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Ogni 10 giorni nella tua posta una pillola cultural-turistica, questa è la n° 18 del 10 - settembre - 2003

   

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questa volta ti segnaliamo:

 INFORMAZIONI SUGLI AGGIORNAMENTI DEL SITO 
 Si apre la sezione dedicata ad un altro GRANDE amatore di 
Castiglioncello contemporaneo dei Macchiaioli 
e grande amico e di Diego Martelli
RENATO FUCINI  con
LE VEGLIE DI NERI
narratore di grande forza rappresentativa di una certa provincia "dimenticata" 
avvolta nella solitudine, nell'ignoranza e nella miseria atavica.
Vicende semplici, umane e sociali, ambientate nelle paludi e nelle borgate 
che sottolineano la rassegnazione e spesso la disperazione 
di "chi si è visto voltare le spalle dalla vita".
Scarica il volume completo dalla sezione "download"

...una mano per cominciare...

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  FLASH STORICI SULLA NOSTRA ZONA DAGLI ETRUSCHI IN QUA

             Questa volta non andiamo lontano nel tempo, ma risaliamo solo al 1943, anni di guerra, riportando volentieri le memorie di un amico concittadino oggi settantanovenne, che ha voluto ricostruire e raccontare la propria esperienza di neo-militare legata ai fatti a cavallo dell'8 settembre. 

*****

Questa sera nel vedere alla Televisione il Film "Perlasca" in ricordo del massacro nei campi di concentramento nazisti , mi sono passati davanti ancora i miei ricordi, purtroppo molto tristi, dovuti appunto alla guerra, cosa questa da condannare da tutte le persone che hanno in mano le sorti del mondo.

Voglio però iniziare a dire di me da quando sono arrivato in questa terra. Ultimo di sei figli, una famiglia onesta, laboriosa e contadina e fin dalla giovane età di quattordici anni ho saputo cosa vuoi dire lavorare la terra. Si viveva in un piccolo paese, Guardistallo e, nonostante tutto, dopo il lavoro nei campi si trovava sempre il momento di svago alla sera con gli amici avuti fin dal tempo della scuola (come succede credo in tutti i piccoli paesi). Si arrivò però, per me ad un momento molto triste, essendo mezzadri si rimase senza terra, non so ora spiegare il perché, data la mia giovane età non ero tanto informato sull'andamento familiare, momento triste perché per trovare un appezzamento di terreno dove lavorare bisognò cambiare paese.

Si tornò a Montescudaio e per me lasciare il mio paese, i miei amici, fu molto dura da accettare.

In seguito, però, mi accorsi che anche cambiando posto si potevano trovare nuovi amici con i quali passare il nostro tempo libero.

Passava così il tempo, le settimane, i mesi, gli anni e la guerra non finiva, arrivò invece, purtroppo, anche per me il momento di partire. A quel tempo avevo solo 19 anni. 26 Agosto 1943 ore 6 del mattino con la mia valigetta (per meglio dire con la mia cassetta fatta dal falegname del paese, però era comoda perché in caso di bisogno ci si poteva anche sedere) mi avviai verso la Piazzetta a prendere il pullman dopo aver salutato i miei genitori e mia sorella con gli occhi pieni di lacrime.

Fu molto dura lasciare i miei vecchietti dato anche che avevano un altro figliolo soldato che era andato nel 1938 di leva e non era più ritornato a casa, salvo i giorni di licenza. Partii così verso Pisa dove mi presentai al distretto e lì fui destinato nel Reggimento Chimico a Roma, così insieme ad altri giovani si partì per la nostra destinazione. Arrivati a Roma, Stazione Termini fummo portati in un posto chiamato Deposito e lì via via venivano dei soldati e chiamavano coloro che erano destinati nel suo Reggimento. Passavano così le ore ed io ad aspettare la chiamata che arrivò la sera un po' tardi e, a dire la verità, con un po' di fame in corpo. Mi portarono in un posto chiamato Forte Aurelia e dove trovai molta confusione, non mi ricordo nemmeno se mangiai o no, certo pensai : "Si incomincia bene!!!"

