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Castelnuovo
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La fornace del Campaccio presso Campo Orlando |
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Sulle prime colline ad est di Castelnuovo della M.dia, lungo la strada per Nibbiaia, tra il XVIII e la prima metà del XX secolo, sono esistite varie fornaci da calcina che traevano la materia prima (sasso da calce) dagli abbondanti giacimenti presenti nella zona. Fornace del Campaccio Lasciato Castelnuovo della Misericordia, sulla sinistra della strada che porta a Nibbiaia (S.P. del Vaiolo, prima del campo di calcio, si scorge un vecchio muro in pietra con una bocca da fuoco (l’altra risulta crollata), che è quanto resta di una calcara a due buche di cui si ignorano le origini ed il proprietario dell’epoca. Nessuna persona del posto è stata in grado di fornire notizie sull’opificio; questo confermerebbe un abbandono dell’attività produttiva risalente almeno ai primi decenni del secolo scorso. ****** Fornace di Pietro Pardini La prima citazione di una “fornace da calcina” alle Gore di Sotto risale al 1795, anno in cui viene registrata a nome di Pietro Pardini nell’Estimo di Castelnuovo della Misericordia e rappresentata nel relativo piantano. Si presume che la calce prodotta possa essere servita per l’ampliamento del paese, in particolare per la costruzione di cinque grandi fabbricati (comprendenti un totale di diciannove case) avvenuta fra il 1785 ed il 1793. I fabbricati erano suddivisi in cinque gruppi: il primo gruppo, ai “Pianottoli”, era composto di cinque case; il secondo, terzo e quarto gruppo, ciascuno formato da tre case, erano ubicati al Campaccio; il quinto gruppo, formato da cinque case, era localizzato alle Capannacce. Nel Catasto Toscano del 1823-32 l’impianto non è più menzionato. L’ubicazione della fornace può essere individuata dove oggi si trova il primo fabbricato sulla destra subito dopo il campo di calcio. Poco distante da questa manifattura alla fine dell’Ottocento sarebbe stata costruita la fornace dei Chiellini. ****** Fornace dei Chiellini, poi Malenchini Una fornace da calcina è censita per la prima volta nel Catasto Fabbricati del 1876 fra le proprietà di Raffaello Chiellini, con una consistenza di piani 1 e vani1. Individuata territorialmente sul lato sinistro della strada che da Castelnuovo va a Nibbiaia, quasi di fronte a quella settecentesca di Pietro Pardini, nel 1884 la fornace fu ereditata dai figli di Raffaello, Francesco e Giuseppe. Nei primi anni del Novecento, divenuti i Malenchini i nuovi proprietari, la piccola fornace veniva abbandonata e ricostruita più grande e moderna sul lato opposto della strada, dove è ancora possibile scorgerla (con difficoltà) addossata all’argine destro della carreggiata. Dell’impianto originario è riconoscibile una parte della struttura in cemento armato mentre il piccolo edificio ad uso delle maestranze è stato trasformato in abitazione. Queste le registrazioni dei successivi passaggi di proprietà: 1888 - Chiellini Giuseppe fu Raffaello. 1891 - Chiellini Paolina nei Malenchini, Carlotta fu Raffaello nei Chiellini. 1896 - Chiellini Paolina fu Raffaello nei Malenchini. Nel 1908 una relazione relativa ad un progetto per la costituzione di una Società Anonima finalizzata alla produzione di calce idraulica riporta la seguente descrizione: I vasti giacimenti di calcare che si tratterebbe di cedere alla costituenda società si trovano nella località detta “LA GORA” a poca distanza da Castelnuovo della Misericordia e servono ora per l’alimentazione di due fornaci da calce idraulica, capaci di un prodotto giornaliero di 20 tonnellate, ma potranno servire senza incorrere in forte sfruttamento anco per altri forni a fuoco continuo prodotto dall’antracite minuta. Il progetto prevedeva l’acquisto dei terreni e dei forni (che risultavano già costruiti), di proprietà Malenchini. 1909 - Donazione a favore di Malenchini Raffaello di Dino. 1912 - Biundel Gahan Santiago fu Giovanni. 1915 (3 agosto) - Viene accatastata la nuova “fornace da calce a fuoco continuo con annesso capannone”. Il numero della particella rimane lo stesso, ma la consistenza catastale aumenta da 1 a 3 vani, così come il reddito accertato che passa da £ 33,34 a £ 400. Dal confronto fra le mappe dei catasti antico e moderno risulta che la nuova fornace fu realizzata sul lato destro della strada per Nibbiaia. 