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Ogni 10 giorni nella tua posta una pillola cultural-turistica, questa è la n° 11 del 1° - giugno - 2003 |
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questa volta ti segnaliamo: |
Sono in corso contatti per l'acquisizione totale della "Collezione Diego Scaramal" costituita da oltre 1500 cartoline di Castiglioncello dall'inizio '900. 420 di queste formano il volume "Castiglioncello un secolo di immagini" pronto per il download fra qualche giorno per la sola parte testuale scritta da Giorgio Marianelli. Forse è solo un caso, ma molte delle "brutture" indicate da inizio anno su questo sito fra i CONTRO del lungomare sono state affrontate e risolte, non sempre con soluzioni raffinate, ma certamente più valide dell'esistente deteriorato o mancante. Se invece non è solo un caso e almeno in parte le segnalazioni sono state di aiuto e di stimolo a chi è preposto alla manutenzione ordinaria e non (privati e Ammin.Comunale), si riconferma che il libero uso della pubblica informazione, purchè onesta e priva di interessi costituiti, contribuisce a migliorare il livello della civile convivenza in questo caso attraverso concrete realizzazioni a disposizione dei cittadini. Con questo convincimento continueremo con le vostre e nostre motivate osservazioni e segnalazioni, nell'interesse generale. Lo scopo resta "eliminare la pagina dei CONTRO per mancanza di argomenti. Speriamo". La redazione. |
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Dalla "Monografia storica di Rosignano Marittimo"1925
Notizie varie (N.U.-numeri civici-oriolo-fiera-mercato-sale-procaccia-illuminazione-geologia-meteo)
La
pulizia del paese fu nel 1819 data in appalto, e le immondizie dovevano
essere depositate a mezzo miglio fuori
dell' abitato. Però,
non avendo il sistema dell' appalto corrisposto alle aspettative, nel 1824
la pulizia fu concessa a
certo Ranieri Gori, retribuito con L. 48 annue, oltre al possesso delle
immondizie, con l' obbligo della pulizia nei giorni di Giovedì e Sabato. In
quello stesso anno uscì il primo regolamento di polizia municipale e nel
1834 fu istituito il posto di spazzino municipale pubblico, conferito ad
Antonio Lorenzini.
I1 Comune provvide nel 1819 alla prima numerazione delle case della
Comunità, spendendo lire 300, corrisposte a Giuseppe Bientinesi. Dell'
« oriolo del Comune » si comincia a parlare nel 1664 e con deliberazione
del 17 Maggio 1666 vennero
stanziati scudi 8 al tempatore dell'
«oriolo» stesso per la sua opera di due anni, essendoché con benigno
rescritto di S. A. S. furono concessi al primo tempatore, che fu Marco
Ciamagnini scudi quattro all' anno. Per
ottenere tale rescritto fu fatto presente che era necessario stipendiare
l’ intempatore dell'
oriolo, « non solo per comodo del pubblico e del privato, quanto ancora
per il buon servizio del Serenissimo Principe, stantechè
in Rosignano molti mesi dell'anno si fanno le sentinelle alla porta
del castello in riguardo della Marina
ed, essendovi 1' oriolo sonante, sarà ancora di buon governo nelle mute
di dette sentinelle. » Nel
1771 il pievano Blasini fece collocare l' oriolo su torre inalzata sopra
il tetto della canonica in castello ne fece eseguire la mostra
grande, sormontata, da una palla di pietra. La
campana delle ore era sorretta da un' armatura di ferro terminata a croce. Nell'
Ottobre del 1795 l' orologio fu riparato con la spesa di L. 608-13-4 al
Prof. Fabiani, e fu venduta per L. 50 la vecchia campana e ne fu comprata
una nuova per L. 700. Tale campana è quella dell' attuale orologio
comunale, modernamente rinnovato e posto al palazzo del Municipio circa
quarant' anni fa, quando fu soppresso l’ orologio antico alla canonica e
demolita la torretta che lo conteneva. Il Comune, per le spese sostenute
dal pievano Blasini, gli rimborsò la somma di scudi 25. ***** Rosignano
nel 1749 «ebbe la grazia »
da S. M. I. Francesco II ° di Lorena, poi imperatore d'Austria, di poter
faro il mercato e la fiera, ma soltanto nel 1781 il Comune potè stabilire
definitivamente che la fiera avesse luogo il 10-11 di Settembre di ciascun
anno, ed il mercato ogni Sabato. Nel
1829 fu istituita una nuova fiera per l' ultimo Lunedì di Aprile; fiera
che nel 1833 fu spostata al Martedi dopo la Pentecoste. Il
mercato del Sabato fu soppresso e poi riattivato nel 1780, ma non potè
sostenersi. Fu ancora richiamato in vita nel. 1833 e spostato al Giovedì,
ma dopo poco di nuovo decadde. Nel 1862 fu ripreso al Lunedì e non molti
anni fa furono fatti nuovi tentativi, che pure abortirono. ***** II
sale per i bisogni della popolazione del Comune era levato dalla Dogana di
Pisa fino dal 1754 ed era venduto dai « canovieri del sale » , eletti dal Comune.
