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Dalla "Monografia storica di Rosignano Marittimo"1925Vada
Vada, il cui nome deriva da Vadum
guado, o, in senso figurativo, mare, fu porto antichissimo ed approdo della
colonia etrusca di Volterra, e poi scalo marittimo romano, Vada Volaterrana,
celebrato già da Tito Livio; da Cicerone, 50 anni prima dell' era volgare;
da Plinio, 70 anni dopo Cristo e da Rutilio Namaziano, poeta e viaggiatore,
che sbarcò a Vada nel 415 nell'epoca cioè della decadenza di Roma, e fu
ospite di Decio Albino Cecina, Senatore e Prefetto di Roma, nella sua
sontuosa villa situata sulle pendici di Rosignano, e forse in Pilistrello,
come si e già detto nella prima parte. Anche
allora il porto era di difficile imboccatura a causa degli scogli subacquei
che si protendono per i Catini e pel Capo Cavallo, i quali però
contribuiscono, con le secche di Val di vetro, a rendere sicura dai marosi
quella rada naturale, ove cercano rifugio nelle notti tempestose i piccoli
velieri sorpresi dal fortunale. Vada,
fino dai tempi di Roma, aveva le saline, nominate pure dal Namaziano sopra
rammentato nella poesia latina che si trascrive: «
Inoltrandomi nel tratto del Volterrano, il cui nome è Vada, mi tocca
rasentare un passaggio pericoloso. Due
pali indicano l' incerto ingresso del porto. Abbiamo tempo di visitare le
saline soggette alla Villa. Salina si chiama la palude salsa dove il mare
declive penetra mediante canali terrestri e l' acqua, condotta da una
piccola fossa, si spande in laghetti ramificati. Ma quando Sirio lancia
sulla Terra i suoi fuochi canicolari e le erbe impallidiscono, ed ogni campo
si inaridisce, allora con argini viene sbarrato l' accesso del mare, perché
la terra infuocata prosciughi e il sole ardente, assorbendo le goccie dell'
acqua, faccia rapprendere la superficie e produca sale. » II
poeta Namaziano proveniva dal mare diretto nella Gallia, e la Villa, cui
allude, era quella di Decio Albino Cecina, come si è detto sopra. Le saline
di Vada esistevano ancora nell' anno 754 ed erano di proprietà del nobile
longobardo Gualfredo e continuarono anche dopo, passando a diversi suoi
successori ed eredi. Gualfredo, o Walfredo, fondò 1' Abbazia di Monteverdi
e poi fu santificato. Una parte delle saline di Vada apparteneva a tre
fratelli pisani, i quali nel 780 cederono questa parte all' abbadia di S.
Savino presso Calci, da loro fondata. Vada
fino dai tempi antichi aveva un castello ed una chiesa dedicata a S.
Giovanni e Paolo. Da un atto del 26 Aprile 1043 si apprende che in quella
data, la chiesa era già pievania e infatti con quel1' atto la Pieve di Vada fece offerta alla chiesa di S. Maria e S. Quirico a
Moxi (le Badie) di beni posti in Valdiperga, già donati alla chiesa di Vada
dai longobardi. Il
2 Dicembre 967 nel castello di Vada fu concesso da Ottono I° il Grande,
imperatore tedesco della casa di Sassonia, un diploma a favore di Pietro
vescovo di Volterra, ove è dichiarato che detto castello non era
più nel territorio volterrano, ma bensì nel contado pisano. Fino da
allora Vada fu soggetta alla repubblica di Pisa. Oltre
alla pieve, in Vada sorgeva pure la badia di S. Felice, prima officiata dai
frati dell' ordine di S. Benedetto,
poi passata alle monache Domenicane. Nel
1068 al 21 di Ottobre, certo Leone ricevette a livello dal monastero di S.
Felice di Vada un pezzo di terra posto a Rosignano. Verso
il 1170 il giudice Costantino, padre di Parassone, pure giudice di Arborea
in Sardegna, di cui si proclamò re, fece donazione al Monastero di S.