1919 - Di Cola Nazzareno di Francesco ed altri. La fornace da ora in poi è descritta “da laterizi a fuoco continuo con annesso capannone”, ma certamente si tratta di un errore; infatti, testimonianze orali di persone del posto confermano che la fornace produceva calce e smise di funzionare negli anni Cinquanta. Una ulteriore prova è fornita dall’atto costitutivo, redatto in data 17 aprile 1951, della “Società Produzione Calce” con sede in Castelnuovo della Misericordia, avente per oggetto l’escavazione di pietra e cottura di calce. La durata della società era prevista fino al 1953 e fra i quattro soci compariva Donati Jacopo, già proprietario dal 1935 al 1946 della fornace. 1921 - Maneschi Marino fu Giovacchino, Elliot Giovanna. 1935 - Donati Jacopo fu Amaddio, che la gestiva in proprio. 1946 - Franchi Orlando fu Biagio. Nella cava di prestito del sasso da calce, ubicata in località Le Serre, si estraeva il “Flysch calcareo-marnoso di Poggio S. Quirico”. Il materiale lapideo era trasportato con barrocci (in seguito con camion) lungo una vecchia strada acciottolata che dalla sommità del crinale scendeva verso Castelnuovo della M.dia. La strada, ancora esistente, oggi è inserita nella rete escursionistica provinciale (Percorso n° 11 Trekking Costa degli Etruschi) e nella cava (a fossa) si è formato un laghetto alimentato da una vena d’acqua affiorante. ****** Fornace da calce di Diego Martelli Nei pressi di un guado dove l’antica “Via della Fonte al Leccio”, oggi nascosta e dimenticata nel folto della boscaglia, superava l’omonimo botro (il sito è individuabile a sud delle “Case Debbi”), fu costruita nei primi anni Ottanta dell’Ottocento una piccola fornace da calcina di circa 36 mq, che venne accatastata (1884) con una consistenza di piani 1 e vani 1. Si trovava all’interno della vasta tenuta (di oltre 800 ettari) che Diego Martelli possedeva sulle colline poste fra Castiglioncello e Castelnuovo della Misericordia e che vide, ospiti graditi, numerosi pittori macchiaioli. E' probabile che in questa fornace sia stata cotta la calce necessaria alla costruzione di alcuni dei dieci fabbricati colonici (più i relativi annessi) che si contavano nei 14 poderi della tenuta. Tutta la proprietà, fornace compresa, nel 1889 passava al barone Fausto Patrone, costruttore alla fine dell’Ottocento della residenza privata a forma di castello che domina la baia di Castiglioncello (l’odierno “Castello Pasquini”), e da questi (1912) al Tenente Attilio Gotti. Secondo le risultanze catastali dell’epoca la vita produttiva della fornace fu abbastanza breve, essa infatti era riportata già “in rovina” nel 1892. Al sopralluogo (in area boschiva) non sono state rilevate tracce della struttura, ma solo grandi massi di pietra calcarea forse accumulati in vista di un loro utilizzo nel processo di cottura. ****** Fornace da mattoni di Paltratico
Una piccola fornace (circa 25 mq),
oggi completamente scomparsa, era censita nel catasto del 1823 fra le
proprietà di Lobin Francesco. Nel luogo dove le mappe dell’epoca
riportano l’opificio, oggi vi è un campo coltivato e sul terreno si
rinvengono resti di mattoni. La presenza della fornace è certamente da
associare alla costituzione della fattoria di Paltratico avvenuta a
cavallo fra il XVIII ed il XIX secolo per opera di Ranieri e Matteo
Martelli, componenti di una ricca famiglia livornese. Costoro, fin dal
1777, avevano preso a livello dalla Pia Casa della Misericordia il
podere di Paltratico, ampliandolo fino a trasformarlo in tenuta (circa
240 ettari) e costruendovi (1795-1800) una villa padronale. L’opera di
valorizzazione della fattoria fu proseguita per tutto l’Ottocento dalla
famiglia Lobin e vide l’edificazione di nuove case su podere,
l’ampliamento della villa, la costruzione di un piccolo acquedotto
rurale ancora esistente che dal vicino Monte Carvoli portava l’acqua in
fattoria. E’ ragionevole supporre che il fabbisogno di laterizi per
realizzare queste opere sia stato soddisfatto proprio dalle fornace in
questione. Nel 1870, quando i Lobin estinsero il livello gravante su
Paltratico, il piccolo opificio era ancora elencato fra i beni della
fattoria riportati nell’atto di affrancazione, mentre una ventina di
anni più tardi risultava distrutto e quindi tolto dall’estimo. |
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