memorie di un amico concittadino oggi settantanovenne, che ha voluto ricostruire e raccontare la propria esperienza di neo-militare legata ai fatti a cavallo dell'8 settembre. ***** Questa
sera nel vedere alla Televisione il Film "Perlasca" in ricordo
del massacro nei campi di concentramento nazisti , mi sono passati
davanti ancora i miei ricordi, purtroppo molto tristi, dovuti appunto alla
guerra, cosa questa da condannare da tutte le persone che hanno in mano le
sorti del mondo. Voglio
però iniziare a dire di me da quando sono arrivato in questa terra.
Ultimo di sei figli, una famiglia onesta, laboriosa e contadina e fin
dalla giovane età di quattordici anni ho saputo cosa vuoi dire lavorare
la terra. Si viveva in un piccolo paese, Guardistallo e, nonostante tutto,
dopo il lavoro nei campi si trovava sempre il momento di svago alla sera
con gli amici avuti fin dal tempo della scuola (come succede credo in
tutti i piccoli paesi). Si arrivò però, per me ad un momento molto
triste, essendo mezzadri si rimase senza terra, non so ora spiegare il
perché, data la mia giovane età non ero tanto informato sull'andamento
familiare, momento triste perché per trovare un appezzamento di terreno
dove lavorare bisognò cambiare paese. Si
tornò a Montescudaio e per me
lasciare il mio paese, i miei amici, fu molto dura da accettare. In
seguito, però, mi accorsi che anche cambiando posto si potevano trovare
nuovi amici con i quali passare il nostro tempo libero. Passava
così il tempo, le settimane, i mesi, gli anni e la guerra non finiva,
arrivò invece, purtroppo, anche per me il momento di partire. A quel
tempo avevo solo 19 anni. 26 Agosto
1943 ore 6 del mattino con la mia valigetta (per meglio dire con la
mia cassetta fatta dal falegname del paese, però era comoda perché in
caso di bisogno ci si poteva anche sedere) mi avviai verso la Piazzetta a
prendere il pullman dopo aver salutato i miei genitori e mia sorella con
gli occhi pieni di lacrime. Fu
molto dura lasciare i miei vecchietti dato anche che avevano un altro figliolo
soldato che era andato nel 1938 di leva e non era più ritornato a casa,
salvo i giorni di licenza. Partii così verso Pisa dove mi presentai al
distretto e lì fui destinato nel Reggimento Chimico a Roma, così insieme
ad altri giovani si partì per la nostra destinazione. Arrivati a Roma,
Stazione Termini fummo portati in un posto chiamato Deposito e lì via via
venivano dei soldati e chiamavano coloro che erano destinati nel suo
Reggimento. Passavano così le ore ed io ad aspettare la chiamata che
arrivò la sera un po' tardi e, a dire la verità, con un po' di fame in
corpo. Mi portarono in un posto chiamato Forte Aurelia e dove trovai molta confusione, non mi ricordo nemmeno
se mangiai o no, certo pensai : "Si
incomincia bene!!!" Il
giorno dopo ci portarono con dei camion alla Cecchignola, in una Caserma
nuova dove avevano ancora da finire tutti i servizi ed eravamo riforniti
di acqua con autobotti. Ci consegnarono vestiti e altri indumenti e io
depositai la mia valigia con il mio vestito che ancora rimpiango dato che
era il mio miglior capo di vestiario. Passarono alla svelta alcuni giorni
ed arrivò così il fatidico 8 Settembre quando ci illudemmo che fosse
finita la Guerra dato che il Generale Badoglio parlando al popolo italiano
disse di aver chiesto l'Armistizio al Governo Americano, così corremmo
tutti felici a festeggiare nel cortile della Caserma, ma un suono di
tromba ci fece calmare e la voce del Comandante della Caserma si fece
sentire dicendoci di andare a dormire tranquilli ma che, purtroppo, la guerra non era ancora finita dato che il nemico lo avevamo in casa, peggio
di prima. Infatti le cose dette dal Comandante si avverarono. Verso l'una
di notte colpi di mortaio incominciarono a cadere sulla Caserma....
