Gli ospiti di Castiglioncello  Cronache


Da "La Stampa" del 27-10-2003  di Masolino d'Amico

Pratolini schedine e poveri amanti
Divenne scrittore grazie alla forza di volontà facendo il tipografo e vendendo bruscolini nei cinema.
Nascondeva un'incontenibile passione per il gioco

Leggere di recente sui giornali che documenti emersi dimostrano come Vasco Pratolini sia stato per anni, da giovane, sul libro paga dell'OVRA in qualità di informatore non mi ha fatto piacere; ma poi, ripensandoci, non ha minimamente diminuito né l'affetto né la stima che porto al suo ricordo. Il primo cercherò di spiegarlo in seguito, in ogni caso l'affetto non vale, può essere anche un sentimento irrazionale, cui i membri della famiglia hanno diritto comunque: e Vasco fu per noi ragazzi quasi uno di famiglia, perlomeno uno che vedevamo molto spesso e che era in confidenza con i nostri genitori. La stima venne dopo, e su basi robuste, prescindenti, direi, dal suo talento di artista. Sta di fatto che Pratolini era, come capii meglio in seguito, un uomo orgoglioso e indipendente, che si era totalmente fatto da sé e che esercitava un mestiere diffìcile e solitario senza appoggi - non aveva retroterra culturale, non aveva protezioni, non aveva altri lavori o stipendi fissi, non giornalismo, non cattedra, non sinecure; non era neanche un buon promotore di se stesso, e oggi non me lo saprei immaginare in Tv a parlare di questo o quel suo nuovo lavoro. Era un autodidatta dalla vocazione robusta ma tormentata, e immagino che quando per sbarcare il lunario vendeva bruscolini nei cinema di Firenze, o quando faceva l'operaio in una piccola tipografia, sia stato molto grato all'amico che gli procurò un modesto sussidio in cambio del quale avrebbe dovuto tenere le orecchie aperte ossia, riferire al Fascio quello che sentiva dire nei luoghi che frequentava. Io nei suoi panni avrei colto l'occasione con entusiasmo. Dopo, naturalmente, avrei trasmesso solo chiacchiere e notizie del tutto innocue, come, almeno fino a prova clamorosamente contraria, avrà certamente fatto lui. D'altro canto, ora penso che quel trascorso gli pesasse. Con noi certo non vi accennò mai, e nemmeno mi risulta che lo abbia esorcizzato trasferendo una situazione del genere nella sua narrativa. In un romanzo di Fenoglio per esempio si parla del lato oscuro della Resistenza, con un personaggio di ex partigiano che una volta abituato alla violenza non riesce a rientrare nei ranghi, e da civile diventa un delinquente (argomento scottante tuttora, mia madre ed io ne facemmo una volta un adattamento televisivo che la Tv del centrosinistra bocciò!). Ma Fenoglio appunto poteva permetterselo, la sua coscienza era perfettamente tranquilla. Mentre Vasco sotto sotto si sarà vergognato un po' di dover recitare la parte dell'antifascista intemerato, il che spiegherebbe certe sue ombrosità. Non per questo però fu disposto a seguire i compagni fino in fondo. All'epoca dei fatti di Ungheria scrisse con mio padre una severa lettera di dissenso all'Unità, che peraltro si guardò bene dal pubblicarla. Un giorno cercherò la minuta di quella lettera nell'archivio di mio padre, certamente i suoi argomenti erano inoppugnabili e la forma in cui erano espressi, vicina alla perfezione: mio padre infatti era un causidico impareggiabile, Vasco, un appassionato ed entrambi scrivevano un italiano assai limpido. Il tempo che dedicarono alla stesura di quella dichiarazione che li allontanò definitivamente dal PCI, al quale peraltro non erano mai stati iscritti, fu sottratto a un altro rituale cui si dedicavano tutti i sabati con altrettanta serietà: la compilazione della schedina del Totocalcio, un modesto sistema di cinque doppie e due triple. Li il competente era Vasco, perché mio padre non andava più allo stadio da molti anni, e non avrebbe guardato la Tv nemmeno se ci fosse stata. Lo stesso, le scelte li impegnavano entrambi e a fondo, anche se temo che non abbiano vinto mai. Anzi, mi correggo, una volta fecero dodici, fu una domenica con molti pareggi. Caratteristicamente però mio padre si era perso la schedina vincente, e quindi si sentì in dovere di pagare la metà della vincita, per fortuna modesta, a Vasco, al quale non disse mai com'erano andate le cose. Amico di mìo padre e suo complice in queste avventure, Vasco lavorò ogni tanto con mia madre, anche se mai ai film tratti dai suoi libri - «Le ragazze di San Frediano», «Cronache di poveri amanti», «Metello», «Cronaca familiare». Talvolta fecero coppia per pellicole dimenticate o mai realizzate. Nessuno di noi si ricorda più quale fosse quella per contribuire alla quale Vasco arrivò una volta pallidissimo e con un braccio rotto - era caduto dalla Lambretta sulla quale lo accompagnava l'allora aiuto regista Giulio Questi, attraversando Villa Borghese. Un'altra volta fu nostro ospite durante un mese a Castiglioncello, per la sceneggiatura del ben più memorabile «Rocco e i suoi fratelli». Era stato Visconti a chiamarlo proprio in quanto romanziere, voleva infatti che il suo spunto di partenza («cinque fratelli meridionali a Milano, cinque come le dita di una mano») (Sventasse un romanzo cinematografico ampio e complesso, e non fosse una semplice cronaca postneorealista. Al risultato finale collaborarono poi