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Le attività
manifatturiere prossime al paese erano costituite da cave e da
fornaci da calce, per l’abbondanza di materia prima in loco,
quelle per la produzione dei laterizi si trovavano invece ai
piedi del colle dove affiorano le marne argillose ed i terreni
alluvionali depositati dal fiume Fine, dove al di sotto si
rinviene uno spesso strato di argilla.
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Fornace da calce di Col di Leccio
La fornace, che produceva calce idraulica, non risulta censita
nei catasti antichi e neppure all’impianto del catasto moderno.
Sulla cartografia corrente è riportato il toponimo “Fornace”, ma
un sopralluogo sul posto non ha permesso una visita completa
delle strutture superstiti in quanto coperte da una folta
vegetazione. I resti delle murature e la presenza di un
basamento in cemento armato lasciano supporre un’origine
piuttosto recente, probabilmente di poco precedente all’ultima
guerra. La fornace si trovava sotto alla cava di prestito del
materiale, costituito da un banco di Calcari con Calpionella. Il
suo abbandono, stando alle testimonianze raccolte in loco,
sembra risalire ai primi anni Sessanta del Novecento quando alla
gestione della manifattura vi erano Ervezio Donati ed il padre
Jacopo, quest’ultimo proveniente dalla fornace delle Gore di
Sotto a Castelnuovo della M.dia
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Fornace da calce della Maestà
Salendo lungo via
di Serra Grande alla volta di Rosignano Marittimo, nel punto in
cui questa arteria si immette nella S.P. Traversa Livornese per
Castelnuovo, sulla destra esisteva una fornace “da calce a due
forni”, di piani 1 e vani 3, che il Catasto Fabbricati del 1876
censiva fra i beni di Meucci Ridolfo, proprietario anche di
un’altra fornace “da mattoni” ai Polveroni. Le due manifatture
nel 1880 passavano per successione agli eredi; due anni più
tardi a Silvio andava la proprietà della fornace dei Polveroni e
a Rodolfo (nipote di Ridolfo, essendo il padre Albano nel
frattempo deceduto) quella della Maestà. Lo stato di cambiamento
e la rappresentazione cartografica della fornace, che occupava
un’area di quasi 300 mq (presumibilmente pari ad un rettangolo
di m 15x20), risalgono al 1884. Quasi venti anni dopo (1902) ne
veniva registrata la demolizione, con un rimborso d’imposta dal
27 giugno di quell’anno fino al 31 dicembre 1903. Il sopralluogo
sul posto non ha rivelato tracce evidenti della preesistente
fornace: nell’argine che si affaccia sulla strada provinciale si
rinvengono resti di macerie di indubbia provenienza; nel campo,
da tempo incolto e ricoperto di erba, affiorano in maniera
sporadica grosse pietre calcaree mentre massi più grandi
(probabile area di cava) sono accumulati sul bordo nord-ovest
della collina.
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Fornace da mattoni di
Colli-Acquabona
La fornace è
censita nell’Estimo della Comunità di Rosignano (1795) fra i
beni della Mensa Arcivescovile di Pisa, proprietaria all’epoca
di molte case e vasti territori nella Comunità di Rosignano
dato che oltre alla
grande Tenuta di Vada, l’Arcivescovado di Pisa possedeva case
nel borgo di Rosignano e terreni che da Colli-Acquabona si
estendevano fino a Maccetti e Lecciaglia Bassa. Riteniamo che i laterizi prodotti nella fornace siano serviti
per i fabbisogni locali dell’Arcivescovado, tra i quali la
costruzione dell’edificio settecentesco del Poggetto (oggi agriturismo), recante sulla porta
d’ingresso lo stemma dell’Arcivescovo Franceschi di Pisa (Vedi).
Ci sembra utile, ai fini della ricerca, riportare alcuni brani
scritti dall’attuale proprietario dell’immobile, dr. Piero
Santi:
Non ho dati
precisi sulla sua costruzione, ma sono sicuro che è precedente
al 1777. L’ho potuto desumere da alcune mezzane (mattoni di cm
14x28, di spessore cm 2,5 fatti a mano) che ho trovato datate
così. La data è stata scritta a mano con un chiodo! Sono state
certamente impastate nella fornace che esisteva sino a prima
della guerra, vicino alla sede attuale del Consorzio Agrario,
prima del Fiume Fine in direzione della località Maccetti.
Poiché l’indagine
di campagna, supportata dalla rappresentazione cartografica
dell’opificio, ha permesso di individuare con precisione il
luogo dove si trovava l’antico manufatto, è opportuno precisare
che la fornace alla quale si riferisce lo scrittore non è
questa, ma un’altra di epoca più recente (vedi fornace di
Maccetti). La presente era ubicata circa trecento metri a nord
del Poggetto, alla sommità di una dolce collina dove si
rinvengono resti di laterizi e ceramica bruciata dal fuoco. Poco
distante, un boschetto (ad est) ricopre quella che forse era
l’area di cava dell’argilla, come proverebbe la maggior pendenza
del terreno rispetto all’intorno. Nel catasto del 1823 la
fornace non è più censita.
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Fornace da mattoni di Maccetti
Si trattava di una fornace di dimensioni contenute (circa 32
mq), che fu accatastata fra i beni di Cipollini Gaspero nel 1884
con una consistenza di piani 1 e vani 1. La sua ubicazione,
prossima alla Via Emilia, la rendeva facilmente raggiungibile da
tutte le direzioni. Passata per permuta tre anni più tardi a
Fontana Gradulfo, nel 1897 la fornace era acquistata al pubblico
incanto dal Conte Mastiani Francesco, che probabilmente se ne
servì per fabbricare i laterizi necessari ai fabbisogni della
tenuta (circa 550 ettari), che possedeva nel Comune di Rosignano
Marittimo. Quando nel 1914 la famiglia Mastiani Brunacci cedette
per fallimento ai fratelli Vestrini la vasta proprietà
fondiaria, al suo interno si trovavano, oltre a questa, altre
due fornaci. La manifattura dell’Acquabona fu probabilmente
demolita durante l’ultima guerra o subito dopo; essa è ancora
rappresentata nella mappa d’impianto del catasto moderno (1942).
Ancora oggi, sulla destra dell’odierna strada che dal Consorzio
Agrario conduce a Maccetti (un centinaio di metri prima del
ponte sulla Fine), al bordo di un campo si rinvengono abbondanti
resti di ceramica e pietre.
Da "Antiche manifatture del
territorio livornese" di M. Taddei, R. Branchetti,
L. Cauti, R. Galoppini, scaricabile dal sito) |