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Ogni 10 giorni nella tua posta una pillola cultural-turistica, questa è la n° 04 del 20 - marzo - 2003

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  FLASH STORICI SULLA NOSTRA ZONA DAGLI ETRUSCHI IN QUA

Dalla "Monografia storica di Rosignano Marittimo"di Pietro Nencini 1925.

Istruzione pubblica

Si trova notizia del primo maestro di scuola pubblica a Rosignano nel 1555. Nel giorno 8 Gennaio di quell' anno i Signori Cinque del contado e distretto di Firenze «danno licentia agli habitanti di Rosignano» di proporre il salario ad un maestro di scuola e barbiere per scudi 30 all' anno e il 19 Gennaio 1555 venne eletto a tale doppio ufficio Francesco di Giovan Battista di Mariottini da Volterra.

Così il primo educatore dei ragazzi di Rosignano, stipendiato dal Comune, fu, 370 anni fa (il libro è del 1925), un cittadino di Volterra, il quale, oltre la penna, doveva saper maneggiare anche il rasoio, ed il rasoio di quei tempi!

In seguito lo strano connubio delle due professioni fu soppresso e quasi sempre, come maestro «di grammaticha », fu nominato un ecclesiastico, che, naturalmente, doveva dire anche messa.

Infatti nel 1576 il maestro era un fra Michelagnolo e circa 90 anni più tardi si può leggere una deliberazione del Comune (11 Settembre i665) che suona così: « atteso il buon servizio che ha reso e rende nella sua carica di maestro di scuola et il profitto delli scolari del Molto eccellentissimo maestro Don Giovanni Antonio Silva da Fivizzano; conoscendolo perciò meritevole, il medesimo confermorno e confermano in detta carica per un anno » col salario però sempre di scudi 30 all’ anno.

Deliberazione lusinghiera per la dignità dell' insegnante, ma sempre 30 scudi!

Soltanto nel 1776, cioè più di 200 anni dopo, il salario del maestro fu elevato a scudi 40, e nel 1786 a scudi 60, ivi compresi scudi 18 per l' obbligo al maestro Don Marco Salvetti di fare anche da secondo cappellano.

 II maestro, come tutte le altre cariche ad uffici, era, nominato sempre per un anno, salvo conferma.

Nel 1668 fu nominato maestro di squola, il prete Domenico Guerrazzi da Castelfranco di sotto, forse della stessa famiglia di Francesco Domenico.

Nel 1799 il salario del maestro fu ancora elevato a scudi 85, ma il maestro doveva insegnare ai giovani «leggere, scrivere, l' aritmetica, la lingua latina, 1' umanità e rettorica», pur continuando a far da secondo cappellano-curato e, durante la dominazione, francese, doveva insegnare altresì la lingua francese.

I maestri nel 1809 erano due e, poiché non avevano destinato i giorni o le ore addette alla scuola, così il Consiglio- Municipale in quell'anno stabilì «che i Maestri di scuola devino fare le loro lezioni due volte al giorno, semprechè precedentemente vengano annunziate queste con il suono a tocchetti della campana della Cura, fissando l' ore dalle nove della mattina alle 11 e dalle 2 pom. alle 4, d' inverno, e nell' estate dalle 8 della mattina alle ore 10 e dalle 3 allo 5, esclusi i Giovedi ed i giorni festivi e le consuete vacanze del1' ottobre e del carnevale». Nel 1814 i due maestri, sacerdoti entrambi, dovevano insegnare a leggere, a scrivere, l' aritmetica, la lingua italiana e la dottrina cristiana ad 80 ragazzi.

Dopo il 1860, uno dei maestri fu laico, certo Leandro Paoli, e 1' altro ecclesiastico, Don Innocenzo Cecconi; il primo, maestro della scuola minore; 1' altro, della scuola di 2.° grado. Nel 1863 il maestro laico fu Carlo Gerloni di Trento, per la scuola superiore. Dopo il Cecconi nel 1864 fu maestro sacerdote Don Pietro Luparini da Bagni di Casciana per la scuola inferiore, e, dopo il Gerloni, nel 1867, Enrico Picozzi da Ancona, garibaldino del 1866, cui nel 1874 segui Cherubino Campolmi, mentre al Luparini subentrò Giovanni Guelfi, entrambi, dopo più di 40 anni di insegnamento, ora pensionati. Ad multos annos.