Vestirsi alla svelta e trovarmi nel corridoio in mezzo al fabbricato dove
si pensava di essere più sicuri fu un attimo. I colpi continuavano e ad
un tratto mi trovai davanti ad una scena tremenda; portarono un ragazzo
che era stato colpito all'inguine e perdeva sangue mentre si lamentava
chiamando la mamma, ed io pensai fra quanto tempo mi sarei trovato così o
forse peggio! Fra un colpo e l'altro si fece giorno e verso le otto si
videro entrare soldati tedeschi armati, come si dice, fino ai denti, i
quali ci fecero uscire dalla Caserma e così inquadrati si partì per
destinazione ignota, solo con i vestiti che si aveva indosso, si camminò
così tutto il giorno senza mangiare e bevendo ogni tanto per mezzo di un
elmetto prendendo l'acqua in un fosso che scorreva lungo la strada. La
notte si passò in una pineta stesi per terra. Non
appena giorno si ripartì e nella serata si arrivò a Ostia lungomare, ci
sistemarono in uno Stabilimento Balneare chiamato "Bagni Plinius"
in due ogni "cabina"
dove ci faceva anche molto freddo e la posizione era molto scomoda. Si
doveva stare con le gambe tutte ritirate dato che non si aveva altra
scelta per tenere la porta chiusa e così far entrare meno aria fredda. Incominciò
così la vita di prigioniero mangiando cosa si trovava sulla spiaggia e
cocendo quei minuscoli datteri che si trovano attaccati agli scogli e
bevendo poi quel brodo {diciamo così!) che ne veniva fuori. Dopo qualche giorno
incominciarono a darci tre o quattro pomodori al giorno, la speranza
nostra era quella che arrivassero le truppe americane, infatti in
lontananza si sentivano i rumori delle cannonate e si seppe che erano
sbarcati ad Azio, ma per noi non cambiava nulla. Un giorno sapendo che in
cucina dei soldati tedeschi avevano messo anche italiani e poterci
arrivare voleva dire mangiare qualcosa e si poteva trovare un pò di
vestiario dato che nella zona dove si trovavano le cucine prima si trovava
la Guardia di Finanza, io volli tentare di arrivarci. Ma, mentre mi
avvicinavo alla meta incontrai un tedesco il quale con maniere molto dure
e parlando la sua lingua mi prese per il collo facendomi inginocchiare e
con un frustino incominciò a picchiare sulle mie spalle facendomi
purtroppo molto male sia fisicamente che moralmente perché mentre lui
frustava il mio pensiero andò indietro di pochi giorni, al mio babbo che
pure qualche volta avrebbe avuto diritto di farlo ma non era mai arrivato
a farmi quello che subivo in quel momento da uno sconosciuto. Purtroppo
era la situazione di quel momento e la sera avevo ancora dolore nelle
spalle e certamente non avevo dei calmanti che mi potessero aiutare a
superare quel brutto momento. Passavano
i giorni e nulla cambiava, cercando sempre qualcosa da poter mangiare per
la sopravvivenza e continuamente con il pensiero verso casa mi auguravo
che almeno mio fratello Fiore fosse arrivato indenne a casa. Arrivò la
mattina che con maniere brusche e prepotenti ci caricarono sui camion (non
mi ricordo bene se era l'11 o il 12 Ottobre) portandoci alla stazione di
Fiumicino dove, come tante bestie, ci fecero salire, appunto, su carri
bestiame chiudendo con i ganci esterni. Iniziò così il nostro viaggio
con destinazione Germania (anche se nessuno ci aveva detto nulla si
pensava certo a quella sorte). Il vagone dove ero io non era molto
affollato eravamo 18 così ci si poteva sdraiare senza darci noia. Si
incominciò subito a parlare della nostra situazione che certo non era
delle più belle, trovai uomini più vecchi di me di tante parti d'Italia,
salvo uno aveva la mia età ed era di Trieste e fu proprio lui che con la
sua costanza e forza di volontà che fece cambiare la nostra situazione in
un modo che dirò. Durante
il giorno il treno fece poco cammino, verso le otto di sera si arrivò
alla Stazione di Chiusi dove si stette fermi un po' di tempo e tutti si