Felice in Vada di alcune terre della Sardegna e Parassone confermò il dono. Con
diploma del 19 Luglio 1139 Corrado III° imperatore tedesco, concesse all'
arcivescovo di Pisa Balduino dei diritti su Vada e su Rosignano; concessione
convalidata dal Pontefice Innocenzo II°. Com' è noto, prima del 1092 la
diocesi pisana era retta da vescovi. Secondo
il Targioni la pieve di Vada fu incominciata nel 1144 e restaurata nel 1163,
e quello storico ne riporta due iscrizioni. Si
e però citato un documento del 1043, il quale dimostra che in quell' anno
la pieve di Vada già esisteva. Tale
pieve ai tempi di Cosimo I.° de' Medici non figurava, più come parte della
parrocchia di Rosignano. Nel
1079 una flotta genovese assalì il porto di Vada, ma senza successo; però
nel 1126 gli stessi genovesi si impadronirono di Vada e la tennero fino al
1165 epoca in cui Vada fu ripresa dai pisani, che fortificarono maggiormente
il castello e munirono di efficaci difese il porto. Nel
1177 il conte Ranieri e il conte Gherardo della Gherardesca, col consenso
delle rispettive mogli Erminia e Adelasia, stando in Vada fecero dono alla
Badia di S. Felice di 25 pezzi di terra posti nel distretto e piviere di
Rosignano, fra cui Poggio Cuccaro. Piviere stava ad indicare la
circoscrizione della pieve. Nello
stesso anno 1177 e precisamente il 28 di ottobre furono esaminati presso un
giudice diversi testimoni, i quali giurarono come 58 pezzi di terra, posti
nel distretto di Riparbella appartenessero al monastero di S. Felice in
Vada. Con
atto del 1° Luglio 1206 don Barone, abate del monastero di S. Felice, si
assoggettò ad un annuo censo di 24 denari di moneta pisana, da pagarsi alla
Mensa arcivescovile di Pisa per 1''uso delle acque della Fine, onde condurle
alla gora del molino che, col consenso dei consoli di Vada, fu poi dato per
metà in affitto a terzi dall’ abate don Rustico. Da
un documento del 21 Gennaio l245 si deduce che la badia di S. Felice
costituiva parrocchia ed il suo popolo abitava nel castello e nell' annesso
paese; mentre invece la pieve di S. Giovanni e Paolo doveva essere, come
tutte le pievi, in aperta campagna, cui forse conduceva il tratto di strada
che anche attualmente si chiama del Conventaccio. Nel
1114, in Agosto, una tempesta obbligò la potente flotta pisana, rinforzata
da vascelli di Francia e di Spagna, in rotta per la conquista delle isole
Baleari, a sostare diversi giorni in Vada
(Tronci) Nel
1244 una burrasca gettò sul lido di Vada alcune galee di Federigo II.°
unite alla flotta pisana (Tronci); di quel Federigo che Dante pone nell'
inferno fra gli eretici: « qua dentro è lo secondo Federigo », del quale
fu Segretario e Consigliere Pier delle Vigne. «Vi giuro che giammai non
ruppi fede - al mio Signor che fu d' onor si degno. » In
Vada le navi di Federigo II.° furono riparate, segno evidente che vi era un
cantiere atto allo scopo. Nel
1284 il Comune di Pisa incominciò la costruzione della torre per uso di
faro davanti al porto, stanziando nel 1285 per tale lavoro la somma di
trecento denari pisani al mese. Nello
Statuto del Comune di Pisa di quello stesso anno si stabilirono concessioni,
esenzioni e privilegi per chi andava ad abitare in Vada, e da ciò si desume
che già da quel tempo, a causa della malaria, il luogo era rimasto deserto.