Nel 1862 fu istituita la prima scuola femminile e la, prima maestra fu la signorina Aldina Menocci, poi maritata al garibaldino Michele Marini di Rosignano. Con le diverse trasformazioni delle scuole, si ebbero successivamente numerosi maestri e maestre e tra queste ricordiamo con rimpianto le signorine Maria Cantini e Anita De' Guidi e la signora Marietta Lazzeri, da non molti anni defunte. Dal 1914 è sorto il benefico «Asilo Infantile» che ricovera circa 100 bambini, sorretto con oblazioni volontarie dei soci e sussidiato dal Comune, dal Governo e dalla Direzione degli stabilimenti Solvay. Ne è presidentessa la Signora Bice Gori e maestra paziente ed amorosa la signorina Diodata Bini.

Oggi le classi elementari sono sette; nell' anno venturo sarà istituita anche la classe 8.a e gli insegnanti sono 9, di cui 2 maschi e 7 femmine, oltre alla Direttrice didattica, signorina Olga Maria Ferretti. Gli insegnanti possono oggi raggiungere uno stipendio più di 30 volte maggiore di quello del 1800.

Le scuole prima erano in castello, una nel palazzo comunale, una nella vecchia potesteria; poi nel 1862 furono costruite sopra la vecchia Compagnia del Sacr­mento, riducendone la chiesa; ma i locali furono ben presto insufficienti, e si ricorse ancora al palazzo comunale in castello ed anche per la via della fonte, fino a, tanto che non venne eseguito nel 1908 il nuovo edifizio scolastico, con la formazione della piazza, Giosue Carducci.                 

Nei primi anni della costituzione del Regno d' Italia, e per molto tempo ancora, quando le Scuole elementari erano sotto la giurisdizione e la vigilanza del Comune, venivano nominati i Deputati alla scuola, che poi si chiamarono Ispettori scolastici ed Ispettrici, scelti fra i cittadini residenti.

Indichiamo la prima Deputazione scolastica del 1862: Deputati alle scuole maschili : Pieri Curzio e Dott. Antonio Lusoni; Deputate alla scuola femminile: Salvetti Contessa Berta; Lusoni Giulia; Barbacci Quintilia.

La Filarmonica, come scuola di istruzione musicale, ha una vita oramai secolare; nel 1853 il Comune elargiva per questa istituzione L. 100 all'anno, che poi nel 1863 furono elevate a 500 e dopo a 800, talché si può dire che il Comune manteneva una scuola musicale. In seguito, tale spesa fu soppressa, perchè, secondo l' Autorità tutoria, non necessaria.

La Filarmonica fu poi sorretta da soci ed ebbe vicende alterne di floridezza e di decadenza. Si ricordano i maestri Coppini e Galeazzi, poi Gaetano Fabiani, e Salvatore Ficini, maestri e compositori molto apprezzati; il maestro Armido D' Ercole, il maestro Agostino Poggianti, cui è succeduto il Cav. Prof. Vacca.

In questi ultimi anni, per iniziativa ed interessamento della signora Astena Lulli, che reggeva la Direzione scolastica era sorta una Università popolare con lezioni del Prof. De Negri, dell' insegnante Marcelli, del1' Avv. Magrassi, del Prof. Vincenzo Baldasseroni, del poeta Elio Bientinesi, e di pochi altri.

Invero era poco frequentata dal popolo, ma forse con proiezioni illustrative avrebbe potuto efficacemente continuare.

