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Durante il ventennio fascista in Italia si moriva ancora di malaria non
essendo stata completamente debellata e si preferiva chiamarla «febbre
intermittente». Le cifre attestavano che la malattia era in diminuzione
ovunque, ma non al punto da non rappresentare più un pericolo mortale. Dai
4.085 morti nel 1922 si era passati ai 3.588 nel 1925. La Sardegna da sola
deteneva il primato con 99 morti ogni 100.000 abitanti. La malaria «regnava
sovrana» in oltre la metà dei comuni della Calabria ancora ricoperti di
acque stagnanti e di acquitrini dove allignava la zanzara anofele. I
ricoverati per malaria negli ospedali romani erano migliaia ogni anno.
L’Agro romano prima d’essere risanato era una distesa immota di desolazione
abitato da pastori abbrutiti e inselvatichiti che si cibavano di erbe e
vivevano nelle grotte come nei secoli passati. Le bonifiche delle paludi
pontine e degli acquitrini meridionali avrebbero portato in vent’anni a una
drastica riduzione dei focolai, ma non alla completa scomparsa della
malaria, ormai debellata in tutta l’Europa civilizzata. Ancora nel 1939,
benché il chinino fosse noto da almeno due secoli come specifico per la cura
della malaria, si pretendeva di combattere la malattia con la «Smalarina»,
la terapia senza chinino, secondo un avviso pubblicitario in voga
quell’anno.
(Da: "Otto milioni di biciclette" di Romano Bracalini)
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