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Ogni 10 giorni nella tua posta una pillola cultural-turistica, questa è la n° 24 del 10 - novembre - 2003 |
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Continua la pubblicazione delle opere di RENATO FUCINI. Pubblicato anche: NAPOLI AD OCCHIO NUDO Tutte scaricabili dalla sezione "download"
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Da: Quando la luna sorrise al lampionaio di Celati - Gattini scaricabile dal sito A Castiglioncello una vicenda a tinte gialle, mai risolta Chi
trafugò i reperti etruschi durante i lavori in galleria? L'hanno sempre detto, a Castiglioncello, e non con mezze
parole ma con accenti risoluti: voce di popolo... Hanno sempre detto che
qualche operaio, addetto ai lavori per la costruzione della ferrovia
litoranea, si “fece d'oro” coi reperti etruschi affiorati in galleria.
Sussurri e grida, dunque, su episodi circondati ancora da un alone di
mistero. La vicenda “a tinte gialle” avvenne realmente. Ne
dettero conferma testimonianze attendibili. Sono restate a suffragarla in
via ufficiale carteggi di irrefutabile contenuto. Anche se la questione
restò irrisolta, mai svelato l'enigma. Forse ci sarebbe voluto Hercule
Poirot od il Commissario Maigret per sbrogliare “il caso”. Gli
investigatori del posto - e del tempo - si dimostrarono incapaci di far
luce sui fatti. Eppure furono ripetutamente spronati da sollecitazioni di
autorevoli personalità. In
data 29 maggio 1905 il Prefetto di Pisa si fece premura di indirizzare al
Sindaco di Rosignano Marittimo una nota pervenutagli dal Direttore del
Museo Archeologico di Firenze. Insieme alla lettera non mancò di
esternare il personale e perentorio invito ad intensificare le indagini.
Il documento, in maniera indiretta, ma indiscutibile è rimasto a chiarire
che già nei primi mesi del 1905 i cantieri per la nuova strada ferrata
erano in piena attività. Lasciamo la parola al Direttore del Museo del capoluogo
regionale: “Com'è
noto in occasione dei lavori ferroviari in Castiglioncello, fu trovata
una tomba a camera con un'urna etrusca scolpita, di buona arte etrusca,
che gli operai avevano tentato di trafugare, asportandola di nascosto. “Il
Maresciallo dei Carabinieri di Rosignano ha già opportunamente iniziato
un'inchiesta sui dubbi da me e da altri esposti in ordine alla
possibilità
che gli operai abbiano compiuto il trafugamento di qualche oggetto,
epperciò credo opportuno di mettere sull'avviso gli stessi Carabinieri
affinchè scrupolosamente ed insistentemente indaghino se gli operai non
siansi in realtà impadroniti dell'oreficeria ed altri oggetti che sono
soliti a rinvernirsi dentro le urne scolpite, allorché d'arte più
scadente ed in tombe meno importanti. “L'urna
raccolta, che tentavasi di trafugare, porta il nome etrusco di Velia
Carinei e non è credibile che non contenesse oggetti preziosi più
notevoli del semplice orecchino potuto recuperare nell'esplorazione del
sepolcro. “La
tomba era vergine, quindi la mia presunzione del trafugamento ed il dubbio
che manchino sia l'altro orecchino e l'anello d'oro dell'urna in parola e
lo specchio di bronzo proprio di quel tempo. “Come
conclusione del mio studio sugli oggetti di detta tomba, dovrei confermare
il giudizio che quegli operai abbiano dunque sottratto o tengano nascosti
alcuni reperti, contro le prescrizioni delle leggi. “Questa
inchiesta credo opportuna come esempio a molti operai addetti ai
lavori in corso a Castiglioncello perché, come finora si crede, hanno
distrutto le tombe rinvenute, appropriandosi degli oggetti di qualche
valore, nonostante le raccomandazioni dell'Impresa di segnalare subito