Nel 1777 i canovieri del sale erano, per Rosignano, Iacopo di Sebastiano
Marini e per Castelnuovo, Pier Domenico fu Flaminio Lupi; nel 1804 per
Rosignano Giovanni Simoncini, con salario di scudi 54 all' anno, ed in
seguito, altri fino, a che non vennero istituito le rivendite di sale e
tabacchi (appalti) che tuttora continuano. Nel 1860 le due rivendite
furono assegnate a Fausto Zannetti e ad Adele Tognozzi. Nel 1861 il Sig.
Giovanni Berti Mantellassi aveva fatto la domanda di ottenere una terza
rivendita, spostandola da Caletta a Rosignano, ma la domanda non fu
accolta.Recentemente fu accordato un terzo «appalto»
al Miolino a vento.
****** II
Comune ogni anno, o quando ce n' era il bisogno, nominava il messo,
chiamato sindaco, che era una specie di donzello con svariate mansioni,
compresa quella di guardia. Soltanto
nel Dicembre 1777 la Comunità nomina oltre il sindaco, o messo, o
guardia, anche un vero donzello, il quale una volta alla settimana doveva
recarsi al Vicariato di Lari e ritornarne, portando le lettere del l'
Amministrazione Comunale, del Tribunale, e anche dei privati. I1
primo donzello fu quindi, anche il primo portalettere del Comune ed a
tale carica venne scelto un certo Giuseppe del fu Domenico Cerini di Lari,
retribuito col salario di scudi 12 all' anno.
Ne 1824 il donzello fu provvisto di una, livrea che, rinnovata,
continuò fino al 1860. Qualche
anno dopo fu istituito il procaccia per portare la bolgetta delle lettere
del Magistrato e del Tribunale ed anche dei privati a Firenze ed a Pisa.