Nei tempi del fervore patriottico per la liberazione dell'Italia dallo straniero, fra il 1840 e il 1860, la casa del Dott. Antonio Lusoni era il focolaio delle aspirazioni nazionali. Per propagare di più queste aspirazioni era sorta una Società filodrammatica detta dei « Nascenti », che aveva in un teatrino improvvisato nella stessa casa Lusoni; teatrino che da vari anni fu chiuso ed ora è stato definitivamente soppresso per il rialzamento di quella casa, oggi della nipote signora Bice Gori. In quel teatrino, fucina anche di istruzione e di cultura, alle brillanti commedie goldoniane, si alternavano i drammi e le tragedie più in voga, col substrato del sentimento patriottico.

Si ha sott' occhio l'elenco delle persone che rappresentarono nel 1857 una commedia di Goldoni « il Ventaglio », e se ne citano i nomi, per dimostrare quanto concorso di buona volontà si dava a quei tempi al teatro paesano; buona volontà che oggi fa difetto. Signore: Quintilia Pieri; Anna Casigliani; Alberta Geri; Antonietta Buoncristiani. Signori: Piero Pieri; Francesco Mastiani-Brunacci; Giuseppe Casigliani; Raffaello Cerboneschi; Vincenzo Simoncini; Carlo Sanetti; Pietro Sanetti; Alessandro Buoncristiani; Achille Maccanti; Ettore Maccanti. Tutti nomi notissimi in paese.

II teatro trent' anni fa si riebbe, perchè, sotto 1' animazione del compianto Avv. Pietro Gori, la gioventù vi si era dedicata con amore. Poi, per varie vicende, ricadde; dieci anni fa dette ancora un segno di vita breve; tentò di risollevarsi cinque anni or sono e vi si riprovò nel 1923, ma inutilmente. Speriamo in seguito!

 

La monografia di Pietro Nencini del 1925 è scaricabile dalla pagina Download (scarica) del sito nella versione completa e nei formati Word o PDF.

Nella prossima NL analizzeremo "Sanità e calamità pubbliche"