le scoperte di oggetti antichi”. Tutto
facile, ha sempre asserito la gente, trafugamenti a man salva, quelli dei
monili e di altre cose minute e di pregio. Era ben nota anche la
procedura, messa in atto senza varianti da coloro che si occupavano
degli scavi. Come affiorava dalla roccia un qualsiasi reperto, subito si
provvedeva a nasconderlo in un anfratto già predisposto. Poi, a
mezzogiorno,
quando le donne castiglioncellesi venivano a portare il pranzo ai
congiunti, altro non occorreva che passar loro la refurtiva. Questa
spariva
d'un tratto, sotto gli ampi vestiti femminili. Veniva sventato, così,
anche
qualche saltuario controllo, disposto alla fine del turno. Certo non ci
voleva Poirot e neppure il Commissario Maigret per capire come andava
la faccenda. Il
Sindaco Mastiani-Brunacci, lette le vibranti richieste dell'archeologo
e le intimazioni prefettizie, visto che i Carabinieri non avevano ottenuto
risultati nella loro inchiesta, pensò bene di passare la pratica al
Delegato di Pubblica Sicurezza del capoluogo. Il tentativo, però, non
dette frutti. Ecco infatti, in data 4 giugno 1905, la risposta del
funzionario: “Si
restituisce la nota alla S. V. informandola che dalle accurate indagini
praticate dal sottoscritto, insieme al Comandante della locale stazione
dei RR. CC., non si è potuto ottenere qualsiasi piccolo indizio atto a
far supporre che, dalla tomba etrusco rinvenuta a Castiglioncello, siano
stati trafugati degli oggetti di valore. “Da
persone degne di fede si è avuta la certezza che i primi due operai,
scopritori della tomba, asportarono soltanto l'urna ivi rinvenuta, e
cercarono di nasconderla per sottrarla agli sguardi dei curiosi. “Intendevano,
poi, consegnarla al barone Patrone, verso cui hanno un certo rispetto, e
subito dopo la
tomba venne
minutamente esplorata senza alcun risultato. Tuttavia le indagini
continuano e nulla sarà tralasciato affinchè esse abbiano a stabilire se
realmente in tale circostanza ebbero a verifìcarsi dei trafugamenti”. Il
Conte Teodoro
Mastiani-Brunacci non si scompose. Letto il documento ordinò al
segretario comunale di inviarlo in copia al Prefetto di Pisa, con
lettera di accompagnamento e pari numero di protocollo (il 2262,
categoria 10, Classe 5, Fascicolo 13). Le
dicerie della gente proprio non vennero divulgate a caso: esiste la
prova... provata. Qualcuno, a Castiglioncello, “si fece d'oro” coi
reperti etruschi. Comunque Velia Carinei, dopo qualche tempo, potè
continuare il suo riposo sul promontorio. Il prof. Luigi Milani,
Sovrintendente alle Antichità e agli Scavi per l'Etruria, propugnò
infatti la costituzione del minuscolo Museo della località balneare,
sorto su di un poggetto, fra il verde, e successivamente arricchito da
altri cimeli non soltanto etruschi, ma anche romani e medioevali. Il terreno venne donato dal barone Patrone. La costruzione
del piccolo fabbricato fu per metà a carico dello Stato e per metà
frutto di donazioni private. Al custode, quali soli compensi, furono
lasciate le... mance e il ricavato dei biglietti d'ingresso. Al momento del varo dell'opera, nella seduta dell'8 agosto 1910, il Consiglio Comunale sentenziò ad una sola voce: “Si approva, perché non ci sono spese per l'Amministrazione”. Ben detto. O meglio: ben scritto. Nella prossima NL racconteremo altri elementi legati alle vicende della nostra zona | |
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SANTA FIORA (GR), Selva II cranio dell'«orrendo serpente» Convento
della SS Trinità Frazione Selva di Santa Fiora 58030 Selva (GR) Tel.
0564/977018 Frati Francescani Minori Informazioni:
Associazione Pro Loco, piazza Garibaldi 17, 58037 Santa Fiora (GR) Tel.