approfittò per scrivere su dei pezzi di foglio il nostro indirizzo di
casa gettandolo fuori dal vagone in modo che qualcuno potesse scrivere a
casa nostra dicendo che ci avevano visto passare senza però sapere la
nostra destinazione, infatti a casa arrivò una lettera dicendo tutto ciò
inviata da un sacerdote. Il
treno riprese il suo cammino e mentre quasi tutti si stava sdraiati sul
piano del vagone, con l'arrivo della notte il giovane triestino iniziò a
pendolarsi dal finestrino del vagone dondolando una cintura di quelle di
stoffa con le campanelle in cima, sperando che una potesse entrare nel
gancio che chiudeva il vagone e così aprire. Infatti dopo forse migliaia
di tentativi, verso le tre di notte sentii la voce del ragazzo che diceva
"ce l'ho fatta" Mi alzai e gli aiutai a spingere il portellone e
così vedere l'aria aperta. Iniziò così il problema di buttarsi oppure
no dato che il treno andava abbastanza forte e gli anziani insistevano di
non gettarsi, ma il triestino deciso disse cha aveva lavorato tanto e
perciò avrebbe tentato, dicendo così si mise a sedere sul piano del
vagone e facendo un segno di saluto sparì nel buio della notte. Io me ne
stavo in piedi guardando fuori lo scorrere il passaggio dei pali elettrici
che avveniva abbastanza spesso mentre nella mia testa tanti pensieri si
accumulavano l'uno sull'altro senza sapere però quale fosse la migliore
soluzione. Alla fine la decisione, mi butto, meglio morire in ITALIA che
andare a finire chissà dove e a subire chissà quali sofferenze. E mentre il treno continuava la sua corsa io me ne stavo ancora in piedi immerso nei miei ricordi, pensavo ai miei genitori, i miei fratelli e sorelle, potrò ancora riabbracciare tutti? Mi domandavo e mi auguravo che questo accadesse e come non pensare ai miei amici che anche loro erano andati soldati, torneremo a trovarci al Circolo la sera a fare le nostre partite e sfotterci quando uno sbagliava e così perdendo la partita? M il ritmico rumore del treno mi riportò alla realtà e dovevo decidermi a fare quello che ormai avevo pensato, dato che se fosse arrivato il giorno tutto sarebbe svanito e bisognava accettare la sorte che il destino aveva segnato e così senza pensarci più mi misi a sedere sul piano del vagone, come avevo visto fare al triestino e dopo aver salutato gli altri sfortunati mi feci il segno della croce e dandomi una forte spinta mi buttai pensando di andare a finire nei campi, invece un rumore forte nelle orecchie e un caldo su tutto il corpo specie sul viso e le gambe dovuto al sangue che mi usciva dalla ferite dovuto all'impatto con il pietrisco e la punta delle traverse, si perché nonostante la spinta che mi ero dato non ero andato molto lontano dai binari, ma tutto ciò non aveva più importanza la cosa più bella era che ero ancora vivo e che mi muovevo con tutte le mie parti del corpo senza rotture e dentro di me ringraziai chi mi aveva protetto a superare quel momento molto difficile. Però non era il momento di stare lungo la ferrovia, mi alzai e dopo aver sputato i pezzi di dente che avevo in bocca, presi attraverso i campi sperando di trovare una casa nella quale ci fosse qualcuno per aiutarmi, infatti poco dopo sulla mia sinistra intravidi delle case ed io alla prima porta che trovai mi misi a bussare. Dopo pochi minuti si aprì ed un uomo ancora giovane mi apparve nella penombra e senza chiedermi nulla mi prese per un braccio tirandomi all'interno della stanza mi fece sedere, quindi chiamò Maria (seppi dopo che era la moglie) dicendole di prendere disinfettante e tutto ciò che ci vuole per le ferite mi medicarono e mi pulirono, fatto questo si misero anche loro a sedere dicendomi, ecco ora si può parlare ed io dissi loro la mia situazione come ero arrivato fino là e domandai dove mi trovavo, ci troviamo a San Massimo mi dissero, frazione di Verona che si trova a pochi chilometri. Io mi sentii un po' sgomento dato che pensavo di essere ancora in Toscana, ma ormai era tutto accettabile perché la cosa più bella che io avevo in quel momento che ero vivo e mi trovavo ancora in Italia. Piano