I BREVI RACCONTI DA NON PERDERE

Mi chiamo Indro

Le ragioni per cui, al fonte battesimale, mi fu impartito questo nome, sono assai complesse e hanno un contenuto politico e sociale. Voglio raccontarvele perché da esse potrete ricavare molti lumi circa la mia origine e l'ambiente in cui sono nato e cresciuto. Dovete sapere che Fucecchio, mia patria, è un paese di Valdarno, sito a mezza strada fra Pisa e Firenze. È un paese abbastanza antico, sviluppatesi intono al nocciolo feudale di un castello fiorentino, come sono molti paesi di quella contrada, il castello, ora, non esiste quasi più: sono rimaste solo una torre piena di gufi e di civette e alcune mura diroccate. Tutto ciò sta in cima a una collina aguzza e a corona di questa cima è la parte antica del paese con le sue antiche famiglie di signori e di servi. C'è la Chiesa della Collegiata, molto grande e anche abbastanza bella, e ci sono alcuni palazzotti, il più famoso dei quali apparteneva appunto alla casata di mia madre, i Dòddoli. Con l'andar del tempo, il paese si mise a scendere in basso, verso la piana, l'Amo e le strade. Qui si adagiò e prese a ingrossare soprattutto come mercato agricolo. Poiché è buona regola di ogni borgata toscana di dividersi sempre in due fazioni, Fucecchio si divise in «insuesi» e «ingiuesi». Gl'insuesi erano quelli che stavano per in su, cioè nella parte antica, intorno al castello e alla Chiesa della Collegiata; ingiuesi quelli che stavano per in giù, cioè lungo le strade provinciali che menano a Firenze, a Pisa e a Lucca. Al principio di questo secolo gl'insuesi erano già in minoranza rispetto agl'ingiuesi, ma si tenevano ancora forti col prestigio della tradizione aristocratica: infatti il fior fiore del paese era tutto per in su, costituito da proprietari di campagna, i cui cadetti facevano i professionisti. Gl'ingiuesi, dal canto loro, più numerosi e attivi, aspiravano tutti a diventare insuesi, ma non potendolo per via dello spazio limitato, facevano gran baccano per obbligare gli insuesi a venire in giù. Ci furono anche dei casi d'ingiuesi che, fatta fortuna, andarono a stare per in su soppiantando nei loro palazzetti gl'insuesi che si erano mangiato il feudo. Ma, fino alla grande guerra, questi cambi della guardia nelle gerarchie economiche e sociali del paese erano fortunatamente abbastanza rari, eppoi gl'insuesi di Fucecchio non erano per nulla disposti a considerar pari loro gl'ingiuesi arricchiti solo perché avevano comprato una casa per in su. Eh, ci voleva altro! Ci volevano almeno un paio di generazioni e qualche matrimonio ben combinato. Questo dava e da ancora luogo a molte discussioni. Ma, essendo io un mezzo sangue - insuese di madre e ingiuese di padre - mi sembra di essere in buona posizione per giudicare: e giudico senz'altro molto opportuna questa politica di casta e di resistenza degli insuesi che, finché furono abbastanza forti per reggere e dirigere la cosa pubblica, lo fecero con poche idee e molta coscienza. Mentre gl'ingiuesi li abbiamo visti, poi, cos'hanno fatto, quando vennero al potere, con tutte le loro idee nuove! Negli anni che precedettero la mia nascita, la quale avvenne nel 1909, gli odi di fazione fra insuesi e ingiuesi erano al colmo. Gl'ingiuesi avevano ora le scuole elementari e tecniche, avevano il teatro, i negozi migliori, quasi per intero il luogo del mercato (solo una piccola frazione si svolgeva per in su, in piazza della Collegiata) e due delle tre farmacie. Per in su non erano rimasti che la Chiesa e i ruderi del Castello, e a lasciarli fare, gli ingiuesi avrebbero, come diceva mio nonno, fatto franare il poggio per portar giù anche quelli. Quanto al Municipio, resisteva ancora alla meglio, visto che i sindaci erano sempre di razza insuese, ma di concessione in concessione era sceso sempre più in giù e ora si teneva aggrappato appena alle ultime pendici. La guerra intestina che provocava questa evoluzione verso il basso scoppiava ogni anno, d'estate, come un bubbone, in una specie di palio paesano, che si chiamava la «battaglia degl'insuesi e degl'ingiuesi» e aveva per teatro la scalinata di mattoni (143 gradini, se non sbaglio) per cui, a settentrione, il poggio digrada verso la strada di Lucca. Si svolgeva a base di uova fradicie, fatte infracidire per l'occasione dalle due parti, i cui capitani cominciavano a farne incetta nella campagna un mese e anche due mesi prima dello scontro, ognuno badando ad accumulare più munizioni dell'avversario. L'esercito ingiuese era un