0564/ 977124 Opere
Antoniane, via Merulana 124, 00185 Roma Tel. 06/77207477 Dove
si trova: Si raggiunge con una deviazione dalla statale 323 (del Monte
Amiata) Stazione FS a Monte Amiata (27 km). Da Santa Fiora, la strada
provinciale della Selva conduce verso sud-est, alle pendici del Monte
Calvo, sassoso e brullo. Dopo 5,7 km, una breve diramazione a destra porta
al Convento della SS. Trinità o della Selva (quota 634 m), appena segnato
sulle carte topografiche. In basso, il fiume Fiora scorre in una valle
boscosa e umida, presso il Convento getta fresche acque una fonte, detta
«del Papa» .Nel periodo invernale il Convento è chiuso, con la
saltuaria presenza di un custode. Storia
e situazione:
Il complesso fu assiemato in tempi diversi. La primitiva chiesetta della
SS. Trinità nella Selva di Monte Calvo, fu edificata nel sec XI, in
seguito fu affiancata da un piccolo romitaggio. Nel secolo XV, il dominio
di Santa Fiora passò per trasmissione ereditaria dagli Aldobrandeschi
agli Sforza Attendolo, attraverso il capostipite Boso, il suo primogenito,
il conte Guido, si distinse in saggezza e valore. Per suo interessamento,
fu costruito nel 1488-1489 il Convento attuale e anche una nuova chiesa
(che inglobò la precedente), dove fu sepolto, per suo stesso volere,
nell'anno 1508, destinando inoltre al Convento un ingente lascito. La
chiesa odierna invece fu iniziata nel 1762, dopo la demolizione delle
precedenti, a sinistra entrando è affissa un epigrafe con ritratto che
ricorda il conte Guido. Nel 1948, molti locali del Convento furono
adattati a soggiorno estivo delle Opere Antoniane di Roma. La cosa notevole: Nella regione metallifera e termale del Monte Amiata (Mons ad Meata, monte dei meandri), abitava in epoca non remotissima un "mostro, del quale abbiamo anche una testimonianza concreta! Il fatto appare ben documentato, e merita un'esauriente descrizione delle circostanze. II
cronista francescano Giov. B. da Cutigliano scriveva nel 1646 «Essendo un
giorno uno di quei conti (di S. Fiora) a caccia in questo luogo, s'incontrò
un orrendo serpente, al quale con l'aiuto di Dio diede la morte, et
offerse la metà della testa qui per memoria. La grandezza di questa
spaventosa bestia si può argomentare dalla testa, che sta attaccata alla
porta di detta cappella (della SS. Trinità), quale è più longa di un
mezzo braccio, e più larga d'un palmo. Sta anco dipinto il detto serpente
et il conte che l'uccise nella loggia avanti la chiesa». L' uccisore del
mostro gigantesco fu appunto il conte Guido Sforza (1445-1508), fondatore
del Convento della Selva. Taluni cronisti, invece del 1498, riportano il
1488 o addirittura il 1478 quale anno in cui avvenne l'uccisione del
mostro, tutti invece sono concordi nell'attribuire il gesto al conte
Guido, datandolo così sicuramente verso la fine del secolo XV. Del resto
non è necessario ammettere che l'episodio sia accaduto dopo la
costruzione delle due chiese della SS. Trinità, ma appunto è possibile
che qualche tempo sia trascorso prima che il conte vi deponesse i resti più
interessanti dell'animale da lui ucciso. Anzi, la costruzione della nuova
chiesa e del Convento poteva rappresentare un ringraziamento alla
Santissima Trinità per lo scampato pericolo. La parte superiore del
cranio fu posta dal conte Guido come trofeo dentro la chiesa di allora,
all'entrata della cappella di destra, ora si trova vicino alla sacrestia,
in una teca murata. Osservazioni
e note: Naturalmente non è possibile stabilire se questo reperto sia
proprio quello originale. In apparenza il cranio ora esistente assomiglia
a quello di un coccodrillo. Un teschio simile e molto antico si può
vedere nel Museo archeologico nazionale di Sperlonga (LT); venne trovato
fra le rovine della romana Villa di Tiberio, in quella che fu una piscina. Altre
notizie: Stando ai documenti, la parte inferiore del cranio del mostro
fu offerta alla chiesa della SS. Trinità dei Monti in Roma, che era
stata appena fondata con l'annesso convento (nel 1495) per volere dei
regnanti di Francia. Comunque, ammesso che l'oggetto fosse davvero giunto
a Roma, non ebbe vita facile. I lavori di costruzione dell'edificio
attuale non iniziarono effettivamente che nel 1502, protraendosi poi circa
un ventennio. Già nel 1527 il convento ebbe il suo primo saccheggio, per
opera dei soldati di Carlo V che devastarono
Roma. Tuttavia, se il cranio riuscì a salvarsi fino all'inizio del secolo
XVII, godette probabilmente in seguito di un'adeguata considerazione.