Nel 1805 il procaccia per Firenze era Bernardo Visconti con L. 196 di
provvisione e per Pisa Iacopo Visconti con L. 14. Nel
1815 fu istituito pure il procaccia per Livorno, dal cui Tribunale e
Governo criminalmente dipendeva il Tribunale di Rosignano. Anche questo
procaccia, oltre la bolgetta del Giusdicente e della Comunità, recava a
Livorno la corrispondenza dei privati e, mentre per l' incarico
ufficiale percepiva L. 100 all' anno di salario, per i privati stabiliva
compensi e tariffe a loro carico. Fu
primo procaccia di Livorno Ranieri Peri; il servizio poi fu sospeso e
ripreso nel 1822 con
Pietro Paroli. Nel
1827 la posta era consegnata al corriere fra Piombino e Pisa Luigi
Rondoni, cui si corrispondevano L. 20 al mese con servizio il Martedì e
Sabato. Nel 1828 fu istituito un corriere diretto fra Rosignano e Pisa il
Martedi e Venerdi. Nel
1840 poi fu impiantato un nuovo sistema di distribuzione delle Poste e così
furono soppressi alcuni procaccia, poi ripresi, poi eliminati
completamente. Prima
delle Ferrovie i viaggi si effettuavano con le diligenze, le quali
recavano da un paese all' altro anche la posta. Così in un certo tempo la
posta di Pisa, per Rosignano, faceva capo all' Acquabona, ove era 1' Osteria di Giuseppe Zanobini detto Geppe Santo, rimasto celebre
per le sue eccentricità, non sempre di buona lega. Egli era un omaccione
barbuto; vestiva di velluto nero con una grossa catena d' argento al
panciotto; le dita piene di anelli ed i cerchietti d' oro agli orecchi. Un'
altra fermata di diligenze postali era a Caletta ed ivi era depositata la
posta proveniente da Livorno. Attualmente la Posta giunge o parte due
volte al giorno dalla stazione di Castellina Marittima. E da augurarsi che
si faccia la strada d' accesso alla stazione di Rosignano, dalla quale,
per naturale ragione, la posta perverrà. ***** Si
deve supporre che prima del 1835 alla sera il paese dovesse rimanere
completamente al buio, perchè solo in quell'anno si trovano registrate L.
608, soldi 13 e denari 4 per l' acquisto di 4 lampioni, onde illuminare il
paese e L. 159 e soldi 10 per la loro posa in opera. Uno di questi
lampioni., a olio, era in piazza delle Logge. Per l' accensione ed il
mantenimento di questi quattro lampioni si spendevano L. 280 all'anno,
ossia in ragione di L. 70 ciascuno o l' appaltatore era Giovanni Monetti.
Nel 1838 i lampioni si accrebbero di due. Nel 1844
l' appaltatore era Giuseppe Ferrini. Via
via i lampioni aumentarono di numero; all' olio fu sostituito il petrolio
e nel 1912 dal petrolio si passò alla luce elettrica, fino a che con il
recente impianto delle lampade intense a globo nella via S. Martino,
l' illuminazione pubblica si può dire sistemata e così quella
privata. Con l'energia elettrica della Società Ligure-Toscana si sono avvantaggiate, oltre all' illuminazione, alcune piccole industrie del paese, come il molino Ciampi; i frantoi Pieri ed Antonelli, oltre a quello Vetrini; i laboratori in legno Anguillesi, Guelfi e Bertini; il laboratorio in ferro Fontanelli, ecc. Della
energia elettrica si valgono gli Stabilimenti. della Società Solway e C,
quelli della Magnesite, le stazioni ferroviarie, l' azienda agraria
Vestrini per l' aratura meccanica, ecc. La energia serve pure per la
illuminazione pubblica e privata dei paesi delle frazioni, e cioè
Castelnuovo, Castiglioncello, Gabbro, Rosignano al mare, e Vada. ***** Su
per la scala interna del palazzo Comunale vennero collocate delle lapidi
in marmo a ricordo del tenente Maccanti Achille, morto nel 1866 alla
guerra contro l' Austria e del Piancastelli Ugo, sergente di cavalleria,
morto nel 1861 contro il brigantaggio, nonché a memoria del Prof. Antonio
Marcacci della R. Università di Pisa, già volontario di Curtatone e
Consigliere del Comune. ***** Sulla
facciata della casa Lusoni, più volte ricordata, oggi della signora Bice
Gori, nel 1912 fu apposta una epigrafe col ritratto in marmo dell' Avv.
Pietro Gori esponente massimo delle idealità anarchiche in Italia e
fuori. Concorsero
alla spesa del ricordo seguaci ed amici. Un busto dell' Avv. Gori, opera
giovanile dello scultore Prof.
Arturo Dazzi, è al cimitero. ***** Al
movimento fascista, che culminò con la marcia di Roma del 30
Ottobre 1922, marcia che segnò il principio della valutazione della
vittoria di Vittorio Veneto e dello Stato italiano, presero parte 18
giovani del paese. ***** Nella
prima parte, alla pagina 47, si sono fornite fugaci notizie d' ordine
geologico. Se ne aggiungono ora altre, che fanno seguito a quelle, desunte
dalla pregevole pubblicazione del Prof. Riccardo Ugolini della R.