Nel 1405 una galea pisana, carica di vettovaglie, si ritrasse nel porto di
Vada per salvarsi da quattro navi genovesi che la inseguivano. I1 forte di
Vada con lo sue bombarde la protesse, ma nella notte un soldato a nuoto poté
appiccare il fuoco alla galea pisana, incendiandola. (Tronci). Con
atto del 10 Febbraio 1406 Vada passò sotto il dominio di Firenze, cui Pisa
capitolò; nel 1431 fu occupata da Niccolò Piccinino, noto capitano del
duca di Milano; nel 1433 Vada, fu sottomessa di nuovo a Firenze, la cui
Signoria, con provvedimento del 13 Febbraio 1437, vi costruì dei magazzini,
dopo smantellato il castello. Nell'
inverno del 1452, per tradimento del capitano del superstite forte, Vada fu
occupata dalla flotta del Re di Napoli, che ne ripartì l' anno dopo,
appiccando il fuoco al fortilizio, e facendolo andare in rovina. (Lapucci). Dopo
d' allora i fiorentini demolirono definitivamente ogni fortificazione,
essendo divenuto anche inabitabile il luogo a causa del padule o della
malaria. Forse
le vestigia di mura che a mare chiaro si vedono sommerse presso la riva sono
quelle del castello e del paese di Vada antica. Nel
1484 a Vada sbarcarono truppe genovesi dirette contro Rosignano e nel 1495
Vada fu rioccupata dalle truppe fiorentine, dopo la ribellione compiuta,
insieme a Rosignano, verso la repubblica. Nel
1574 sbarcò a Vada Giovanni d' Austria, il celebre vincitore della
battaglia navale di Lepanto, per visitare Francesco I.° de' Medici, che,
con la famiglia, villeggiava a Rosignano. Da
quell’ epoca Vada rimase un deserto e vi imperò il bosco paludoso, con i
conseguenti miasmi. Nel
1834 fu iniziato un primo risanamento del territorio negli stagnoli al cui
prosciugamento le R R. Possessioni vi spesero L. 22,510, soldi 4 e denari 1.
Già il Granduca Pietro Leopoldo aveva avuto in mente il risanamento della
zona maremmana, compreso il padule di Vada, e vi aveva iniziato opere
idrauliche. Soltanto
però verso il 1840 Vada risorse a nuova vita, inquantoché Leopoldo II.°
di Lorena, Granduca di Toscana, si prefisse di bonificare la maremma ed in
gran parte vi riuscì, malgrado la satira del poeta Giusti: II toscano Morfeo vien lemme
lemme Di papaveri cinto e di lattuga, Che, per la smania di
eternarsi; asciuga Tasche e maremme. L'
asciugar tasche è compito e virtù di qualunque Governo; meno male quando
con le tasche si asciugano anche le maremme! Il
territorio della derelitta Vada fu compreso nel programma del bonificamento
granducale e, per raggiungere questo alto scopo, il Governo toscano concesse
gratuitamente delle preselle di 25 saccate ciascuna a coloro che, col
diboscamento, avessero provveduto anche alla costruzione di una casa
colonica. I1 Governo si lasciò del territorio e vi mantenne una R.a
Fattoria. I1 taglio dei boschi; il richiamo di coloni; le opere idrauliche iniziate a cura del Governo, quali le colmate, l' apertura dei fossi con cateratte rotatorie; l'uso di macchine idrovore a vento e poi a vapore, contribuirono al risanamento dell' agro di Vada, che oggi ha poderi ubertosi. Fu creato il paese all' ingiro di una vasta piazza contornata da platani, fu eretta una elegante chiesa ed un bel campanile; furono tracciate nuove strade ed il Granduca più volte si rese conto di persona del progresso della bonifica vadese. Provvida fu la conservazione e la intensificazione della pineta che il Governo toscano stabilì per una zona larga non meno di braccia 200 a tutela e difesa perpetua della pianura vadese contro i venti marini. Nel rescritto 11 Settembre 1839 riguardante, lo concessioni livellari delle preselle nella pianura di Vada, fu prevista infatti «una zona di terra lungo mare di larghezza dalla così detta battigia non meno di braccia 200 per coltivarci a spese dello Stato una pineta a salvezza delle future piantagioni e semente dei nuovi campi.» La
bella pineta e ora bene sviluppata, ben conservata e ben vigilata dal
Governo, inquantoché è, e rimane e, speriamo, rimarrà sempre una
possessione demaniale. Nel
1847 fu istituita a Vada la condotta medico-chirurgica ed il primo sanitario
fu il Dott. Ildebrando Caifassi da Lucignano in Val di Chiana, cui nel 1850
successe il Dott. Cartoni. Dal 1890 è medico condotto il Dott. Gazzarrini. La pubblica salute in Vada ebbe, per recrudescenza malarica, un grave colpo nel 1877; da allora, con la istituzione di un apposito Consorzio, si ebbe più cura della nettezza dei fossi e quindi dello scolo delle acque della pianura al mare; la salute pubblica ne risentì vantaggio tale, che oggi Vada e diventata una stazione balneare marittima per la quale si prevede e si augura un prossimo più largo sviluppo. ***** Nel
1867, nella notte del 19 d' Ottobre, approdò a Vada Giuseppe Garibaldi in
compagnia di Stefano Canzio e di qualche altro fido compagno come il Dott.
