Gli ospiti di Castiglioncello  Cronache


Da "La Stampa" del 1-12-2003  di Masolino d'Amico

BASSANI un prepotente al circolo del tennis
  L'autore del «Giardino dei Finzi-Contini», ebreo poco ebraico, con una serena, incrollabile sicurezza di sé e delle sue idee

Tra le numerose attività che svolgevo per sbarcare il lunario alla fine degli anni Sessanta c'era quella di leggere libri e copioni e compiere altri servizietti a beneficio di una casa di produzione cinematografica, la Documento Film, che tra l'altro possedeva i diritti per portare sullo schermo II giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. Di questo si sarebbe dovuto incaricare il regista Valerio Zurlini, ferrarese come Bassani, e i preparativi erano già abbastanza avanti quando in seguito a una concatenazione di circostanze si manifestò per il produttore, Gianni Hecht Lucati, la possibilità di avere come Micòl nientemeno che Julie Christie, allora sulla cresta dell'onda, in coppia con David Lean che l'aveva appena diretta nel Dottor Zhivago. Sognando una superproduzione internazionale, Hecht si affrettò a liquidare Zurlini, che aveva già scritto un'ottima sceneggiatura, e si mise a aspettare i tempi del maestro inglese, famoso per la meticolosità delle sue preparazioni. Ma passato un anno, anzi, forse due, ecco che ci arrivò alla Documento una lettera nella quale David Lean rinunciava all'incarico. Aveva studiato bene la cosa, spiegava (e per dimostrarlo accluse un nutrito incartamento di appunti, invitandoci a farne l'uso che volevamo. Sarebbe interessante recuperarlo, ma dove sarà finito? La Documento ha chiuso i battenti tanto tempo fa); ed era arrivato alla conclusione di non poter raccontare questa storia. «Io conosco gli ebrei europei», diceva più o meno nella lettera, «ma il punto di questi vostri ebrei è che non sono ebrei. Almeno a me che li vedo dal di fuori, sembrano uguali a tutti gli altri italiani. E' probabile che la loro tragedia sia proprio questa; ma allora per raccontarla ci vuole un italiano». Il testimone passò come tutti sanno a De Sica, che peraltro non se la cavò male, vincendo l'Oscar per il miglior film straniero. Questo episodio mi viene sempre in mente quando penso a Bassani, e non perché Bassani sia particolarmente riconoscibile nella pellicola di De Sica, aveva collaborato alla sceneggiatura e persino concesso l'uso della sua casa di Ferrara per delle riprese, ma poi si ribellò quando vide che il regista aveva fatto deportare con gli altri ebrei anche il padre del protagonista (Mio padre non è mai stato deportato!»), e tolse la firma dal copione - ma perché, appunto, David Lean aveva colto il punto della situazione e di Bassani stesso. Il quale Bassani non rinnegava affatto la propria ebraicità, ma poi per primo ammetteva di avere ben poco in comune con quelli che chiamava i suoi correligionari. Il ragazzo protagonista dei Finzi-Contini è, infatti, arcitaliano. Non solo è imbevuto di letteratura italiana (sta lavorando a una tesi sul Panzacchi, il che dal punto di vista del narratore ha una sua intrepidezza: in un romanzo di oggi gli si attribuirebbe una passione almeno per Virginia Woolf), ma ha tutti i pregiudizi, gli orgogli, i piccoli perbenismi e il provincialismo della borghesia italiana, di allora e di sempre. E', sicuramente, un ritratto obbiettivo dell'autore da giovane, perfettamente in carattere con l'adulto, certo ben più evoluto, che ho conosciuto io. Il quale adulto era un uomo le cui qualità e i cui principi erano in larga misura tipicamente italiani, risorgimentali, e dove non lo erano, erano comunque poco ebraici. Voglio dire che niente in Bassani faceva pensare che lui si sentisse parte di una minoranza, con le fierezze o con i complessi che questo può comportare; né che la cultura su cui si era formato fosse diversa da quella di un qualunque ottimo studente dei nostri licei di un tempo; non era un cosmopolita alla Bobi Bazlen. Poco ebraica era in ogni caso la sua caratteristica più saliente, vale a dire una incrollabile, serena sicurezza di sé, non solo delle proprie idee. Quando c'era da agire, Bassani non aveva esitazione alcuna. Per esempio, nella conversazione quotidiana era, non spiacevolmente, balbuziente, ma il difetto spariva del tutto quando parlava in pubblico o quando registrava per la Rai, tanto che fece più volte lo speaker - sua è la voce narrante del film Le ragazze di Piazza di Spagna di Emmer (1952). Nella vita di tutti i giorni era tranquillamente autoritario, forse persino prepotente, senza rendersene conto, e non so immaginare per lui contrappasso peggiore della malattia che lo colpì negli ultimi anni annebbiandolo e costringendolo a dipendere in larga misura dagli altri. Abituato a vederlo dappertutto senza bisogno di andarlo a cercare, persi i contatti con lui e retrospettivamente me ne pento; in compenso, il ricordo che ne ho è di quando era in perfetta efficienza, e bisognava fare a modo suo - era lui che sceglieva il ristorante, il luogo dell'appuntamento, gli orari. Con se stesso era disciplinatissimo. Dovendo terminare un libro, chiese ospitalità da noi a Castiglioncello, era giugno e in casa c'ero