Università di Pisa su « I terreni di Rosignano e Castiglioncello. » nonché il Dott. Fuchs, il De
Bosniaski, il Sacco, 1' ing. Lotti ed altri. Oggetto
di numerosi studi è stato il calcare
conchiglifero e fossilifero sul quale è fabbricato il paese di Rosignano
e che si estende a Rivignali e in Baragogi e si ripresenta alle Pianacce,
in Pilistrello e al Malandrone. Vi
si sono rintracciate centinaia di specie di fossili di origine marina,
descritti in appositi elenchi, e molti esemplari hanno arricchito anche
dei musei stranieri di storia naturale. Il
calcare è contornato da rocce ofiolitiche, quali la serpentina la
eufotide, il diabase, il gabbro rosso, il quale, come tutte le rocce di
ogni specie e natura, comprese le anzidette, il cui scavo richieda 1' uso
del piccone, e qui volgarmente chiamato calestro
(galestro). Questi
nostri poggi, che sono le estreme prominenze a sud della piccola, ma
interessantissima catena dei monti Livornesi, hanno una importanza
scientifica notevole perché, in uno spazio assai ristretto, mostrano
roccie e terreni di tutta una era geologica, la Cenozoica
o terziaria, cioè si formarono prima della comparsa dell' uomo sulla Terra e di questa era,
contengono manifestazioni di tutti e tre i suoi periodi: ecocenico,
miocenico, pliocenico. Si
hanno altresì rocce e terreni dell' era Neozoica
o quaternaria, durante la quale comparvero le specie di animali e
vegetali quasi tutti ancora viventi, compreso 1' uomo. Col
calcare di Rosignano è stata molto studiata anche la panchina che è la pietra di Poggi Paoli, di Castiglioncello, di
Caletta e di qualche altro luogo, e furono studiati pure a fondo i gessi
di Pilistrello. Le
molteplici varietà di rocce, hanno originato terreni agrari
svariatissimi; dai compatti delle marne argillose, agli sciolti del
disfacimento della panchina; dalle terre rosse dei gabbri, alle biancastre
dei calcari conchigliferi ed alle terre scure delle diabasi; terreni perciò
più o meno fertili più o meno freschi, più o meno permeabili. Nelle
nostre rocce sono stati rinvenuti molti campioni di minerali e specie di
minerali metalliferi di alto interesse scientifico. ***** La
media pluviometrica di Livorno e di millimetri 897, per cui il Prof.
Ugolini ritiene che quella di Rosignano sia assai minore e non superi
quella di millimetri 800, vale a dire che durante l' anno cada tanta
pioggia per 1' altezza di centimetri 80. A
Rosignano piove meno che nella zona limitrofa, meno che a Livorno, cioè,
meno che a Cecina, meno che a Fauglia e a Collesalvetti. La
causa, secondo il Prof. Ugolini, è dovuta al fatto che i venti frequenti
della vallata della Fine verso il mare, si oppongono a quelli piovosi del
sud e li spingono verso ovest, allontanando in questo modo anche la
pioggia. Ma
una ragione e anche quella contraria, nel senso che i venti di ovest, qui
più che altrove spingono verso est quelli piovosi del sud, o respingono
le nubi pregne d' acqua che in qualche stagione si avanzano dal primo
quadrante. Il Prof. Ugolini calcola una erogazione di acqua del sottosuolo verso il mare (deposito freatico), corrispondente a circa litri 45 al minuto secondo. Dai dati esposti dal Professore medesimo si dedurrebbe che le acque delle diverse sorgenti intorno a Rosignano avrebbero un erogazione di oltre litri 3,50 per minuto secondo. La monografia di Pietro Nencini del 1925 è scaricabile dalla pagina Download del sito nella versione completa e nei formati Word o PDF. Nella prossima NL racconteremo altri elementi legati alle vicende della nostra zona |
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Dal volume "Panta rei" (Tutto scorre) di Luciano De Crescenzo una simpatica gita scolastica: <<Case chiuse a Pompei Napoli 1946. Liceo classico Jacopo Sannazaro. La signorina Rigosi,
professoressa di storia dell'arte, ci portò tutti a Pompei in gita
scolastica. Scopo della visita: studiare lo stile italico-corinzio. Scopo
nostro: visitare il lupanare, luogo assolutamente vietato al pubblico
pagante e in particolare ai minori di anni diciotto, napoletani, dediti alla
masturbazione. Chi c'era già stato aveva riferito, in gran segreto, che
su uno dei lettini del postribolo campeggiava la scritta «Hic
ego puellas multas
futui», Ora noi, all'epoca, eravamo tutti un po'
scarsi in latino, ma quando si trattava di certi argomenti non c'era
latinista che poteva starci alla pari; ragione per cui traducemmo
all'impronta: «Io, qui, mi sono fatto molte ragazze». Il
nostro informatore ci aveva fornito tutte le istruzioni per raggiungere la meta. 1°.