Il giorno dopo ci portarono con dei camion alla Cecchignola, in una Caserma nuova dove avevano ancora da finire tutti i servizi ed eravamo riforniti di acqua con autobotti. Ci consegnarono vestiti e altri indumenti e io depositai la mia valigia con il mio vestito che ancora rimpiango dato che era il mio miglior capo di vestiario. Passarono alla svelta alcuni giorni ed arrivò così il fatidico 8 Settembre quando ci illudemmo che fosse finita la Guerra dato che il Generale Badoglio parlando al popolo italiano disse di aver chiesto l'Armistizio al Governo Americano, così corremmo tutti felici a festeggiare nel cortile della Caserma, ma un suono di tromba ci fece calmare e la voce del Comandante della Caserma si fece sentire dicendoci di andare a dormire tranquilli ma che, purtroppo, la guerra non era ancora finita dato che il nemico lo avevamo in casa, peggio di prima. Infatti le cose dette dal Comandante si avverarono. Verso l'una di notte colpi di mortaio incominciarono a cadere sulla Caserma.... Vestirsi alla svelta e trovarmi nel corridoio in mezzo al fabbricato dove si pensava di essere più sicuri fu un attimo. I colpi continuavano e ad un tratto mi trovai davanti ad una scena tremenda; portarono un ragazzo che era stato colpito all'inguine e perdeva sangue mentre si lamentava chiamando la mamma, ed io pensai fra quanto tempo mi sarei trovato così o forse peggio! Fra un colpo e l'altro si fece giorno e verso le otto si videro entrare soldati tedeschi armati, come si dice, fino ai denti, i quali ci fecero uscire dalla Caserma e così inquadrati si partì per destinazione ignota, solo con i vestiti che si aveva indosso, si camminò così tutto il giorno senza mangiare e bevendo ogni tanto per mezzo di un elmetto prendendo l'acqua in un fosso che scorreva lungo la strada. La notte si passò in una pineta stesi per terra.

Non appena giorno si ripartì e nella serata si arrivò a Ostia lungomare, ci sistemarono in uno Stabilimento Balneare chiamato  "Bagni Plinius" in due ogni "cabina" dove ci faceva anche molto freddo e la posizione era molto scomoda. Si doveva stare con le gambe tutte ritirate dato che non si aveva altra scelta per tenere la porta chiusa e così far entrare meno aria fredda.

Incominciò così la vita di prigioniero mangiando cosa si trovava sulla spiaggia e cocendo quei minuscoli datteri che si trovano attaccati agli scogli e bevendo poi quel brodo {diciamo così!) che ne veniva fuori. Dopo qualche giorno incominciarono a darci tre o quattro pomodori al giorno, la speranza nostra era quella che arrivassero le truppe americane, infatti in lontananza si sentivano i rumori delle cannonate e si seppe che erano sbarcati ad Azio, ma per noi non cambiava nulla. Un giorno sapendo che in cucina dei soldati tedeschi avevano messo anche italiani e poterci arrivare voleva dire mangiare qualcosa e si poteva trovare un pò di vestiario dato che nella zona dove si trovavano le cucine prima si trovava la Guardia di Finanza, io volli tentare di arrivarci. Ma, mentre mi avvicinavo alla meta incontrai un tedesco il quale con maniere molto dure e parlando la sua lingua mi prese per il collo facendomi inginocchiare e con un frustino incominciò a picchiare sulle mie spalle facendomi purtroppo molto male sia fisicamente che moralmente perché mentre lui frustava il mio pensiero andò indietro di pochi giorni, al mio babbo che pure qualche volta avrebbe avuto diritto di farlo ma non era mai arrivato a farmi quello che subivo in quel momento da uno sconosciuto. Purtroppo era la situazione di quel momento e la sera avevo ancora dolore nelle spalle e certamente non avevo dei calmanti che mi potessero aiutare a superare quel brutto momento.

