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Ogni 10 giorni nella tua posta una pillola cultural-turistica, questa è la n° 06 del 10 - aprile - 2003 |
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A coprire il "buco" delle cronache del '900 del quale in questo comune, si è scritto ben poco hanno in buona parte provveduto Giampiero Celati e Leo Gattini con i loro volumi: Quando la luna sorrise al lampionaio (1900-1012)
Sale e pietra (1912-1925)
La ciminiera dimezzata (1926-1944)
Per gentile concessione dell'amico Leo è ora possibile scaricare dalla sezione
DOWNLOAD di questo sito: Quando la luna sorrise al lampionaio e Sale e pietra
Le belle foto storiche dei volumi sono in parte già pubblicate nelle pagine"Fotoieri" ed altre
lo saranno prossimamente
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Dalla "Monografia storica di Rosignano Marittimo"1925Gli statuti (regolamenti) del comune Fino
dai tempi remoti Rosignano, capoluogo di Comune, ebbe i suoi Consoli, i
Governatori e i Consiglieri, poi i suoi Priori e il Gonfaloniere. Fu sede
di un giusdicente detto Potestà, poi di un Capitano, che era pure
giusdicente; dopo di un Rettore che poi si chiamò Ufficiale; appresso di
un Vicario e in ultimo del Pretore. Fino
dal 1406 si trova infatti che Rosignano fu Potesteria di terzo grado.
Nell' ordinamento dello Stato della repubblica di Firenze, subentrata,
com'e noto, nello stesso anno alla repubblica di Pisa, le Potesterie erano
di quattro gradi, e quella di Rosignano fu col tempo elevata al grado
secondo. In
quest' epoca la Potesteria di Rosignano aveva giurisdizione sui Comuni di
Santo Regolo con Luciana; di Santa Luce con Ripalbella; di Castellina con
Pomaio; di Vada; di Castelnuovo e Castelvecchio con Glabro; di Colognole
con Parana; di Castell' Anselmo; di Nuvola e Campi; di Collesalvetti e
Piazza; di Farneti e Vicarello; di Montalto e Botri. I1
Potestà nel 1406 aveva alla sua dipendenza due notari e quattro famigli e
disponeva di un cavallo. Il primo Potestà, eletto il 22 Dicembre del
1406, fu Nardus Chelis Pagnini, cui succedettero di anno in anno ed anche
più di uno nello stesso anno, o confermati per più anni, numerosissimi
Potestà di cui si conservano i nomi, fra i più noti dei quali si citano
uno Strozzi, un Altoviti, un Oricellari, un Albizi, un Corsini, un
Tornaquinci, ecc, delle celebri famiglie patrizie fiorentine. Nel
1418 la Potesteria di Rosignano venne riunita con quella di Lari, che dal
1406, era anche sede del Vicariato delle Colline superiori e inferiori
pisane. Nel
1424 dalla Potesteria di Rosignano fu tolto il Comune di Montalto ed
aggregato a quella di Lari. Sembra
poi che dal 1490 rimanesse a Rosignano soltanto un notaro, distaccato
dalla Potesteria di Lari, la quale, dal 1530 più non e indicata, per cui
parrebbe che dopo d'allora, a Lari restasse il solo Vicariato, da cui
dipendevano anche i giusdicenti di Rosignano, che poi si chiamarono
Rettori ed Ufficiali di giustizia. L'
Ufficiale di Rosignano doveva pagare L. 50 al Vicario di Lari e, siccome
faceva pochi affari, così nel 1582 non si trovava più un Ufficiale che
volesse, trasferirsi a Rosignano. Nel
1666 il Comune di Rosignano deliberò di «comprare
delli arnesi grossi per servizio dell' Officiale, già che n’ ha cosa alcuna, essendo povero forestiero, è
necessario provvederlo delle cose necessarie, e scomode a condurle.» Gli
oggetti comprati per il povero Officiale di quel tempo furono: « Un par
di panche da letto di albero. Un pagliericcio per il medesimo. Un par di
alari o coprifuochi. Una paletta. Un par di molle. Quattro o sei sgabelli.