piano si fece giorno e non so da dove vennero fuori, mi fecero mettere in
borghese e uscendo vidi che c'erano molte case e vicino un bei Palazzo e
se fossi andato lì sarei cascato ancora in mano ai tedeschi. Mi trovai
circondato da molte donne che potevano essere mia mamma e facevano a gara
a portarmi qualcosa da mangiare e ad un certo punto ringraziandole tutte
dissi basta altrimenti scoppio. Moglie a marito che mi avevano dato il
primo soccorso erano ancora molto giovani e senza figli, lui operaio e lei
casalinga e mi spiegarono che loro non avrebbero potuto tenermi per molto
tempo ma che avevano vicino dei parenti che mi avrebbero aiutato dato che
erano contadini. Ed il pomeriggio infatti si andò da questa famiglia
accolto molto bene, e il capo famiglia mi disse che come mangiavano loro
avrei mangiato anch'io e che un figlio suo purtroppo era andato a finire
in Germania e non sapevano più nulla, a fine guerra fortunatamente ritornò
anche lui, Luigi Manganotti. Questo è il cognome di questa famiglia ed
ancora a distanza di molti anni siamo ancora in buona relazione. Ed
ora tornando indietro voglio dire che mi trattenni una quindicina di
giorni e nel frattempo scrissi a casa ed un giorno con mia grande sorpresa
vidi apparire mio babbo e mio cognato Aurelio e con loro ritornai a casa
dove riabbracciai tutti compreso mio fratello Fiore che da Caserta ce
l'aveva fatta a rientrare a casa. Si
riprese la nostra vita di lavori nei campi, ma la tranquillità non durò
a lungo. Bisognava ritornare soldati e per ben tre volte vennero i
Carabinieri e portavano via mio babbo dato che io insieme ad altri si
partiva da casa, ma non ci si presentava al Distretto oppure a Volterra con
i Repubblichini, però dopo la terza volta si decise di presentarci perché
dissi è meglio io che mio babbo visto l'età che aveva. Mi presentai ci
mandarono a Firenze dove mi trovai ancora in mezzo ai tedeschi però a
lavorare nell'ospedale cioè in Sanità e finalmente arrivò anche la fine
della guerra e così ritornare alla vita normale con le nostre famiglie.
Passava il tempo, tutto regolare finché una sera nella pista da ballo del
paese conobbi una ragazza che all'inizio fu amicizia ma ben presto si
trasformò in amore e per tre anni fu un viaggiare dal mio paese al suo e
cioè a Caletta fino al giorno 24 Settembre 1949 Abitare
nella nostra casa con tutte le comodità che una persona può
desiderare è stato veramente una cosa meravigliosa II
segreto di tutto ciò credo che non ce ne sia, la cosa essenziale nella
vita è la fiducia, il rispetto, la stima nella persona che abbiamo scelto
per essere uniti nella vita, ed io nonostante i 53 anni che abbiamo finora
passati insieme non mi sono stancato di averla vicino e spero ce ne siano
ancora molti da contare. Voglio aggiungere una cosa, un rimpianto l'abbiamo avuto, quello di non avere avuto figli, ma pazienza, si vede che questo era il nostro destino ed in caso di bisogno si spera ci sia sempre qualcuno a darci una mano per poter tirare a campare.... Mario Malerbi Nella prossima NL racconteremo altri elementi legati alle vicende della nostra zona |
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Dal volume Le Veglie di Neri di "Neri Tanfucio" riportiamo uno dei più brevi fra i 16 racconti Lo spaccapietre Quando
il sole piomba infocato sulle groppe stridenti delle cicale, e il ramarro,
celere come l'ombra d'una rondine, attraversa a coda ritta la via; o nel
tempo che la bufera arriccia e spolvera all'aria l'acqua delle grondaie
ficcandoti nell'essa il freddo e la noia, lo spaccapietre è al suo posto.