Passavano i giorni e nulla cambiava, cercando sempre qualcosa da poter mangiare per la sopravvivenza e continuamente con il pensiero verso casa mi auguravo che almeno mio fratello Fiore fosse arrivato indenne a casa. Arrivò la mattina che con maniere brusche e prepotenti ci caricarono sui camion (non mi ricordo bene se era l'11 o il 12 Ottobre) portandoci alla stazione di Fiumicino dove, come tante bestie, ci fecero salire, appunto, su carri bestiame chiudendo con i ganci esterni. Iniziò così il nostro viaggio con destinazione Germania (anche se nessuno ci aveva detto nulla si pensava certo a quella sorte). Il vagone dove ero io non era molto affollato eravamo 18 così ci si poteva sdraiare senza darci noia.

Si incominciò subito a parlare della nostra situazione che certo non era delle più belle, trovai uomini più vecchi di me di tante parti d'Italia, salvo uno aveva la mia età ed era di Trieste e fu proprio lui che con la sua costanza e forza di volontà che fece cambiare la nostra situazione in un modo che dirò.

Durante il giorno il treno fece poco cammino, verso le otto di sera si arrivò alla Stazione di Chiusi dove si stette fermi un po' di tempo e tutti si approfittò per scrivere su dei pezzi di foglio il nostro indirizzo di casa gettandolo fuori dal vagone in modo che qualcuno potesse scrivere a casa nostra dicendo che ci avevano visto passare senza però sapere la nostra destinazione, infatti a casa arrivò una lettera dicendo tutto ciò inviata da un sacerdote.

Il treno riprese il suo cammino e mentre quasi tutti si stava sdraiati sul piano del vagone, con l'arrivo della notte il giovane triestino iniziò a pendolarsi dal finestrino del vagone dondolando una cintura di quelle di stoffa con le campanelle in cima, sperando che una potesse entrare nel gancio che chiudeva il vagone e così aprire. Infatti dopo forse migliaia di tentativi, verso le tre di notte sentii la voce del ragazzo che diceva "ce l'ho fatta" Mi alzai e gli aiutai a spingere il portellone e così vedere l'aria aperta. Iniziò così il problema di buttarsi oppure no dato che il treno andava abbastanza forte e gli anziani insistevano di non gettarsi, ma il triestino deciso disse cha aveva lavorato tanto e perciò avrebbe tentato, dicendo così si mise a sedere sul piano del vagone e facendo un segno di saluto sparì nel buio della notte. Io me ne stavo in piedi guardando fuori lo scorrere il passaggio dei pali elettrici che avveniva abbastanza spesso mentre nella mia testa tanti pensieri si accumulavano l'uno sull'altro senza sapere però quale fosse la migliore soluzione. Alla fine la decisione, mi butto, meglio morire in ITALIA che andare a finire chissà dove e a subire chissà quali sofferenze.