Un paiolo. Una padella. Un baulino. Una, cassa quattro seggiole basse. Con
che delle masserizie se ne faccia inventario.»
L'Ufficiale
di giustizia sarebbe stato press' a poco come il Pretore, o Giudice, dei
nostri giorni e l'ammobiliamento del suo alloggio non peccava certo di
sontuosità ! Fino
dai tempi più remoti della istituzione, il Potestà, era soggetto a
sindacato, vale a dire che, chiunque avesse avuto da fare lagnanze contro
il Potestà, poteva farlo davanti ai Sindacatori, che erano i Consoli,
oppure il Governatore (poi Gonfaloniere) ed i Priori.
Da, uno statuto del 30 Ottobre 1427, che, stando all’ Avv. Berti,
nel 1891 si conservava, ancora nell’
Archivio del Comune, da cui ora sembra scomparso, si rileva che il Potestà
era eletto dagli abitanti del castello di Rosignano ed aveva
giurisdizione, oltreché sui paesi sopra ricordati, anche sul Comune di
Orciano. In
quel periodo erano stati eletti, assunti e deputati dalla Potesteria di
Rosignano, come statutari e correttori di precedenti statuti, di cui non
si trova più traccia, certi Miniato di Tato da Rosignano, Lapo di Piero
da Santa Luce e Tommaso di Domenico da Orciano. Altri
statuti, di cui si conserva una copia nell' Archivio del Comune e che
incominciano dall'anno 1488, ci fanno sapere che il Potestà, che allora
si chiamava Rettore, ovvero Officiale, quando assumeva il suo ufficio
doveva presentarsi ai Consoli del Comune e giurare di tenere il castello
di Rosignano per il popolo e per il Comune di Firenze, nonché di
osservare e fare osservare gli statuti locali. Questi statuti furono approvati
dalla Signoria di Firenze il 5 Maggio 1488 e furono fatti e composti dai
« provvidi huomini »: Sani di Domenico, Benedetto di Polo, Checco di
Iacopo e Santi di Iacopo, con licenza di Girolamo di Biagio Cantini,
Officiale di Rosignano. Negli anni successivi al 1488 e
fino al 1665 si riscontrano via, via modificazioni ed aggiunte ai primi
statuti, i quali corrispondevano ad ordini, provvedimenti, disposizioni e
leggi locali. Si citano alcuni degli ordini più interessanti: «
Norme per il giusdicente del
Banco di Rosignano. » «
Elezione degli ambasciatori del
Comune. » «
Divieto di portare in chiesa
fanciulli piccoli, minori di due anni acciò che non habbino a impedire le
messe e li divini offici. » «
Ordine che il Rettore ed
Officiale, non possa strignere, nè sostenere personalmente in prigione, o
nella Corte fare alcun comandamento ad alcuna donna o fanciulla. » «
Premio
a chi piglierà alcun lupo, lupa, o lupattini. »
«
Ordine ai Consoli e Consiglieri
del Comune: di rimondare ogni anno in calen di Maggio et all' uscita di
Agosto le fonti del Comune; di « non far lavorare nelle feste comandate
» ; di non far vendere « beni se prima non sia richiesto al vicino se
vuol comprarli. » « Pena
:
a chi dicesse parole ingiuriose a ciascuno dell’ officio, o parole
ingiuriose 1' uno contro 1' altro.» «
Pena : a chi gettasse alcuna