Un mazzo di frasche legate a ventaglio in cima d'un palo lo difende dal
sole nell'estate; un povero ombrello rizzato fra due pietre e piegato
dalla parte del vento, lo ripara dalla pioggia nell'inverno. Il
barrocciaio che la mattina passa scacciando con una frasca i tafani di
sotto alla pancia del mulo trafelato, gli da il buon giorno: il contadino,
tornando la sera fradicio e intirizzito dai campi, gli augura la buona
notte. E
all'ombra di quelle frasche o sotto il riparo di quell'ombrello, seduto
sopra una pietra bassa e quadrata, consuma le sue lunghe giornate, finché
la massa di macigni che la mattina stava alla sua sinistra non è passata
all'altra parte, ridotta dal suo pesante martello in minuti frantumi di
breccia acuta e tagliente. Allora egli è contento, perché
ha guadagnato gli ottanta centesimi che gli paga puntualmente l'accollatario
del mantenimento della via. Ma non sempre gli va così. Non perché l'accollatario,
che è un vero galantuomo, sia capace di defraudarlo; ma perché molte
sono le cause che possono assottigliargli il guadagno o allontanarlo
affatto dal lavoro. Di frequente la pietra che ha da spezzare è troppo
forte, e il lavoro non gli comparisce; qualche volta gli si guasta il
martello, e perde tempo a riadattarlo; non di rado nell'inverno il
maltempo infuria così impetuoso che lo scaccia dal lavoro; spesso, quando
il sole d'agosto è troppo rovente, è costretto a cercare d'un albero e
quivi all'ombra riposarsi, perché sente che le forze gli mancano; qualche
altra volta, col braccio tremante per la stanchezza, e questo accade più
spesso, cala il martello in falso e si percuote sul dito, ammaccandoselo
sempre dolorosamente, non di rado fino al sangue. E in quel caso gli tocca
a fasciarsi o a correre alla più vicina fontana, se pure non deve
abbandonare il lavoro, perché lo spasimo non gli permette di continuare.
E i cinquanta e gli ottanta centesimi allora non vengono, e la fame si
ferma alla sua casa e lo veglia e l'assiste e non l'abbandona, finché non
l'ha ricondotto estenuato e pallido presso il monte di pietre che da otto
giorni l'aspetta lungo la via. E quella sera mangerà; mangerà poco,
perché poco potrà lavorare; ma l'accollatario, che per fortuna è un
vero galantuomo, gli misurerà puntualmente il lavoro fatto, e
puntualmente gli darà i suoi venti o trenta centesimi trascurando i rotti
in più della misura, perché lui a queste piccolezze non ci bada; ha
trattato sempre bene chi lavora, e se ne vanta. Io
ne conosco uno di questi splendidi esemplari di carne da lavoro. Ah! ma
questo che conosco io è stato sempre un signore, il Creso degli
spaccapietre, perché fino a sessantenni sonati, stomaco di cammello e
muscoli di leone, ha guadagnato sempre il massimo che può fruttare il suo
lavoro, e la polenta gialla o il pane bigio non sono mai spariti altro che
per eccezione dalla sua tavola.
E
i suoi colleghi lo rammentano con ammirazione, e raccontano ai loro amici
attoniti come tutto l'inverno del '57 fu capace di spezzare due metri cubi
arditi di pietra ogni giorno che Dio metteva in terra, senza mai fumare,
senza bere un dito di vino e senza ammalarsi. Ma
le sue mani paiono due pezzi informi di carne callosa, il suo viso,
screpolato piuttosto che solcato da rughe, pare un pezzo di pane da cani,
e i suoi occhi, dopo tanti anni di sole, di polvere e d'umidità, sono
contornati di rosso e gli lacrimano di continuo nelle occhiaie infiammate,
che la notte gli bruciano e non gli danno riposo. Ha le gambe torte e
rigide dal lungo starsi a sedere, la schiena fortemente curvata, il corpo
intero di mummia, lo spirito consumato dai dolori. Se
gli domandi delle sue sventure, egli ti agghiaccia col racconto freddo e
conciso che, tra un colpo e l'altro del suo martello, tè ne fa come di
cose che debbano necessariamente accadere. La
sua figliola maritata partorì alla macchia dove era andata a far legna, e
fu trovata morta lei e la creatura; il genero, che pareva tanto un buon
giovane, scappò con una donnaccia e finì per le prigioni dopo avergli
lasciato un nipotino che era la sua consolazione. Ma anche quello il