E mentre il treno continuava la sua corsa io me ne stavo ancora in piedi immerso nei miei ricordi, pensavo ai miei genitori, i miei fratelli e sorelle, potrò ancora riabbracciare tutti? Mi domandavo e mi auguravo che questo accadesse e come non pensare ai miei amici che anche loro erano andati soldati, torneremo a trovarci al Circolo la sera a fare le nostre partite e sfotterci quando uno sbagliava e così perdendo la partita? M il ritmico rumore del treno mi riportò alla realtà e dovevo decidermi a fare quello che ormai avevo pensato, dato che se fosse arrivato il giorno tutto sarebbe svanito e bisognava accettare la sorte che il destino aveva segnato e così senza pensarci più mi misi a sedere sul piano del vagone, come avevo visto fare al triestino e dopo aver salutato gli altri sfortunati mi feci il segno della croce e dandomi una forte spinta mi buttai pensando di andare a finire nei campi, invece un rumore forte nelle orecchie e un caldo su tutto il corpo specie sul viso e le gambe dovuto al sangue che mi usciva dalla ferite dovuto all'impatto con il pietrisco e la punta delle traverse, si perché nonostante la spinta che mi ero dato non ero andato molto lontano dai binari, ma tutto ciò non aveva più importanza la cosa più bella era che ero ancora vivo e che mi muovevo con tutte le mie parti del corpo senza rotture e dentro di me ringraziai chi mi aveva protetto a superare quel momento molto difficile. Però non era il momento di stare lungo la ferrovia, mi alzai e dopo aver sputato i pezzi di dente che avevo in bocca, presi attraverso i campi sperando di trovare una casa nella quale ci fosse qualcuno per aiutarmi, infatti poco dopo sulla mia sinistra intravidi delle case ed io alla prima porta che trovai mi misi a bussare. Dopo pochi minuti si aprì ed un uomo ancora giovane mi apparve nella penombra e senza chiedermi nulla mi prese per un braccio tirandomi all'interno della stanza mi fece sedere, quindi chiamò Maria (seppi dopo che era la moglie) dicendole di prendere disinfettante e tutto ciò che ci vuole per le ferite mi medicarono e mi pulirono, fatto questo si misero anche loro a sedere dicendomi, ecco ora si può parlare ed io dissi loro la mia situazione come ero arrivato fino là e domandai dove mi trovavo, ci troviamo a San Massimo mi dissero, frazione di Verona che si trova a pochi chilometri. Io mi sentii un po' sgomento dato che pensavo di essere ancora in Toscana, ma ormai era tutto accettabile perché la cosa più bella che io avevo in quel momento che ero vivo e mi trovavo ancora in Italia.

Piano piano si fece giorno e non so da dove vennero fuori, mi fecero mettere in borghese e uscendo vidi che c'erano molte case e vicino un bei Palazzo e se fossi andato lì sarei cascato ancora in mano ai tedeschi. Mi trovai circondato da molte donne che potevano essere mia mamma e facevano a gara a portarmi qualcosa da mangiare e ad un certo punto ringraziandole tutte dissi basta altrimenti scoppio. Moglie a marito che mi avevano dato il primo soccorso erano ancora molto giovani e senza figli, lui operaio e lei casalinga e mi spiegarono che loro non avrebbero potuto tenermi per molto tempo ma che avevano vicino dei parenti che mi avrebbero aiutato dato che erano contadini. Ed il pomeriggio infatti si andò da questa famiglia accolto molto bene, e il capo famiglia mi disse che come mangiavano loro avrei mangiato anch'io e che un figlio suo purtroppo era andato a finire in Germania e non sapevano più nulla, a fine guerra fortunatamente ritornò anche lui, Luigi Manganotti. Questo è il cognome di questa famiglia ed ancora a distanza di molti anni siamo ancora in buona relazione.

Ed ora tornando indietro voglio dire che mi trattenni una quindicina di giorni e nel frattempo scrissi a casa ed un giorno con mia grande sorpresa vidi apparire mio babbo e mio cognato Aurelio e con loro ritornai a casa dove riabbracciai tutti compreso mio fratello Fiore che da Caserta ce l'aveva fatta a rientrare a casa.

Si riprese la nostra vita di lavori nei campi, ma la tranquillità non durò a lungo. Bisognava ritornare soldati e per ben tre volte vennero i Carabinieri e portavano via mio babbo dato che io insieme ad altri si partiva da casa, ma non ci si presentava al Distretto oppure a Volterra con i Repubblichini, però dopo la terza volta si decise di presentarci perché dissi è meglio io che mio babbo visto l'età che aveva. Mi presentai ci mandarono a Firenze dove mi trovai ancora in mezzo ai tedeschi però a lavorare nell'ospedale cioè in Sanità e finalmente arrivò anche la fine della guerra e così ritornare alla vita normale con le nostre famiglie. Passava il tempo, tutto regolare finché una sera nella pista da ballo del paese conobbi una ragazza che all'inizio fu amicizia ma ben presto si trasformò in amore e per tre anni fu un viaggiare dal mio paese al suo e cioè a Caletta fino al giorno 24 Settembre 1949, quando ci si sposò formando così la nostra famiglia e dandomi sempre molto da fare pure di migliorare il nostro tenore di vita ed oggi credo di poter dire di aver raggiunto un traguardo che in gioventù era solo un sogno.