Agostino Bertani, qui giunti dopo aver fatto la traversata da Caprera sopra
una piccola imbarcazione, eludendo la crociera delle R. Navi che dovevano
impedire al Generale la sua fuga dall' isoletta. Nella
notte stessa i fuggiaschi furono condotti a Livorno da David Morelli di
Vada, sopra un barroccino. Andrea
Sgarallino ospitò occultamente nella sua casa Garibaldi ed i suoi compagni.
Da Livorno il Generale si recò a Firenze, allora Capitale d' Italia, per
preparare l' eroica insurrezione, balzata al grido di «Roma o morte » , e
spezzata a Montana il 2 Novembre
1867 da piombo francese. In
mezzo alla piazza di Vada nel l882, promotori Diego Martelli ed alcuni
giovani di Rosignano e di Vada, tra i quali lo scrivente, e coll' ausilio
dell' Associazione di mutuo soccorso Rosignanese, a ricordo del fatto
storico, fu innalzato un cippo miliare col busto del Generale, opera
gratuita dello scultore Fantacchiotti di Firenze, sul quale cippo fu apposta
questa epigrafe di Giosue Carducci : «
Giuseppe Garibaldi — qui il 19 Ottobre 1867 — prendeva terra
— fuggitivo occulto — dalla Caprera — per alla volta di Roma
— che egli rivendicò all' Italia — a viso aperto. » Verso
il 1873 in Vada fu impiantata una fonderia di ghisa a cura del Sig.
Francesco Tardy in seguito alla quale fu decretata 1a Stazione ferroviaria,
aperta all' esercizio nel 1877. La fonderia ebbe vita breve, e fu sostituita
da altre industrie minori, quali una distilleria di vinacce, una lavorazione
di sanse, ecc. Nella fonderia Tardy venne fuso
e donato il busto di Garibaldi. ***** Sulle «secche di Vada » a 5 Km. circa fuori del porto, venne costruito
60 anni fa un faro in ferro, ora girevole ed automatico. Non ostante questo
faro, circa 50 anni fa un grosso piroscafo, «Australia», si incagliò
sulle secche ed in seguito a mareggiata perdé il carico svariatissimo, che
in parte venne alla spiaggia. Andarono in mare seterie, chincaglierie,
carta, liquori, vini, mercanzie che erano dirette nelle Indie. Prima
dell' «Australia » , si era
incagliata sulle stesse secche una nave da guerra americana, che aveva a
bordo degli allievi uffìciali. Vada, nei tempi più floridi del medio evo, sotto la repubblica pisana e sotto la dominazione fiorentina, faceva Comune a se ed ebbe i suoi Consoli ed il Governatore, che ne dirigevano le sorti. Dette degli Anziani, dei Priori ed anche un Ambasciatore alla repubblica pisana. Non si conosce lo stemma che il Comune di Vada aveva assunto, forse una torre sul mare.
