Gli ospiti di Castiglioncello  Cronache


Da "Il Tirreno" del 22-11-2015 di Dino Dini

Quattro chiacchiere con Indro e lo scatto di Nick Vampata
Il grande Montanelli scriveva sempre, anche quando era in vacanza dai Bossi Pucci a Castiglioncello

Era un pomeriggio inoltrato di quella torrida estate del 1960 e a Castiglioncello la famosa pineta cantata dal poeta Marradi era piena di gente in cerca di un po' di ombroso refrigerio. Lui passeggiava davanti al Cardellino e lo riconobbi da lontano per la sua figura alta e magra: indossava scarpe bianche, pantaloni chiari, una camicia color sabbia a maniche lunghe allacciate fino ai polsi, in capo un bel cappello di paglia di Firenze. Ero allora un giovane cronista alle prime armi e lui mi dava soggezione solo a guardarlo, ma con tutta la faccia tosta di cui ero capace, mi avvicinai e lo salutai: «Buonasera dottor Montanelli». Mi guardò interrogativo, mi presentai e gli dissi che scrivevo per il Tirreno. A questo punto allargò la bocca in un sorriso dicendomi: «Sono amico del suo ottimo direttore Lucio De Caro e mi piace molto lui e il suo bel giornale». Presi coraggio e gli chiesi se poteva concedermi un'intervista. Mi rispose che di solito le interviste le faceva lui, ma se volevo, potevo incontrarlo tutte le mattine verso le 11 sugli scogli di punta Righini. Un’ora e mezza a parlare. Dormii poco quella notte, ma all'indomani ero puntuale sul posto. Il “mostro sacro” del giornalismo italiano era già lì in costume da bagno e cappellino in testa a sfogliare la mazzetta dei quotidiani. L'incontro durò oltre un'ora e Indro Montanelli, da grande affabulatore qual era, mi raccontò molte cose permettendomi di mettere insieme un pezzo che uscì il giorno dopo sulla terza pagina del giornale, quella che allora era dedicata alla cultura. L'articolo era corredato anche di una bella foto scattata dal mitico fotografo Pino Perrone detto Nick Vampata. Uno scatto rubato perché, sapendo della scorbutica ritrosia del giornalista, avevo avvertito Pino di fotografarci da lontano con il teleobbiettivo. Quell'inquadratura è diventata una foto storica perché è stata ripubblicata in alcuni libri, su molti quotidiani e settimanali ed è l'unica immagine esistente di Montanelli a Castiglioncello. Lui e la Olivetti Lettera 22. La vacanza della penna più illustre della stampa nazionale era soprattutto un'occasione di lavoro. Lui era ospite nella splendida villa degli amici conti Bossi Pucci e la sua giornata cominciava prestissimo di fronte alla sua inseparabile Olivetti Lettera 22. A fine mattinata una pausa di un paio di ore sugli scogli davanti alla villa, nel pomeriggio ancora lavoro e poi una passeggiata in pineta o qualche gita in barca. Non frequentava bar, ristoranti o locali notturni, solo qualche capatina al Tennis Club. In quel tempo era uscito da poco il suo libro "Storia di Roma" che aveva avuto un grande successo e ora stava scrivendo la "Storia dei Greci". L'inverno precedente era andata in onda in televisione una serie intitolata "Incontri" dove lui aveva intervistato vari personaggi, ma non ne era per niente soddisfatto. Disse che l'idea era buona, ma avrebbe dovuto essere realizzata senza preparazione e senza prove. «Alla Rai - affermò - si è troppo prudenti e quindi si preferisce mettere in onda una trasmissione artificiosa, ma sicura». Criticò molto anche il film che Roberto Rossellini aveva tratto dal suo libro "Il generale della Rovere" dicendo che la pellicola non riproduceva quella particolare atmosfera presente nel racconto. C'era stato il grande successo del film "La dolce vita" di Federico Fellini e lui aveva una mezza intenzione di scrivere un soggetto sulla dolce vita dell'antica Roma che avrebbe dovuto intitolarsi "Cinque donne a Roma", un progetto comunque che non vide mai la luce. Da quel primo incontro presi l'abitudine di andare a salutarlo ogni volta che in estate arrivava per le vacanze e qualche volta ci sentivamo al telefono a Natale per scambiarci gli auguri. Nel 1959 era riuscito ad ottenere da Giovanni XXIII la prima intervista fatta ad un papa in tutta la storia del cattolicesimo. Anticomunista anarchico e liberale. Si definiva anticomunista anarchico conservatore liberale controcorrente. Una volta portò in vacanza anche il suo cane che aveva chiamato Gomulka in onore (si fa per dire) del segretario generale del partito comunista polacco. Dedicò a Castiglioncello vari articoli sul Corriere della Sera di cui lui, pur non essendone il direttore, era la vera bandiera. Un suo pezzo rimasto famoso fu un attacco diretto all'amministrazione comunale di Rosignano di allora in cui bersagliò quello che riteneva uno scempio architettonico: la costruzione di un appartamento privato proprio a ridosso dell'antica chiesa di Sant'Andrea del millequattrocento nella piazzetta della torre medicea. Un altro articolo affettuosamente ironico e spassoso lo dedicò a Franco Becuzzi detto Pallino al quale in precedenza aveva promesso: «Un giorno o l'altro ti sistemo io». Quegli epiteti contro l’ex presidente. Becuzzi era un personaggio caratteristico, marinaio dei conti Bossi Pucci e ogni tanto accompagnava con la barca Montanelli lungo la costa. Anche durante queste gite Indro non mancava di rivelare tutta la sua schietta toscanità. Qualche tempo dopo Becuzzi raccontò che un pomeriggio il giornalista si fece portare sotto costa a Campolecciano proprio davanti ad una bella villa abitata da un notissimo uomo politico che era stato anche Presidente della Repubblica. La villa aveva le finestre aperte ed era circondata dagli uomini della sicurezza. Chiese a Pallino di avvicinarsi il più possibile agli scogli, salì sulla prua e facendo megafono con le mani, manifestò tutta la sua disapprovazione per il personaggio, urlando al suo indirizzo con quanto fiato aveva in gola epiteti e apprezzamenti non proprio lusinghieri. Insomma anche durante le vacanze quello spirito libero non perdeva l'abitudine di mostrare il suo anticonformismo e di esprimere il suo dissenso. Sapeva però anche essere molto modesto. Un giorno mi complimentai sinceramente con lui per gli ottimi servizi che aveva scritto per il Corriere come inviato speciale a Budapest durante la rivoluzione contro i carri armati russi. Lui mi disse semplicemente: «Niente di straordinario caro Dini, ho avuto la fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto». Lui e Fortebraccio. Era nato a Fucecchio nel 1909 e morì a Milano nel 2001. Il giornalista politico più eminente contro il quale si battè con feroci attacchi dalle colonne del Giornale Nuovo da lui fondato dopo la rottura con il Corriere, fu Mario Melloni che si firmava Fortebraccio sulle pagine dell'Unità. La stima reciproca fra i due era grande, ma altrettanto grandi erano le loro divergenze politiche. Un rapporto di odio-amore. Un giorno Fortebraccio scrisse sull'organo d'informazione del Partito comunista italiano che voleva essere seppellito con una lapide che diceva: “Qui giace Fortebraccio che segretamente amò Indro Montanelli. Passante perdonalo perché non ha mai cessato di vergognarsene”. Montanelli sul Giornale Nuovo rispose: “Vorrei essere seppellito accanto alla tomba di Fortebraccio con una lapide che dice : Qui riposa Indro Montanelli - vedi lapide accanto”.
Dino Dini

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