solo io. Per quindici giorni non ci vedemmo mai, lui si alzava alle cinque del mattino e io, ventenne in vacanza, a mezzogiorno; lui restava chiuso a scrivere e io facevo vita di spiaggia. Però non si era portato l'automobile, e alla fine mi bussò alla porta e mi svegliò con la proposta, che in realtà era un ordine, di accompagnarlo a trovare Roberto e Lucia Longhi ai Ronchi. E' una gita che ho già raccontato da qualche parte. Molto fiero dei suoi occhi azzurri, Bassani non era alto di statura, ma come sportivo vantava una eccellente coordinazione nei movimenti, e continuò a giocare bene a tennis molto tempo dopo che il suo partner di una volta, Michelangelo Antonioni, aveva lasciato perdere. Antonioni era arrivato più in alto di lui, fino alla seconda categoria di allora, credo, mentre Bassani era stato un buon quindici di terza. Però una volta che fui convocato a tirare due palle con Michelangelo, più di cinquant' anni fa, lo trovai in condizioni di forma deplorevoli, mentre Bassani continuò a darmi lezione finché volle. Giocava col delizioso stile dei tempi delle racchette di legno, avanzando metodicamente alla conquista della rete con dritti e rovesci piatti e demivolées, aggressivo e tenace. Anche lì, non aveva incertezze, e quando smise di giocare continuò a lungo a rendersi impopolare nei circoli che frequentava intervenendo perentorio in partite tra persone che non aveva mai visto prima per dichiarare stentoreo che una certa palla chiamata fuori aveva in realtà toccato la riga, o viceversa. Questa sua convinzione di essere nel giusto era, coerentemente ma non ovviamente, coronata da un tranquillo coraggio. Bassani diceva quello che pensava e lo diceva in faccia a chiunque. Non per niente fu un combattivo, intransigente presidente di «Italia Nostra»; oggi nei salotti televisivi non si farebbe mettere sotto da nessuno. Come direttore di una famosa collana Feltrinelli, impose dei libri poi diventati successi trionfali, a partire dal sempre citato Gattopardo, ma con la stessa passione ne proibì o tentò di proibirne altri (Fratelli d'Italia di Arbasino, tanto per non fare nomi). Era sempre in buonissima fede, e naturalmente aveva ottimo gusto. Ma come «editor» forse mancava di elasticità; e mancava di umiltà, il che era un limite quando lavorava, come pur fece abbastanza spesso, da sceneggiatore cinematografico, ossia al servizio di un regista e di un produttore. Del suo coraggio fece parte anche la sua indiscutibile integrità di artista. Come narratore, Bassani scrisse poco e soltanto di cose che conosceva e sentiva profondamente, dedicando alla pagina una cura indefessa il cui traguardo era la semplicità, per non usare il termine ormai inflazionato di leggerezza. Quando ebbe esaurito i «suoi» argomenti, tacque, ma continuò a riprendere in mano i vecchi lavori per tornirli ancora, incontentabilmente. Gli editori e i direttori dei giornali gli chiedevano racconti nuovi, e lui avrebbe potuto inventarseli, ma non gli sembrava di poter essere sincero, e non ne scrisse più. Adesso lo attirava la forma ancora più breve e concisa della poesia, e tentò invano di convincere il Corriere della Sera che pochi versi potevano occupare lo spazio di un elzeviro (ed essere pagati altrettanto). Anche nella poesia era schietto, parlava eh quello che gli stava a cuore al momento senza troppo curarsi del pubblico o del successo. In questo mostrarsi com'era c'era anche una parte di ingenuità. Natalia Ginzburg, che aveva chiamata in causa non ricordo più come, scambiò questa schiettezza per compiacimento, e lo stroncò in modo memorabile. Può un poeta approvarsi così incondizionatamente? si domandò. Si può fare poesia con la soddisfazione? Forse no, dico io; ma in fondo, che male c'è? In effetti, la poesia di Bassani appagava perlomeno il suo autore, nel senso che la convinzione di essersi espresso lo rendeva visibilmente, se vogliamo usare un aggettivo più generoso di «soddisfatto», felice. Quando ne componeva una prima di pubblicarla te la recitava con la sua bella dizione, fissandoti tutto il tempo negli occhi, esperienza un po' imbarazzante nella nostra epoca che ha abolito i poeti quando non li ha trasformati, almeno secondo qualcuno, in cantautori. Succedeva che invece di ascoltarlo come lui avrebbe meritato, l'interlocutore cercava di prepararsi un commento adatto da tirare fuori quando gli sarebbe toccato, come immancabilmente gli toccava, di rispondere a domanda diretta. Ricordo che una volta Giorgio me ne recitò una delle più lunghe, fresca fresca, in cui compariva un capitano di lungo corso della marina britannica, forse un mezzo pirata (era l'antenato della persona che allora gli stava più a cuore). Richiesto di un parere alla fine della lettura, e memore di Stevenson e dell'Isola del tesoro, dissi che forse sarebbe stato più giusto se il filibustiere, invece del whisky di cui sembrava fare ampio consumo, avesse bevuto del rum. Bassani ci pensò sopra, e sostituì il whisky col rum nell'edizione a stampa, dandomene atto in una dedica che conservo. E' stato il mio unico contributo alla poesia del Novecento.

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