Abitare nella nostra casa con tutte le comodità che una persona può desiderare è stato veramente una cosa meravigliosa

II segreto di tutto ciò credo che non ce ne sia, la cosa essenziale nella vita è la fiducia, il rispetto, la stima nella persona che abbiamo scelto per essere uniti nella vita, ed io nonostante i 53 anni che abbiamo finora passati insieme non mi sono stancato di averla vicino e spero ce ne siano ancora molti da contare.

Voglio aggiungere una cosa, un rimpianto l'abbiamo avuto, quello di non avere avuto figli, ma pazienza, si vede che questo era il nostro destino ed in caso di bisogno si spera ci sia sempre qualcuno a darci una mano per poter tirare a campare....                                                                            Mario Malerbi      

Nella prossima NL racconteremo altri elementi legati alle vicende della nostra zona 

I BREVI RACCONTI DA NON PERDERE

 Dal volume Le Veglie di Neri di "Neri Tanfucio" riportiamo uno dei più brevi fra i 16 racconti

 Lo spaccapietre

Quando il sole piomba infocato sulle groppe stridenti delle cicale, e il ramarro, celere come l'ombra d'una rondine, attraversa a coda ritta la via; o nel tempo che la bufera arriccia e spolvera all'aria l'acqua delle grondaie ficcandoti nell'essa il freddo e la noia, lo spaccapietre è al suo posto. Un mazzo di frasche legate a ventaglio in cima d'un palo lo difende dal sole nell'estate; un povero ombrello rizzato fra due pietre e piegato dalla parte del vento, lo ripara dalla pioggia nell'inverno.

Il barrocciaio che la mattina passa scacciando con una frasca i tafani di sotto alla pancia del mulo trafelato, gli da il buon giorno: il contadino, tornando la sera fradicio e intirizzito dai campi, gli augura la buona notte.

E all'ombra di quelle frasche o sotto il riparo di quell'ombrello, seduto sopra una pietra bassa e quadrata, consuma le sue lunghe giornate, finché la massa di macigni che la mattina stava alla sua sinistra non è passata all'altra parte, ridotta dal suo pesante martello in minuti frantumi di breccia acuta e tagliente.

Allora egli è contento, perché ha guadagnato gli ottanta centesimi che gli paga puntualmente l'accollatario del mantenimento della via. Ma non sempre gli va così. Non perché l'accollatario, che è un vero galantuomo, sia capace di defraudarlo; ma perché molte sono le cause che possono assottigliargli il guadagno o allontanarlo affatto dal lavoro. Di frequente la pietra che ha da spezzare è troppo forte, e il lavoro non gli comparisce; qualche volta gli si guasta il martello, e perde tempo a riadattarlo; non di rado nell'inverno il maltempo infuria così impetuoso che lo scaccia dal lavoro; spesso, quando il sole d'agosto è troppo rovente, è costretto a cercare d'un albero e quivi all'ombra riposarsi, perché sente che le forze gli mancano; qualche altra volta, col braccio tremante per la stanchezza, e questo accade più spesso, cala il martello in falso e si percuote sul dito, ammaccandoselo sempre dolorosamente, non di rado fino al sangue. E in quel caso gli tocca a fasciarsi o a correre alla più vicina fontana, se pure non deve abbandonare il lavoro, perché lo spasimo non gli permette di continuare. E i cinquanta e gli ottanta centesimi allora non vengono, e la fame si ferma alla sua casa e lo veglia e l'assiste e non l'abbandona, finché non l'ha ricondotto estenuato e pallido presso il monte di pietre che da otto giorni l'aspetta lungo la via. E quella sera mangerà; mangerà poco, perché poco potrà lavorare; ma l'accollatario, che per fortuna è un vero galantuomo, gli misurerà puntualmente il lavoro fatto, e puntualmente gli darà i suoi venti o trenta centesimi trascurando i rotti in più della misura, perché lui a queste piccolezze non ci bada; ha trattato sempre bene chi lavora, e se ne vanta.