bruttura nella fonte; a chi non spazzasse il Sabato la via; a chi
bestemmierà Dio, la sua Madre e Santi; a chi vendesse con misure non
suggellate, o non giuste, o false; a chi non facesse o farà l'orto ogni
anno di Marzo; a chi lascerà andare i porci per il castello e borgo; a
chi guastasse alcun bugno di api; a chi non seminasse ogni anno delle fave
» ecc. «
Ordine : circa ai forestieri che
non possino habitare in Rosignano, se non in certo modo; che carne di
troia non si venda più che mezzo pregio; che grascie forestiere non si
vendino senza licenza; che vendemmiare non si possa prima che a calen di
Settembre; che ciascuno sia obbligato a macinare al molino del Comune; che
non si semini lupini fuora delle tenute delle vigne; » ecc. «
Pragmatica del vestire : Le
donne del castello di Rasignano potranno portare una veste di panno
colorato di qualunque sorte, salvo che et excepto di nero e di chermisi;
un paio di manichini di setini e non di altra sorte; solo possino portare
un anello solamente che non passi la valuta di uno scudo: possino portare
in capo rete di seta di quella sorte e colore vorranno in cambio di
grillanda e frontale. » «
Non cuffie se non lavorate di refe; non collane, né colletti di seta,
etc. Gli uomini non potevano vestire di color granato e chermissi, né guarnire i vestiti di velluto o seta e non dovevano portare calze foderate di seta; pena, tanto per gli uomini che per le donne scudi due d'oro in oro per la prima volta. In
difetto di disposizioni degli statuti paesani, si doveva ricorrere, per
risolvere questioni, «alli statuti fìorentini. » Altre
disposizioni: « che non si possa metter bestie nelle seccie, fino alli
ventiquattro di Luglio; che alle donne per opra non si possa dar meno che
li due terzi che si da al uomo; che 1' uffiziale habbia lire 15 il mese di
salario; che chi per povertà non si può far le spese in prigione, sia
obbligato colui che ve lo tiene; che chi è dei Consoli non possa esser
preso, né carcerato; che chi appigiona o conduce a pigione case in
Rosignano deva l'un l'altro disdire tal locale due mesi innanzi il tempo;
che i lupini si seminino dentro alle sementi de' grani » ecc.
La monografia di Pietro Nencini del 1925 è scaricabile dalla pagina Download (scarica) del sito nella versione completa e nei formati Word o PDF. Nella prossima NL analizzeremo altri elementi legati alle origini del comune |
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PIOMBINO (LI), BarattiLa
sofisticata tecnica degli Etruschi
Parco
Archeologico di Baratti e Populonia Località
Baratti 57025 Piombino (LI) Tel. 0565/29002-29107 (fax) Informazioni:Museo
privato «Gasparri», via di Sotto 57020 Populonia (LI) Tel 0565/29436 Biblioteca
Comunale, via Cavour 52, 5708 Piombino (LI) Tel. 0565/226110 Dove
si trova:Dalla statale 1 (via Aurelia), ora superstrada,
si devia in prossimità di San Vincenzo in direzione di Piombino, e poi si
devia ancora - seguendo le indicazioni - per Baratti e Populonia.