Infatti, fin dal 1623 si costituì in convento un Collegio prestigioso,
nel quale insegnarono illustri eruditi: di questo periodo restano un
grande astrolabio e due pitture anamorfiche. L'indirizzo degli studi era
prevalentemente scientifico, tanto che accanto alla biblioteca si andò
formando un museo di archeologia e di scienze naturali non dissimile da
quello che nello stesso secolo il celebre Athanasius Kircher doveva creare
nel Collegio Romano. Questo museo, disposto sul piano dell'ala orientale
del convento, comprendeva avori e argenti, reliquiari e idoli, minerali e
animali imbalsamati, fossili e strumenti scientifici. La metà del cranio
della belva fece forse parte di questo museo. Come riflesso della
Rivoluzione Francese iniziò la decadenza del convento, fino alla
soppressione decretata nel maggio 1798 dalla Repubblica Romana; nelle
settimane che seguirono si compì il saccheggio della chiesa e del
monastero, con l'espulsione degli ultimi religiosi. Nel 1800 crollò la
volta della chiesa. In seguito il tempio fu riaperto al culto, e oggi il
convento è adibito a collegio femminile. SANTA MARIA A MONTE (PI) Rara struttura a chiocciola Informazioni:
Municipio, Comune, 56020 Santa Maria a Monte (PI). Tel. 0587/707002. Dove
si trova: Autostrada A11 (Firenze-Lucca-Pisa Nord), casello di
Altopascio (20 km). Stazione FS a Pontedera (8 km). Storia
e situazione:
Il luogo, castello fra i più importanti del Valdarno per la sua
posizione, fu a lungo conteso nel Medioevo tra le città di Pisa, Lucca e
Firenze. La cosa notevole: L'abitato mostra un'interessante e rara struttura urbanistica a chiocciola, tracciata da una strada che si inerpica a spirale sul colle omonimo al paese. Dal volume "Guida ai luoghi misteriosi d'Italia" di Umberto Cordier, Edizioni Piemme. Umberto Cordier si occupa di didattica dell'elettronica e dell'informatica, ma si dedica allo studio delle tradizioni e del folklore italiano con i suoi fenomeni collaterali definiti di solito "inesplicabili". Nella prossima NL continueremo il nostro giro nella regione | |
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LOCUZIONI E DETTI CELEBRI:Memento audere semper ( Ricordati di osare sempre) Motto creato da Gabriele D'Annunzio al tempo della Beffa di Buccari, interpretando la sigla M.A.S. (Motoscafi Armati Svan) delle motosiluranti italiane. |
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La barzelletta di chiusura...per abbassare il livello di stress : Due
amiche si stanno confidando: |
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Cosa bolle in pentola ? Ancora tutto Fucini. Grazie per averci seguito fino qui, Per questa volta è tutto, Riceverete il prossimo numero il 20/Novembre /2003 |
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