Io ne conosco uno di questi splendidi esemplari di carne da lavoro. Ah! ma questo che conosco io è stato sempre un signore, il Creso degli spaccapietre, perché fino a sessantenni sonati, stomaco di cammello e muscoli di leone, ha guadagnato sempre il massimo che può fruttare il suo lavoro, e la polenta gialla o il pane bigio non sono mai spariti altro che per eccezione dalla sua tavola.    

E i suoi colleghi lo rammentano con ammirazione, e raccontano ai loro amici attoniti come tutto l'inverno del '57 fu capace di spezzare due metri cubi arditi di pietra ogni giorno che Dio metteva in terra, senza mai fumare, senza bere un dito di vino e senza ammalarsi.

Ma le sue mani paiono due pezzi informi di carne callosa, il suo viso, screpolato piuttosto che solcato da rughe, pare un pezzo di pane da cani, e i suoi occhi, dopo tanti anni di sole, di polvere e d'umidità, sono contornati di rosso e gli lacrimano di continuo nelle occhiaie infiammate, che la notte gli bruciano e non gli danno riposo. Ha le gambe torte e rigide dal lungo starsi a sedere, la schiena fortemente curvata, il corpo intero di mummia, lo spirito consumato dai dolori.

Se gli domandi delle sue sventure, egli ti agghiaccia col racconto freddo e conciso che, tra un colpo e l'altro del suo martello, tè ne fa come di cose che debbano necessariamente accadere.

La sua figliola maritata partorì alla macchia dove era andata a far legna, e fu trovata morta lei e la creatura; il genero, che pareva tanto un buon giovane, scappò con una donnaccia e finì per le prigioni dopo avergli lasciato un nipotino che era la sua consolazione. Ma anche quello il Signore lo volle per sé, perché si vede che non lo credeva degno di tanta fortuna. Quando parla della figliola e del genero, non da segni di commozione; ma se rammenta il su' povero Gigino posa il martello, si prende la testa fra le mani e, dondolandola come fa l'orso nella gabbia, racconta la sua fine pietosa.

Aveva già cominciato a menarlo con sé a spezzare, perché era un ragazzetto che per la fatica prometteva dimolto, quando un giorno, povero Gigino! non potendo più reggere dalla sete che lo tormentava dopo aver mangiato una salacca senza lavare, entrò in un campo e s'arrampicò sopra un ciliegio. Sopraggiunse il contadino gridando da lontano; il bambino per scender presto, cadde, si fece male a una gamba, non potè fuggire e fu mezzo massacrato dal contadino che lo raggiunse. Parte per lo spavento, parte per le percosse, dopo quindici giorni gli morì di convulsioni, che tutti non fecero altro che dire «Peccato!», perché delle creature belle a quella maniera non era tanto facile vederne.

Finito il racconto, rimane un momento fermo a pensare; poi ripiglia il martello e continua il suo lavoro.

La sua donna è cieca da un occhio, e di quella disgrazia la colpa l'ha tutta lui, perché, se ci avesse badato, non sarebbe accaduta. Quando le gambe la reggevano, la mattina andava a chiedere l'elemosina, e, se aveva fatto qualche tozzo di pane, verso il mezzogiorno glielo portava dove era a spezzare e si fermava lì a tenergli un po' di compagnia; e qualche volta, in tempo che lui mangiava, si metteva lei a spezzare, tanto per non perder lavoro. Una mattinaccia, in tempo che la su' donna svoltava la pezzòla del pane, passò un signore in calesse che buttò via un mozzicone di sigaro acceso, il quale andò a cascare vicino al monte de' sassi. La donna si chinò per raccattarlo e porgerlo al marito, e in quel tempo una scheggia d'alberese la colpì nell'occhio e l'accecò senza rimedio. Da quella mattina non è stata più lei: gli dole sempre il capo, non si regge più ritta dalla debolezza e non sa come curarsi, perché il dottore non gli ha ordinato altro che carne e vino generoso. E ora passa le sue giornate sull'uscio, seduta a chiedere la carità ai viandanti; ma da che hanno fatto la strada ferrata non passa quasi più nessuno, e spesso, dopo essersi accostata, mezza cieca, a chieder l'elemosina a chi le viene incontro per chiederla a lei, vede andar sotto il sole senza aver fatto ne un centesimo ne un boccone di pane. Allora, s'accuccia per abitudine accanto al fuoco spento, dove, aspettando il marito e dicendo la corona, s'addormenta.