Percorrere via dell'Abbondanza e fermarsi un isolato prima delle Terme
Stabiane, 2°.
Girare a sinistra ed entrare nella regione VII, insula XI. 3°.
Trovare il vicolo del Balcone Pensile. 4°.
Individuare un
ingresso protetto
da una transenna con scritto: vietato
entrare. 5°. Avvicinarsi all'ingresso con aria indifferente.
6°. Accovacciarsi
(come se ci si dovesse allacciare una scarpa) e infilarsi il più
rapidamente possibile sotto la transenna. Raccomandazione
fondamentale: non chiedere informazioni a nessuno, ma seguire i falli
scolpiti lungo la pavimentazione. E, sempre a proposito di falli, ne
vedemmo
uno di tufo, gigantesco, fuoriuscire dal primo piano di una casa di
piacere. «
Che civiltà quella romana!» esclamammo entusiasti, e la signorina Rigosi,
pensando che stessimo parlando dello stile italico-corinzio, ne fu molto
contenta. Descrizione del lupanare: al piano terra, una dietro l'altra, cinque
celle meretricie. Alle pareti, una serie di affreschi con le specialità
della casa. Sul fondo: una latrina. Al piano superiore le celle meretricie
riservate ai clienti di riguardo (quelli che non amavano farsi vedere). Da
non perdere i saluti a Victoria, Fortunata e Januaria, tre lavoratrici
del settore. Sempre sotto forma di graffiti, i ringraziamenti di alcuni
clienti. Tra questi, un certo Crescentius (temo un mio antenato). Altre
scritte da non perdere: «Otiosis
locus hic non est: discede morator!». Come a dire: «Qui non si
viene a oziare: che i perditempo se ne vadano altrove!». La stessa
esortazione, in pratica, che ci veniva fatta dalle maitresse,
quando si andava al casino. Bei tempi! La
Rigosi si accorse subito della nostra deviazione, anche perché fu
opportunamente informata da uno della classe che non era riuscito a entrare, ragione per cui ci fece
riacchiappare dai guardiani. Urla, promesse di bocciatura e perfino
minacce di eventuali multe che, a suo dire, i nostri genitori avrebbero
dovuto pagare l'indomani. (Mio padre, come minimo, mi avrebbe ucciso.)
Alla fine, con la morte nel cuore, abbandonammo la Pompei a luci rosse e
rientrammo nel gruppo dei cultori dello stile italico-corinzio. L'antica
Pompei è diversa da qualsiasi altra zona archeologica del pianeta: è
una gigantesca istantanea scattata dal Vesuvio mille e novecento anni fa
a nostro uso e consumo. Quella mattina del 79 d.C. i Pompeiani videro
prima un'immensa nuvola di fumo levarsi dal vulcano (a detta di Plinio
il Giovane, simile a un albero di pino), poi una pioggia di cenere e
lapilli che cominciò, diligentemente, a seppellire la città, strato dopo
strato. A quel punto tutto si paralizzò, tutto venne «colto in flagrante».