Signore lo volle per sé, perché si vede che non lo credeva degno di
tanta fortuna. Quando parla della figliola e del genero, non da segni di
commozione; ma se rammenta il su' povero Gigino posa il martello, si
prende la testa fra le mani e, dondolandola come fa l'orso nella gabbia,
racconta la sua fine pietosa. Aveva già cominciato a menarlo
con sé a spezzare, perché era un ragazzetto che per la fatica prometteva
dimolto, quando un giorno, povero Gigino! non potendo più reggere dalla
sete che lo tormentava dopo aver mangiato una salacca senza lavare, entrò
in un campo e s'arrampicò sopra un ciliegio. Sopraggiunse il contadino
gridando da lontano; il bambino per scender presto, cadde, si fece male a
una gamba, non potè fuggire e fu mezzo massacrato dal contadino che lo
raggiunse. Parte per lo spavento, parte per le percosse, dopo quindici
giorni gli morì di convulsioni, che tutti non fecero altro che dire «Peccato!»,
perché delle creature belle a quella maniera non era tanto facile
vederne. Finito
il racconto, rimane un momento fermo a pensare; poi ripiglia il martello e
continua il suo lavoro. La
sua donna è cieca da un occhio, e di quella disgrazia la colpa l'ha tutta
lui, perché, se ci avesse badato, non sarebbe accaduta. Quando le gambe
la reggevano, la mattina andava a chiedere l'elemosina, e, se aveva fatto
qualche tozzo di pane, verso il mezzogiorno glielo portava dove era a
spezzare e si fermava lì a tenergli un po' di compagnia; e qualche volta,
in tempo che lui mangiava, si metteva lei a spezzare, tanto per non perder
lavoro. Una mattinaccia, in tempo che la su' donna svoltava la pezzòla
del pane, passò un signore in calesse che buttò via un mozzicone di
sigaro acceso, il quale andò a cascare vicino al monte de' sassi. La
donna si chinò per raccattarlo e porgerlo al marito, e in quel tempo una
scheggia d'alberese la colpì nell'occhio e l'accecò senza rimedio. Da
quella mattina non è stata più lei: gli dole sempre il capo, non si
regge più ritta dalla debolezza e non sa come curarsi, perché il dottore
non gli ha ordinato altro che carne e vino generoso. E ora passa le sue
giornate sull'uscio, seduta a chiedere la carità ai viandanti; ma da che
hanno fatto la strada ferrata non passa quasi più nessuno, e spesso, dopo
essersi accostata, mezza cieca, a chieder l'elemosina a chi le viene
incontro per chiederla a lei, vede andar sotto il sole senza aver fatto ne
un centesimo ne un boccone di pane. Allora, s'accuccia per abitudine
accanto al fuoco spento, dove, aspettando il marito e dicendo la corona,
s'addormenta. Un giorno che, meno brusco del
solito, mi parlava delle sue miserie, dei suoi bisogni e delle sue
privazioni, gli domandai quasi scherzando: «Dimmi:
se tu potessi in questo momento ottenere tutto quello che ti paresse, che
desidereresti?». «Una
fetta di pane bianco per darlo inzuppato alla mi' vecchia che non ha più
denti!» Ma quando quest'uomo s'ammalerà,
il medico, andando a suo comodo dopo la terza chiamata, lo troverà
agonizzante; il prete invitato per carità a spicciarsi, vorrà finire il
suo desinare e lo troverà morto; il becchino, guardandogli i piedi scalzi
e il camicione topposo, gli reciterà la breve orazione: «Accidenti a chi
ti ci ha portato!». Nella prossima NL riprenderemo il nostro giro nella regione |
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LOCUZIONI E DETTI CELEBRI: Acqua alle corde Frase pronunciata dal capitano di mare Bresca di S.Remo allorchè dovendosi innalzare il 10/9/1586 in piazza S.Pietro l'obelisco egiziano di 25,50 m. che si trovava nel circo di Nerone ed avendo il Papa Sisto V imposto ai presenti il silenzio sotto pena di morte, il Bresca vide le corde che reggevano il monolito allungarsi e cadere. L'avvertimento subito seguito permise il felice esito dell'operazione. Il Bresca ebbe poi i favori del Papa. |
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La barzelletta di chiusura...abbassa il livello di stress :
Il cumenda col suo Ferrarino è lì che viaggia ad una buona media, su una
strada provinciale. |
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