Un giorno che, meno brusco del solito, mi parlava delle sue miserie, dei suoi bisogni e delle sue privazioni, gli domandai quasi scherzando:

«Dimmi: se tu potessi in questo momento ottenere tutto quello che ti paresse, che desidereresti?».

«Una fetta di pane bianco per darlo inzuppato alla mi' vecchia che non ha più denti!»

Ma quando quest'uomo s'ammalerà, il medico, andando a suo comodo dopo la terza chiamata, lo troverà agonizzante; il prete invitato per carità a spicciarsi, vorrà finire il suo desinare e lo troverà morto; il becchino, guardandogli i piedi scalzi e il camicione topposo, gli reciterà la breve orazione: «Accidenti a chi ti ci ha portato!».

  Nella prossima NL riprenderemo il nostro giro nella regione 

LOCUZIONI E DETTI CELEBRI: Acqua alle corde

Frase pronunciata dal capitano di mare Bresca di S.Remo allorchè dovendosi innalzare il 10/9/1586 in piazza S.Pietro l'obelisco egiziano di 25,50 m. che si trovava nel circo di Nerone ed avendo il Papa Sisto V imposto ai presenti il silenzio sotto pena di morte, il Bresca vide le corde che reggevano il monolito allungarsi e cadere. L'avvertimento subito seguito permise il felice esito dell'operazione. Il Bresca ebbe poi i favori del Papa.

La barzelletta di chiusura...abbassa il livello di stress :

Il cumenda col suo Ferrarino è lì che viaggia ad una buona media, su una strada provinciale.
Ad un tratto scorge una persona sul ciglio della strada che sta facendo l'autostop: è un contadino che porta con sé una mucca.
- Dov'è che deve andare buonuomo?
- Io ci'ò da anda' in paese! Che me lo dai 'no strappo?
- Certo agricolo! Sali pure... però ho l'impressione che il ruminante dovremo lasciarlo qui!
- Nun te sta' a preoccupa', vai che la mucca ce segue!
- Ma l'è proprio sicuro?
- Oh fregate! Vai tranquillo!
Il contadino sale ed il cumenda parte. Mette la prima e va piano piano. Vede che la mucca lo segue e così comincia ad aumentare il passo... venti, trenta chilometri orari.
La mucca lo segue fedelmente al trotto e lui si decide a schiacciare sull'acceleratore... cinquanta, cento, centocinquanta chilometri all'ora.
La mucca gli galoppa dietro praticamente incollata al posteriore della Ferrari, è la sua ombra!
Il cumenda si sente decisamente umiliato a sapere che una mucca può seguirlo a quelle velocità, così si decide a spremere la macchina 180, 200, 220, 250 chilometri orari. Guarda ancora nello specchietto e vede che la mucca ha tirato fuori la lingua.
- Ah finalmente, sono riuscito a farla stancare!
- Me sa che te stai a sbaglià! - replica il contadino.
- Come no? Ha tirato fuori la lingua!
- E che vur dì, ndo' ce l'ha? A sinistra o a destra?
- A sinistra, perché?
- Allora scansate, che te deve sorpassa'!!!

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Cosa bolle in pentola ??  Parecchio.  Grazie per averci seguito fino qui,  Per questa volta è tutto,  Riceverete il prossimo numero il 20/settembre /03