anche un paio di racconti di Testori, comprati e incorporati. Intanto, facevamo tutti il bagno al solito posto. Un filmetto a colori di Paolo Panellii ci eterna semiimmersi vicino alla scaletta, Vasco, mia madre, io, e Luchino che ci sta fotografando. Vasco, che personalmente era semplice e sobrio, senza alcuna pretesa di mondanità, verso il cinema aveva un atteggiamento differente da quello di altri scrittori, nel senso che se ne lasciava coinvolgere intensamente. Quando come nel caso di «Rocco» il soggetto non era suo, si formava subito delle opinioni e dopo le difendeva a spada tratta, senza la disponibilità dello sceneggiatore di mestiere, dal quale il regista si aspetta che sposi le sue esigenze. Quando il libro era uno di Vasco, ogni proposta o tentativo di allontanarsene lo faceva soffrire visibilmente. Moravia, come Hemingway, consigliava al romanziere di non immischiarsi; di vendere, prendere i soldi, e non andare nemmeno a vedere il risultato. Ma Vasco aveva un rapporto viscerale coi propri libri, erano creature fatte a sua somiglianza, di cui era convinto, e voleva vederle sullo schermo in tutto e per tutto come le aveva immaginate lui. Dentro questo atteggiamento c'era anche qualcosa di ingenuo, qualcosa dell'autodidatta, dell'artista non ben sicuro della sua posizione, che ha bisogno di riaffermarsi continuamente. Pratolini, I'ho detto sopra, era un isolato, a Roma frequentava pochi colleghi e nessun ambiente letterario, il che lo portava ad attribuire un'importanza esagerata a episodi che un individuo più sicuro di sé avrebbe ignorato. Sui libri aveva sudato sangue, ci aveva messo dentro tutto se stesso, e chi li maltrattava feriva lui, non loro. Da buon fiorentino avrebbe tenuto parecchio a un giudizio positivo da parte di mio nonno Emilio Cecchi, anche se certo non fece mai nulla per ingraziarselo, come andarlo a trovare o semplicemente accennare alla cosa con mia madre. Io e mia sorella facevamo il tifo per Vasco e speravamo che il nonno si mostrasse benevolo. Ma in qualche modo al nonno «Lo scialo» non piacque, e Vasco ci rimase male, né si consolò veramente quando in seguito il nonno trattò un po' meglio «La costanza della ragione». Erano, al solito, altri tempi. Neanche allora le recensioni facevano vendere i libri, in compenso avevano grande importanza per gli autori. Perché dunque volevo bene a Vasco, oltre al fatto che lo vedevo spesso per casa? Credo, ora, per la sua schiettezza; per il suo sorridente pessimismo (forse, il rimorso di cui sopra?); per il suo non darsi arie, cosa diversa dalla modestia, perché era, l'ho già detto, orgogliosissimo, seppure da persona intelligente, tutt'altro che sicuro di sé. Per il suo credere in quello che faceva. Per il suo essere evidentemente e profondamente perbene. Anche per i suoi lati un po' misteriosi. Con mia madre lo portammo una volta da una certa indovina che riceveva in una cucinetta buia sopra il mercatino di Livorno. Uscendo dal tete-à-tete, lui disse ammirato: «Accidenti, com'è brava! Non aveva idea di chi fossi, ma mi ha detto subito una cosa verissima.» «E cioè?» «Che sono un giocatore nato.» Scoprimmo così che lo era, e che la sua lotta era sempre stata per frenarsi. Un'altra sorpresa me la diede una volta che tornando dal liceo trovai che si era autoinvitato a pranzo con un'amica francese, compagna di idee politiche: nientemeno che Simone Signoret, allora all'apice della sua bellezza. Lì per lì restai folgorato, più di quanto mi sia mai capitato con altre dive leggendarie viste sul set. Per fortuna durante il pasto riuscii a sbloccarmi e a rivolgerle la parola. Parlammo di calcio, lei e Montand erano stati al Maracanà... Malato - gran salute non la ebbe mai, credo sia rimasto tutta la vita minato da una tisi contratta durante gli anni duri della giovinezza -, malinconico, insofferente, da ultimo Vasco sì era barricato in casa e non usciva quasi più. A questo punto abitava sulla collina Fleming (in passato aveva sempre trovato da ridire sugli appartamenti dove capitava, e li cambiava spesso «Sono come sor Pampurio», diceva, ricorda ancora qualcuno le traversie del personaggio del «Corriere dei Piccoli», sempre impegnato nei traslochi), e ogni tanto con mia madre lo andavamo a trovare. Lo trovavamo sempre nervoso, ansioso, addirittura angosciato, anche se cercava di scherzare un po' come ai vecchi tempi. Parlava del suo ultimo sforzo, del grande romanzo conclusivo con cui avrebbe portato la sua storia dell'Italia contemporanea fino ai nostri giorni; parlava delle pressioni della Mondadori, che lo aspettava e che certo gli aveva versato degli anticipi... ma che avrebbe dovuto aspettare ancora, era a buon punto ma non aveva ancora finito, doveva lavorare, lavorare... Forse quando penso all'ombra di rimorso che retrospettivamente mi sembra di ricordare nel Pratolini che ho conosciuto e che adesso scopro presunto complice del fascismo, vedo in realtà questo ultimo Vasco, che aveva un altro segreto per lui molto più difficile da portare. E cioè che la sua vena si era inaridita; che scrivere non gli riusciva quasi più. Quando morì, del grande romanzo definitivo che tutti aspettavano non si trovò niente. Solo pochi appunti su qualche foglietto.

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