esercito, come oggi si direbbe, di leva, un esercito napoleonico o nazionale, ogni cittadin un soldato. L’esercito insuese era un esercito di mestiere, di professionisti o mercenari, pochi, allenati tutto l'anno per la bisogna, a spese dei signori insuesi che nella battaglia vedevano impegnato il loro prestigio. I signori non vi partecipavano, nemmeno come capitani. Si limitavano a fornire di sottomano, quattrini e consigli. Il giorno fatale, seminascosti dentro il fogliame dei loro giardini che si allineavano in lunga terrazza digradante a destra del poggio, essi assistevano trepidanti allo scontro. Il piccolo esercito insuese era allineato in silenzio in cima alla scalinata, composto quasi tutto di artiglieri dall'occhio infallibile, seri, gravi, malvestiti. I vecchi tiratori erano serviti dai giovani apprendisti e combattevano in uno stretto spazio, quello rinchiuso fra il primo giardino, palazzo Dòddoli ed il muro della Collegiata. Le donne ed i vecchi si aggrumavano in disparte pregando per la sorte della bandiera. L'esercito ingiunse veniva baldanzoso e sterminato lungo la strada di Lucca  fra sventolio di stendardi, canzoni di vittoria e si schieravano in fondo alla scalinata. Quelli di su dovevano sloggiare quelli di giù e viceversa. I carabinieri assistevano in disparte perché la pugna non uscisse dall'ambito delle uova. La battaglia cominciava alle due del pomeriggio e si protraeva, in genere, per due o tre ore. La sua prima fase era vinta quasi sempre dagl'ingiuesi che partivano all'attacco con plotoni di arditi e, lottando con furore, pungolati dal tifo assordante dei sostenitori, guadagnavano qualche decina di scalini. Poi il loro impeto si spegneva e gl'insuesi riguadagnavano a poco a poco terreno. Essi combattevano senza punto entusiasmo, ma con molta serietà professionale, in silenzio, fra le preghiere della popolazione. E quasi sempre vincevano ricacciando gl'ingiuesi che a un certo punto venivano colti dal panico e fuggivano a precipizio, tifosi, combattenti, bandiere e demagoghi mescolati insieme. La vittoria veniva celebrata, la sera, con pochi discorsi e molti barili di vino distribuiti dai signorotti, i quali tuttavia affettavano di ignorare l'accaduto. Io non ricordo che vagamente queste guerre. Da allora ne ho viste altre - e di più serie. Ma la mia filosofia militare si formò tutta nello studio delle battaglie fra insuesi e ingiuesi le quali m'insegnarono ad apprezzare gli eserciti di mestiere molto più che quelli di leva; a diffidare dell'entusiasmo, a considerare catastrofica l'applicazione della demagogia alla milizia, a deplorare l'inflazione di parole, di applausi e di decorazioni che facevano gli ingiuesi, e a dubitare dell'eroismo degli eroi. Ma torniamo a noi e all'origine del mio nome. Il matrimonio fra mia madre, insuese, e mio padre, ingiuese, fu uno dei grossi affari della Fucecchio d'anteguerra. Mia madre apparteneva alla famiglia dei Dòddoli che era, come ho detto, una delle più cospicue, forse la più cospicua, delle casate insuesi. Non so di dove venisse con precisione questa casata perché la mia coscienza genealogica non risale più in là di mio nonno. Ma non credo che fosse molto antica del posto. La sua forza veniva più dai quattrini che dalla tradizione. Il palazzo, che era il più fastoso di tutta Fucecchio, era stato comprato da mio nonno Alessandro, che vi teneva un banco per la mercatura all'ingrosso dei cotoni. Alessandro essendo morto nel 1917, quando avevo otto anni e lui settanta, me ne ricordo abbastanza bene: era un bel vecchio, alto, con i baffi bianchi e gli occhi chiari. Non soltanto in famiglia, ma anche fuori famiglia, perfino a Milano, ne ho sentito sempre parlare come di un gran galantuomo con cui era piacevole trattare gli affari. Ma i suoi amici e i suoi figli lo ricordano ancora, oltre che per questo, anche per la sua bonomia e per i trucchi infantili con cui riusciva a concedersi qualche innocuo svago estraconiugale (in genere lo svago consisteva in una gita a Montecatini con gran banchetto di cacciucco e una sbornietta di buon Chianti) alle spalle di sua moglie Rosmunda. Rosmunda è ancora viva, ancora fedele a se stessa e al suo terribile nome, nonostante i novant'anni suonati. Figli, nipoti e pronipoti, la circondano più di rispetto che di affetto e, tutto sommato, non deplorano il colpetto di paralisi che, senza comprometterne la salute di ferro, le ha un poco inceppato la parola e velato la memoria, perché, sino a pochi anni addietro, essa non aveva