Stazione FS a Populonia (3 km da Baratti). Poco prima di Baratti si
estende la necropoli etrusca, ricoperta dalle scorie metalliche di vecchie
fonderie, il Poggio della Porcareccia si trova nei pressi della chiesetta
(cappella di S. Cerbone) Visita
ore 9-12 e 16-20 ( 14-18 d’ inverno). II Museo «Gasparri» è
visitabile a richiesta. Storia
e situazione: L’indagine archeologica ha rivelato
nella tecnologia degli Etruschi numerosi aspetti che destano stupore per
la loro originalità e «modernità», del resto questa antica civiltà
italica era assai progredita anche sul piano urbanistico e sociale. Il
fatto insolito: Per esempio, la metallurgia del ferro
utilizza le tecniche di fusione sorprendentemente simili a quelle adottate
nei nostri attuali altiforni. Tali forni venivano generalmente collocati
ai piedi dei colli ricchi di minerali ferrosi ciò allo scopo di avere un
ruscello d'acqua nelle vicinanze, di poterli caricare comodamente dall’
alto e anche per sfruttare le correnti d'aria ascensionali convogliandole
nella bocca dei forni fusori stessi. Quella
che segue ne è un'interessante e dettagliata descrizione. L’attività
metallurgica fu particolarmente fiorente a Populonia, grazie alla presenza
di molte miniere di rame e di ferro nel suo territorio. Le miniere erano
caratterizzata dalla grande quantità di pozzi verticali, talora
centinaia, del diametro di circa un metro e mezzo, questi non erano
rivestiti interiormente e perciò non raggiungevano quasi mai grandi
profondità. I
blocchi, estratti con gerle, erano poi frantumati a braccia per dividere
la pietra inerte dal minerale. Presso le miniere stesse, o in zone
apposite sorgevano dei forni utilizzati per estrarre dal minerale il
metallo parzialmente raffinato. I forni meglio conservati, come quello del
poggio della Porcareccia e quelli di val Fucinaia presso la miniera del
Temperino, risalgono al VII e VI sec. A. C. Questi erano di forma
cilindrica o troncoconica espansa verso il basso, con un'imboccatura
superiore. Internamente erano foderati di mattoni refrattari o di una
pietra arenaria locale che col calore tendeva a fondere compattando i
blocchi tra loro; spesso tra questi blocchi erano inserite anche delle
stuccature di argilla mista a sostanze vegetali, un piano orizzontate con
fori in ordine concentrico e sostenuto da un pilastro in pietra divideva
in due la camera. Un foro quadrato laterale, rivestito di porfido e
mantenuto in genere otturato da una chiusura in terracotta, poteva
permettere, se necessario, I’ abbocco di mantici alla camera inferiore. ll
minerale era posto nella camera superiore dalla bocca in alto, alternato a
strati di carbone di pino e di quercia, si accendeva quindi un fuoco nella
camera inferiore che in breve si propagava a quella superiore. Non appena
nel vano inferiore si era raccolto il metallo, di consistenza spugnosa, si
apriva una apertura che permetteva il deflusso delle scorie liquide
galleggianti, facilitato dalla pendenza del terreno, lasciando invece
depositare sul fondo della camera il metallo più puro che era anche più
pesante. Per recuperare il prodotto, che nel caso del ferro aveva
l'aspetto di una grande lastra circolare convessa, era ogni volta
necessario smantellare il forno, ed è proprio per questo motivo che sono
cosi scarse le tracce di tali strutture. II ferro così recuperato aveva
poi bisogno di altri processi di raffinazione, eseguiti per forgiatura,
cioè con ulteriori riscaldamenti e con la martellatura. Le
scorie di scarto formavano in breve tempo dei grandi accumuli, che sono
ancora oggi visibili nella valle Fucinaia ve ne sono per circa 50.000
tonnellate, 15.000 tonnellate erano nella Valle Lunga presso Gherardesca e
a Populonia, in circa 20.000 metri quadri, ve ne erano per 2.000.000 di
tonnellate.
È da notare che, a causa della presenza in queste scorie di
un'alta percentuale di ferro (circa il 50%), dal 1920 fino alla seconda
guerra mondiale alcune società se ne servirono per la loro attività
metallurgica. Anche per le operazioni di forgiatura gli Etruschi usavano
tecniche raffinate, conoscevano la tempra e pensino la carburatura
(ottenuta per riscaldamento del metallo in ambiente ricco di carbonio,
conferiva indurimento superficiale alle armi) Si
ha anche notizia del ritrovamento di spade prive di ruggine perché
realizzate in ferro chimicamente puro. Secondo
Mario Pincherle, gli Etruschi impararono a sfruttare in particolare ferro
contenuto nelle pietre meteoriche. Gli
Etruschi - sempre in tema di metallurgia - raggiunsero notevoli vertici
tecnici anche nella lavorazione dell'oro.
la prossima volta continueremo il nostro giro nella regione |
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