Per rendersene conto, basti pensare che la marea dei lapilli raggiunse in
men che non si dica i due metri e mezzo di altezza. Una sepoltura, dunque,
sistematica e soffice, fatta di pietre pomici grandi come granelli di
sabbia. È come se il Padreterno avesse detto alle Forze della Natura: «Care
Forze della Natura, per favore, incartatemi Pompei, così io, tra mille
e novecento anni, la faccio vedere ai posteri e agli studenti della
seconda E del Liceo Jacopo Sannazaro. Mi raccomando, però, non rompete
niente!» La
signorina Rigosi aveva con sé una Leika con la quale fotografava tutto
il fotografabile. Sua idea fissa, ovviamente, lo stile italico-corinzio.
Si rifiutò, invece, di fare anche la più piccola foto di gruppo a noi
della classe. «Una
sola, signorina..una sola...» la implorammo a mani giunte, ma lei non
volle sentir ragioni, «Non
ho pellicola da sprecare,» rispose brusca «i rullini sono stati
acquistati dal preside in persona, ed è a lui che li debbo restituire.» Alla
fine della visita avremmo voluto andare tutti al mare, in uno degli
stabilimenti della vicina Portici: eravamo a metà maggio e la voglia di
fare il primo bagno era incontenibile. «Non subito,» promise la Rigosi «prima dobbiamo visitare il
laboratorio di restauro degli Scavi di Pompei.» «Nooooo!»
urlammo in coro, ma la Rigosi fu irremovibile. Aveva promesso la visita
al Direttore Capo degli scavi, suo amico carissimo, e lui ci stava
aspettando già da un'ora. «Ragazzi,»
continuò a dire «prima il dovere e poi il piacere. E, tanto perché lo
sappiate, anch'io desidero farmi un bel bagno. Sono stata campionessa di
nuoto dei cento metri e nel '38 sono arrivata terza ai Littoriali.» Che
fosse stata fascista lo avevamo sempre saputo, ma che fosse stata anche
capace di piazzarsi in una finale di nuoto non avremmo mai potuto
immaginarlo. Gracilina come era non sembrava affatto una campionessa. Ebbene,
non ci crederete, ma quella visita al laboratorio, per me, fu
determinante: mi trasmise il virus dell'archeologo, il cosiddetto morbo
di Schliemann. In una stanzina semibuia, al debole chiarore di una
lampadina appesa a un filo, vidi un uomo di mezz'età, dai capelli rossi,
che cercava di mettere insieme una trentina di frammenti di un vaso attico
a figure nere. I pezzettini, a guardarli da lontano, sembravano tutti
uguali, nel senso che avevano solo due colori: il nero e il rossiccio.
Poi, però, a esaminarli con maggiore attenzione, nel nero si Lui,
l'uomo dai capelli rossi, era di un'abilità straordinaria: con una
pinzettina prendeva i cocci, li girava, li rigirava, li esaminava con una
lente d'ingrandimento, e tanto faceva, e tanto provava, che a poco a poco
gli si veniva a formare davanti una figura di senso compiuto: si trattava
di un carro con auriga. Lo guardai con ammirazione, come se fosse un
prestigiatore, «Da
grande, voglio fare l'archeologo» comunicai alla famiglia unita, quella
sera stessa. «Accussì
tè muore 'efamme! (così
muori di fame)» fu il commento scarsamente culturale di mio padre. «Se
proprio ti piace la roba vecchia, apriti un negozio di souvenir a
Santa Lucia, di fronte agli alberghi. Così, insieme alle cartoline
illustrate, vendi pure i Colossei di plastica, le scatole di legno
intarsiato con i carillon che suonano Torna
a Surriento e le palle di vetro con il Vesuvio che quando le rivolti
viene giù la neve.» Oggi,
a distanza di quasi cinquant'anni, il mio sogno si è avverato: sono qui,
seduto alla scrivania, con davanti alcune centinaia di striscioline di
carta su cui appaiono brevi frasi scritte in greco. Il mio lavoro
consiste nell'accostarle le une alle altre, in modo da ricavarne un
pensiero più articolato. Per la precisione, si tratta di 129 frammenti e
di 61 testimonianze, tutte riferite al filosofo Eraclito, per un totale di
190 brandelli di discorso, alcuni più lunghi, altri più corti, alcuni
più facili da capire, altri del tutto incomprensibili. Li ho dapprima
fotocopiati, poi ritagliati e infine raggruppati per argomento. È un
lavoro-gioco, una via di mezzo tra il bricolage e il rompicapo. Obiettivo?