La monografia di Pietro Nencini del 1925 è scaricabile dalla pagina Download del sito nella versione completa e nei formati Word o PDF. Nella prossima NL racconteremo altri elementi legati alle vicende della nostra zona |
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FIRENZE Sorprendente collegamento fra Etruschi e... Museo Archeologico Via della Colonna 36 50121 Firenze Tel. 055/23575 Uno
dei maggiori e più interessanti musei d'italia, in particolare per la
civiltà etrusca. Varie sezioni distribuite sui tre piani dell'edificio. Al
primo piano, al centro della sala XV, una vetrinetta a giorno espone
oggetti metallici etruschi con iscrizioni. Storia e situazione: Tra essi, c'è una lamina in piombo, tondeggiante, del diametro di circa 8 cm, che porta incisa sui due lati una scritta a spirale, il testo comprende alcuni nomi di divinità e norme per i sacrifici. La lamina venne rinvenuta nell'area dell'antica città di Magliano in Toscana (GR), ed è datata al V-IV secolo a. C. Il fatto insolito: L'interesse dell'oggetto risiede nella sua sconcertante rassomiglianza formale con uno dei più noti e misteriosi reperti archeologici del mondo mediterraneo. Si tratta del Disco di Festa, un disco di argilla del diametro di circa 15 cm, rinvenuto nel 1908 da Luigi Pernier al seguito di una spedizione italiana appunto nell'antica città minoica di Pesto (Phaestos, nell'isola di Creta, Grecia), l'oggetto - datato alla meta del II millennio a. C. presenta una strana «scrittura» pittografica (cioè figurata) disposta a spirale su entrambe le facce, mai decifrata con certezza. Ma c'è di più: questa sorprendente similitudine può costituire un interessante elemento di discussione a proposito del grande e dibattuto enigma della provenienza degli Etruschi. Infatti, secondo gli esperti, i simboli del Disco di Festa alludono ad un'origine anatolica, ovvero all'Asia Minore. Ebbene, già lo storico Erodoto (I, 94) ci tramanda per primo la tradizione raccolta da autori ionici più antichi, che i Tyrrenor o Tyrsenoi (ovvero gli antenati degli Etruschi), sarebbero emigrati dalla Lidia (Asia Minore), guidati da Tirreno, figlio di Atys. Ad un'origine anatolica si riferisce anche implicitamente Anticlides, sostenendo la provenienza dei Tirreni dalle isole di Lemno o di Imbro, non lontane dalla costa della Troade. E infine Ellanico da Mitilene identificava i Tirreni con il mitico popolo dei Pelasgi, anch'esso dell'Asia Minore. Ecco quindi che la singolare somiglianza del reperto di Pesto con quello - più recente - di Magliana potrebbe far pensare che lo stile di quest'ultimo sia la reminiscenza culturale di un antico modello anatolico, suffragando così le affermazioni degli antichi storici sull'origine dei Tirreni e degli Etruschi. Si può anche notare un altro fatto curioso il piombo di Magliano è stato rinvenuto a soli 20 km in linea d'aria da Saturnia, la prima mitica città dei Pelasgi. L'ipotesi
di una provenienza degli indoeuropei dalla regione della Turchia è stata
rilanciata nel 1987 dagli studi indipendenti del prof. Colin Renfrew
dell'Università inglese di Cambridge e del prof. Tomas Gamkrelidze del
l'Istituto di Studi Orientali della Georgia (ex Unione Sovietica);
ricerche condotte sulle lingue e sulle culture degli antichi popoli
europei e asiatici porterebbero a datare al VII millennio a. C. l'inizio
dell' espansione verso ovest (Grecia e poi resto d'Europa) e verso est
(Russia e poi Pakistan India). FIRENZE La meravigliosa intelligenza della Natura Museo
di Botanica ed Erbario Tropicale Via Giorgio La Pira 4 50121
Firenze Tel 055/27571 Orto
Botanico, via Pier Antonio Micheli 3, 50121 Firenze Tel. 055/27571 (Museo)
Biblioteca Istituto di Geomineralogia, via Giorgio La Pira 4, 50121
Firenze Tel 055/27571 (con schedario per regioni e argomenti) Dove
si trova: Nella parte nord-ovest del centro