perduto il vizio di distribuire ceffoni ai suoi rampolli più che cinquantenni e di rimproverarli per un vasetto di marmellata rubato in dispensa quarantacinque anni prima. Rosmunda - che era una bella donna, di una bellezza fredda e spietata come i suoi occhi - ebbe da Alessandro sette figli, quattro maschi e tre femmine: mia madre Maddalena fu la quinta. Li partorì senza un lamento e li allevò senza una carezza, ben decisa a sacrificare tutte le femmine a tutti i maschi. Per fare ciò, essa rifiutò la collaborazione di Alessandro nell'educazione dei ragazzi e, da buona autoritaria, la sbagliò in pieno. Tuttavia essa non si rassegnò mai a riconoscere lo sbaglio, v'insistè contro ogni evidenza e, rimasta vedova, si lasciò tranquillamente spogliare dai suoi prediletti maschi a detrimento delle tre femmine. Soltanto ora mostra per qualche segno un po' di resipiscenza, ma lo fa con decoro e a mezza voce soltanto. Però scommetto che, quando prega (Rosmunda prega a testa alta e dirigendo il coro degli astanti col cipiglio di un generale), seguita a pregare per i cari maschi, che Dio li perdoni dei loro peccati e li guarisca dei loro vizi in modo che il nome si tramandi senza macchia. Le femmine, del resto, non hanno bisogno di simili preghiere. Dei quattro rampolli maschi, due studiarono e diventarono uno avvocato e l'altro medico; e due invece, con gran disperazione di Rosmunda, non ne ebbero voglia. L'avvocato seguì le scuole a Firenze, poi in Svizzera e infine a Pisa. Quando era a Firenze, fu compagno di scuola di mio padre, di cui è giunta l'ora di parlarvi. Mio padre era ingiuese e di famiglia oscura, sebbene ci siano, a Fucecchio, dei Montanelli, abbastanza celebri per via di un rivoluzionario del '48 cui i fucecchiesi hanno dedicato un monumento. Ma i Montanelli cui mio padre apparteneva erano di un altro ramo, il ramo povero evidentemente, e mio nonno Raffaello aveva un forno. Io non l'ho conosciuto perché morì prima che mio padre si sposasse. Dicono che gli somiglio e, siccome aggiungono che era un bello e brav'uomo, non ho niente da obiettare. So che non faceva nulla dalla mattina alla sera, che era malinconico e taciturno e che gli piacevano i bei vestiti. Al forno ci stava sua moglie Edvige, detta Eduige, che gestiva anche una trattoria e che, attiva e avara, mandava avanti la famiglia composta di quattro figli: una femmina e tre maschi. Dei maschi, mio padre Sestilio era il più promettente, studiava bene e con ottimi risultati; perciò su di lui si concentravano le speranze e le risorse della famiglia che decise di farne un professore di lettere. Sestilio fu infatti mandato a dozzina da sua sorella Maria andata sposa a un usciere di tribunale a Firenze, e qui fece il ginnasio, il liceo e l'università a furia di zuppa di fagioli e di dieci in pagella. A scuola fu compagno di Alberto Dòddoli che, intelligentissimo e sfaticato, si lasciava fare i compiti da Sestilio. A quest'ultimo, tornato per le vacanze in paese, l'amicizia con Alberto consenti di ascendere palazzo Dòddoli e di conoscervi mia madre. Il resto ve l'immaginate. Ma non v'immaginate, invece, la guerra che Rosmunda fece a Sestilio il quale, per ingraziarsela, riuscì a furia di ripetizioni a far prendere la licenza liceale a Curtatone, il settimo dei figli Dòddoli. Un po' questo, un po' l'intercessione del sindaco e dell'arciprete, permisero finalmente a mio padre d'impalmare mia madre. Prima però egli dovette fare solenne abiura alle sue professioni di fede politica che era di tinta vagamente socialistoide. Poi, alla fine, l'unione fu decisa fra lo scetticismo di mia nonna Rosmunda la quale non si riprometteva nulla di buono da un «matrimonio d'amore» e l'orgoglio offeso di mia nonna Edvige che vedeva così poco considerato il suo rampollo professore. Questi, che insegnava allora alle tecniche del paese, si portò la moglie per in giù, in una villetta con giardino e, ottenuta la grazia, riabbracciò in pieno le sue idee sovversive. Poco dopo mia madre rimase incinta. Subito Rosmunda calò dal poggio a riprendersi la figliola perché l'erede nascesse per in su. Infatti nacqui per in su, il 22 aprile 1909. Ma poco dopo, essendosi Rosmunda ammalata, mio padre venne a riprendersi la consorte e la prole e, per vendicarsi, si mise con ostinazione a cercare per me un nome che non fosse ne nella famiglia, ne nel calendario. Lo trovò. (1939) 

  Torneremo a Lucca. Nella prossima NL ancora due fatti insoliti 

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