Scrivere un racconto dove il protagonista, per l'appunto Eraclito, dice
tutto quello che Tornando
alla gita scolastica, ricordo che ebbe un finale tragicomico, degno di
una commedia di Plauto. Uno
dei miei compagni di classe, tale Mautone (una specie di Franti al
quadrato, più volte ripetente e già maggiorenne), impermalito dal fatto
che la professoressa non gli avesse voluto fare nemmeno una foto ricordo, decise di
vendicarsi e di farle uno scherzo, diciamo così, goliardico. Quando ci
recammo allo stabilimento «Rex» di Portici per il tanto sospirato bagno
di mare, Mautone, approfittando del fatto che la Rigosi aveva subito
preso il largo, nuotando come una forsennata, entrò di nascosto nella sua
cabina, prese la Leika, e si fece ritrarre le parti intime dal suo
compagno di banco (per la storia: Gigino Caianiello, oggi scultore).
Poi, riposta la macchina fotografica nel borsone della professoressa, andò
a raggiungerla in mare per crearsi un alibi. Quello
che accadde in seguito fa parte della mitologia del liceo Jacopo Sannazaro.
Io oggi non ricordo se sia stata la Rigosi o il Preside a ricevere dalle
mani del fotografo «l'ingrandimento» di Mautone, so solo che quegli
ultimi trenta giorni di scuola furono un inferno. Innanzitutto
cominciò a girare la voce che il Preside in persona avrebbe fatto, come
dire, un confronto all'americana tra tutti i maschi della seconda B. Poi,
la signorina Rigosi interrogò l'intera classe e affibbiò un bel quattro
«politico» sia a quelli che risposero così così (tra cui io) sia a
quelli che fecero scena muta. Alcuni furono addirittura rimandati a
ottobre per la sola storia dell'arte. A Mautone il clima di terrore
imposto dalla Rigosi non fece ne caldo ne freddo. Inutilmente cercammo
di convincerlo ad autodenunciarsi: ci rispose che il quattro in storia
dell'arte gli andava benissimo, che era il voto più alto che aveva avuto
negli ultimi tre anni. Poi, col tempo, l'episodio venne dimenticato, e
anche dello stile, più italico che corinzio, di Mautone nessuno fece più
parola. Luciano De Crescenzo napoletano verace ed ex ingegnere elettronico dell'IBM, scrittore e regista cinematografico è l'indiscusso maestro del bestseller filosofico. Per la sua attività di divulgatore della filosofia greca è stato nominato cittadino onorario di Atene.
Nella prossima NL riprenderemo il nostro giro nella regione |
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Dato che la lingua italiana risulta essere la quarta più studiata al mondo, vogliamo aggiungere una brevissima rubrica, abbastanza insolita tratta dal volume di Mauro Magni (1994) "4000 errori d'italiano" allo scopo, se possibile, di contribuire a ridurre i troppi "barbarismi" e tanti inutili "esterismi" in circolazione: ACME: punto culminante. Non confonderlo con ACNE: malattia della pelle. Ovviamente anche l'acne può avere il suo acme. ACQUARELLO: non va bene, forma scorretta. Si dice: acquerello, acquerellista, acquerugiola. ACQUITRIGNO-ACQUITRINIO: forme scorrette. E' invece corretto: acquitrino. |
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La barzelletta di chiusura...un sorriso fa sempre bene (meglio due):
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Cosa bolle in pentola ?? anche troppo. Grazie per aver letto fin qui, Per questa volta è tutto, al prossimo numero del 10/06/03 |
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