storico, presso il complesso di S Marco e l'Università Visita lunedì, mercoledì, venerdì, 9-12, domenica, 9-30-12 30, altri giorni, a richiesta, chiuso dal 13 al 17 agosto. Storia e situazione: Il museo di origine ottocentesca, è uno dei più importanti del mondo. Occupa 12 sale e comprende eccezionali erbari che raccolgono 4 milioni di esemplari, una siloteca con 4000 campioni di legni, magnifici modelli di piante in cera, dipinti a soggetto botanico. Il fatto insolito: L'attento studio dei vegetali può rilevare dettagli sorprendenti e persino inquietanti. In
un fiore di girasole, i semi sono disposti secondo una complessa geometria
vi sono molte spirali che si irradiano ripide in senso orario, altre che
si muovono in senso antiorario e altre ancora in senso orano ma in modo
meno ripido. Ebbene, in un tipico girasole queste spirali sono
rispettivamente 89, 55 e 34, nei tipi più grandi sono 144, 89 e 55, e in
un esemplare americano gigante 233, 144 e 89 ovvero sempre tre numeri
adiacenti della sequenza di Fibonacci! Questi
numeri si osservano anche in moltissimi altri soggetti vegetali, come i
fiori delle margherite, le brattee delle pigne, le scaglie degli ananas, e
la disposizione regolare delle foglie lungo gambi e rami (fillotassi)
partendo da una foglia qualunque, dopo uno, due, treé o cinque giri della
spirale si trova sempre una foglia allineata con la prima, a seconda delle
specie, questa sarà la seconda, la terza, la quinta, l'ottava o la
tredicesima foglia. Osservazioni
e note:
Queste sconcertanti regolarità e armonie sono solamente uno
dei moltissimi -indizi di una meravigliosa «intelligenza» diffusa in
Natura, il cui significato pare davvero oltrepassare - e di molto - le
semplici circostanze di caso e di «necessità» evolutiva, ponendo in serio
dubbio una visione meramente meccanicistica fisicistica del mondo e della
vita. In
Italia vi sono diversi altri importanti musei botanici o naturalistici.
Particolarmente notevole è la Siloteca Cormio di Milano. Molto
interessante è la visita agli Orti o Giardini Botanici, dove sono
coltivate e studiate moltissime specie vegetali, sovente rare e curiose,
non mancano anche le stranezze. Uno di questi spazi è attiguo al Museo
fiorentino, altri citabili sono quelli di Cagliari, Catania, Pegli di
Genova, Monte Bondone di Trento, Padova, Palermo, Pallanza di Verbania,
Pian della Fioba di Massa, Pisa, Portici (NA), Roma, Siena, Torino, Urbino
(PU), Valnontey di Cogne (AO), Villa Hanbury di Ventimiglia (IM) Nella prossima NL riprenderemo il nostro giro nella regione |
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Dato che la lingua italiana risulta essere la quarta più studiata al mondo, vogliamo aggiungere una brevissima rubrica, abbastanza insolita tratta dal volume di Mauro Magni (1994) "4000 errori d'italiano" allo scopo, se possibile, di contribuire a ridurre i troppi "barbarismi" e tanti inutili "esterismi" in circolazione: AEREATO: Forma antiquata e errata, si dice: aerato, aerazione. A FAR DATA: brutta espressione commerciale, molto meglio: con inizio dal, a partire dal... AFFATTO errore grossolano e frequente per dire niente, neanche un pò. In realtà significa totalmente, del tutto. Ex. dire: non era affatto stanco è un errore, perchè vuol dire: era stanchissimo. L'errore nasce dal tipo di domanda e risposta in cui a torto si sottintende"niente". Sei stanco? Affatto! |
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La barzelletta di chiusura...abbassa il colesterolo :
In
pieno Mediterraneo, durante una notte buia e tempestosa, la vedetta della
corazzata Missouri scorge nella nebbia una luce che sta entrando in rotta
di collisione con loro e avvisa tempestivamente l'ammiraglio... |
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Cosa bolle in pentola ?? Fuochi al minimo. Grazie per aver letto fin qui, Per questa volta è tutto, al prossimo numero del 1/07/03 |
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